Resistere agli appelli elettorali

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Un fantasma si aggira per l’Europa e purtroppo questa volta non è il fantasma del proletariato. La sua sagoma sinistra si staglia dietro le parole ed i lessici, fra i discorsi del nostro quotidiano, fra le congiunzioni dei nostri pensieri. E’ il fantasma di un pensiero dominante, quello neoliberale in crisi, e quindi ancor più micidiale che negli anni della globalizzazione. E tuttavia si tratta di un fantasma in carne ed ossa, incarnato da una classe dominante che impone determinate scelte e determinate pratiche governamentali.

Oggi viviamo in un totalitarismo della classe dirigente. Potremmo definire questa élite come classe dirigente economica, ma la posizione predicativa che l’economico assume in questa formula troverebbe poca pregnanza. Si tratta infatti di gestire e dirigere l’esistente non più secondo il piano gerarchico e ordinativo della sovranità statale o sovranazionale, ma del governo delle vite.

E’ una classe che vive dei propri privilegi, di ceto, di reddito, di status ecc., e che domina non solo nel nostro paese, ma in Europa e a ben vedere sul pianeta intero. La definizione di classe dirigente è la più adatta: tramontate le alternative all’orizzonte del possibile, (l’orizzonte degli eventi secondo una fisica capitalistica-neoliberale), si tratta semplicemente di gestire l’esistente.

Questa operazione implica la messa a valore della vita umana, animale, del pianeta. Vite scomposte in una microfisica nucleare, dalla mercantizzazione del genoma ai diritti di proprietà sulle sementi ecc.

Si tratta di una classe dirigente che conduce almeno dalla fine dello scorso secolo una feroce lotta, laddove si tratta di colpire, asservire e utilizzare popolazioni ridotte a mera merce di scambio, equiparate al valore di robot, e per questo cose, – come oggetti sono gli automi, che spartiscono i posti di lavoro, – quei pochi rimasti garantiti in un capitalismo che ha deciso di sbarazzarsi della variante mano d’opera umana.

E’ una classe che danza il valzer nei sfavillanti boards delle banche d’affari, in quelli sovranazionali come la Banca Centrale Europea, nei boards che oggi sono le istituzioni di governo, non elettive e tantomeno democratiche, sovranazionali, come la Commissione Europea ecc., nei ben pagati boards dei governi ombra, quelli delle agenzie di rating. In tutti questi comparti, che è bene ricordare non sono frutto di scelte democratiche, la classe dirigente passa da un board all’altro, da componente del consiglio di amministrazione di una banca d’affari o di un’agenzia di rating a direttore generale di un qualche dipartimento della Commissione Europea o alla sedia di ministro o viceministro di un qualche governo europeo.

In questo senso il totalitarismo della classe dirigente emula quello delle classi borghesi e aristocratiche che si spartivano il governo del mondo nel primo Novecento, all’epoca degli imperialismi confliggenti, quando il mondo venne precipitato in un cinquantennio di guerre civili mondiali: dalla guerra in Manciura fra Russia e Giappone, alla Guerra dei Boeri, quando venne sperimentato per la prima volta il campo di concentramento, fino alla Prima e alla Seconda guerra mondiale. Non a caso oggi assistiamo alla recrudescenza dell’arma atomica, generata e alimentata per combattere le “razze”, le differenze, le anomalìe politiche.

Si tratta di una classe dirigente che nutre una profonda idiosincrasia per lo “stato di diritto”. La tripartizione della sovranità e la rappresentanza sono prodotti emersi con l’assurgere della borghesia a classe dominante, un processo che secondo una storia di longue durée perdura dalla Rivoluzione Francese fino agli assetti costituzionali emersi in Occidente nell’ultimo dopoguerra, e che alberga parzialmente in quella che una volta era la galassia del Terzo Mondo.

Due episodi recenti assumono valore paradigmatico. Quando nel 2011 Papandreu, capo dell’allora governo greco, decise di sottoporre a referendum l’adesione o meno del suo paese ai parametri di politica fiscale e economica imposti dalla troika (UE, BCE, FMI), da questa classe e dai media, saldamente in mano alla prima, si levarono gli scudi contro un processo democratico che andava ad inficiare un preciso progetto politico-economico di impianto neoliberale, travestito da logica dell’indebitamento pubblico. Gli esiti di quella vicenda si contano oggi nelle statistiche che registrano il verticale abbassamento dell’aspettativa di vita per le fasce più deboli della popolazione greca.

Quando poi nel 2016 in Brasile venne destituita la legittima presidente Dilma Roussef, esponente di un partito di ispirazione socialista (PT) e artefice, come il suo predecessore Lula, di politiche redistributive, il meccanismo di impeachment fu caratterizzato da un’artificiosità anticostituzionale che tuttavia non scandalizzò le classi dirigenti globali, le quali anzi applaudirono al reingresso del Brasile nel novero dei paesi genuinamente neoliberali.

Due esempi che indicano come questo totalitarismo caratterizza quello stesso ceto medio che venti anni di diktat del globalismo speculativo ha impoverito. Per tornare in Europa infine, la Commissione Europea, l’Eurogruppo, la BCE, ovvero i luoghi dove viene realmente gestita la politica economica, sono organismi esenti da qualsiasi processo di eventuale “riforma”.

La fine delle democrazie “liberali” e delle connesse retoriche sui diritti e la rappresentanza, è testimoniata da due soluzioni governamentali ampiamente utilizzate in questi primi lustri del XXI secolo: il governo tecnico, detto anche governo del presidente, e la grande coalizione.

Il primo implica la riduzione della politica e del processo democratico ad un tecnicismo, ovvero la riduzione del politico ad un pensiero unico, quello capitalistico-neoliberale. E’ questo il governo del pilota automatico, tanto caro a Draghi, che protrae i processi di controriforma nei vari settori della vita politica di ogni paese (distruzione delle garanzie sociali ed economiche per le fasce più deboli della popolazione, spolpamento dei patrimoni pubblici e loro affidamento al mercato, drastica riduzione delle garanzie per i lavoratori ecc.).

La grande coalizione è invece un’altra forma di garanzia scelta per la continuità del dominio. E’ caratteristica soprattutto della Germania. Ed in realtà potremmo definire a buon diritto la UE come l’estensione imperiale del governo che ha dismesso le corazze dei tank e si affida agli algoritmi dei mercati.

Queste soluzioni possono essere definite come il totalitarismo dell’1%, quello che nel 2017 si è assicurato l’80% della ricchezza mondiale. Il restante 99% è composto da vite di scarto, vite da governare o da utilizzare, forse soprattutto da eliminare. Ma anche questa rappresentazione di una maggioranza mondiale di potenziali ribelli lascia il tempo che trova, come tutte le retoriche sulla democrazia, i beni comuni, la cittadinanza.

Perché il modello capitalistico del governo della vita è tanatopolitico. Non si tratta più di un capitalismo di tipo keynesiano, redistributivo e fordista, ma di un processo di concentrazione della ricchezza praticato attraverso la definitiva dismissione della mano d’opera umana. Per questo fa ridere chi ancora rivendica il lavoro. La sostituzione con i robot che non producono più per un consumo di massa e che già generano una massa umana sacrificabile, moltiplica lo sfruttamento in varie forme: biotecnologica, per esposizione alle guerre, ai cambiamenti climatici. E’ un biopotere, che non mette a morte, ma respinge nella morte.

Il progetto autoritario è d’altronde chiaro: i singoli stati nazionali sono stati spogliati alla fine dello scorso secolo dei loro poteri, delegati a organismi non democratici, come FMI, UE, BCE ecc. Le politiche statali, per la la residua autonomia conservata sono condizionate dai cosiddetti mercati. Non si tratta di entità metafisiche, ma di realtà in carne ed ossa: le agenzie di rating, i cui dividendi azionari sono partecipati da questa classe dirigente attraverso il diktat delle valutazioni sulle solvenze del debito pubblico di ciascun paese, costringono gli stati a rispettare le politiche monetariste e antinflazionistiche dettate da organismi il cui fine è l’accumulo di ricchezza estratta direttamente dai corpi.

Ma è in tutti i gangli di quella che una volta si chiamava società che la valutazione si è imposta. Nell’istruzione e nei servizi, nell’informazione e nell’alimentazione, nell’insieme della fitness e della cura, nella promozione di uno “stile di vita” sano e nell’uso dei devices, nell’intera vita da governare risiede la valutazione del proprio, del distinto, come di ogni promessa di piacere, ogni aspettativa di godimento, ogni prestazione affettiva, relazionale, ogni entusiasmo o depressione. Valutare significa salvaguardare, difendere la famiglia, le chiese, le identità e le appartenenze, le sessualità e il genere. Il ritorno della vita fascista. Della vita-polizia.

Cosa significa allora votare oggi nel nostro paese?

Alcuni elementi di chiarezza. Sul prossimo governo, quali che siano i risultati delle prossime elezioni, pende la spada di Damocle del Fiscal compact, ovvero la trasformazione in legge di natura contabile di quello che una volta era un trattato rinnovato periodicamente dai paesi aderenti alla moneta unica. Questo moloch finanziario prevede per i prossimi venti anni il recupero di cinquanta miliardi annui di debito pubblico. Ovvero è di fatto un commissariamento della sovranità nazionale alla quale rimane il compito di “proteggere” la fortezza Europa nel fronte sud dalle ondate migratorie e di reprimere militarmente il malcontento della popolazione affamata da una macelleria sociale che inevitabilmente sarò innescata per rispettare i parametri finanziari. Si tratta di una sentenza di morte, degna del Castello di Kafka o della penna di un Dostoievski.

E’ estremamente significativo, se non disarmante, osservare che tutte le forze politiche in questa fase elettorale ignorano sistematicamente questa gigantesca intromissione. D’altronde queste stesse forze politiche sono espressione delle classi dirigenti e ne garantiscono gli interessi.

La stessa farsa del voto utile, che dovrebbe garantire la sussistenza della democrazia dalla minaccia dei fascismi o dei populismi, è espressione di questo processo totalitario, dato che il fascismo strisciante è l’effetto, per ora non voluto, di quelle politiche predatorie condotte sugli stati e sulle loro politiche economiche, e la destituzione dello stato di diritto e della democrazia sta già avvenendo proprio per le politiche sovranazionali, piuttosto che per i cosiddetti populismi.

E’ necessario inoltre sgombrare il campo da due nozioni che sembrano prevalere nel lessico politico: corruzione e legalità. Per entrambe sarebbe meglio parlare di illegalismi, ovvero quei comportamenti che la borghesia e in generale le classi dirigenti hanno istituito da almeno due secoli in modo da consentire l’orientamento dei rapporti di forza nelle società a loro favore. L’illegalismo fa a meno del soggetto di diritto e per questo è utile come nozione per identificare, ad esempio, quella compra-vendita di favori che l’attuale classe dirigente pratica nella sua azione governamentale. Di qui il fiorire delle lobbies, del voto di scambio ecc.

D’altra parte anche la legalità è solo una grande finzione funzionale al mantenimento dell’egemonia di questa classe dirigente. La legge non è un dato transtorico, ma solo il congelamento di un rapporto di forze in favore di una determinata classe sociale. Così, ad esempio oggi in Italia, grazie al Jobs act si possono monitorare a distanza i lavoratori con speciali strumenti digitali (smartphone, braccialetti elettronici ecc.), si possono licenziare quei lavoratori che aderiscono ad un sindacato troppo conflittuale ecc. E ancora, è sempre nella legalità che l’estate scorsa si è potuto sgomberare a Roma, in pieno centro, un palazzo occupato da immigrati somali ed eritrei, tutti muniti di regolare permesso di soggiorno se non già cittadini italiani, e tutti profughi da zone, come il corno d’Africa, tormentate da guerre e dittature crudeli, dalle quali erano fuggiti negli anni passati per alimentare nel nostro paese quel mercato del lavoro semischiavile che proprio il Jobs act ha contribuito a formare.

Ora, quelle persone occupavano “illegalmente” lo stabile perché “legalmente” le amministrazioni centrali hanno abdicato ad una edilizia pubblica, e sono stati sgomberati perché oggi “legalmente”, grazie al Decreto sul decoro a firma del ministro Minniti, si può istituire una specie di stato di eccezione nel territorio urbano solo in base alla generica, quanto politica, categoria di “decoro”.

La legalità e la corruzione quindi non possono essere paradigmi di scelta politica, tantomeno elettorale. E tutte quelle forze politiche che propongono queste categorie come imperativi sono sostanzialmente colluse con il sistema totalitario della classe dirigente europea, che ha caldeggiato il Jobs act in Italia e che ha osservato con sguardo compiacente la demolizione di ogni politica redistributiva.

Per questo, se proprio si volesse cedere alla tentazione della rappresentanza, una forza politica decente dovrebbe almeno proporre due punti cardine del proprio progetto: uscire dal Fiscal compact e uscire dalla UE e dall’Euro.

Ovvero uscire da quei meccanismi attraverso i quali l’ Europa ha istituito il suo dominio sulle classi sociali deboli, quelle che una volta formavano il proletariato. Per farlo, è chiaro, bisogna affrontare i tanks della reazione, tanks di tipo finanziario (declassamento del paese da parte delle agenzie di rating, ecc.), e di tipo fisico (intervento forse anche militare). Per arrivare però a questo traguardo una forza politica dovrebbe organizzarsi a livello europeo con forze analoghe, in modo da creare un movimento europeo conflittuale con la classe dirigente. Viene in mente a questo proposito la Spagna di Podemos, gli indipendentisti catalani, la Grecia, la Francia di Melenchon, il Portogallo. Prioritario sarebbe creare un’uscita strategicamente organizzata da UE, Euro e Nato, con il preciso intento di rifiutare le politiche neoliberali e l’adesione a qualsiasi tipo di interventismo militare in giro per il mondo.

Ma a ben vedere anche questa opzione risulta risibile.

All’ordine del giorno infatti non c’è la rivoluzione ma la distruzione del pianeta. E non si tratta di sostituire alla retorica dei conflitti di classe una specie di “estremismo” ecologista. Perché distruzione significa oggi destituzione della politica, tramonto effettivo, non teorico, della relazione sociale, in un anarchico governo del mondo.

E’ questa anarchia oggi a “fare” vite. L’ingovernabile. Non dunque come si “fà” l’ingovernabile, ma come è, e a partire da “come è”, quale anarchica potenza il pianeta oppone all’anarchismo predatorio del governo delle vite. Di questa soglia siamo testimoni.

Per questo vale la pena resistere a chi propone un’alternativa, a chi predica una alternativa, a chi racconta un’alternativa politica possibile. Pensiamo invece che vada fronteggiato il corpo a corpo, che vada dismessa la corporeità dei dispositivi, che vada prodotto il corpo d’amore che fa esplodere l’ontologia democratica, partecipata, persino condivisa.

“Oh amici, non ci sono amici”, ma l’amicizia è corporeità politica, immediata, senza alternative, come la violenza divina per Walter Benjamin: puntuale e senza sangue. Destituire il diritto, le policies, le vite sotto ricatto, le vite razziste e le vite precarie. Spingere all’estremo il rifiuto di aderire, partecipare, raccogliersi, confrontarsi.

Divenire animale, invece, questo per noi è politica.

Sono passati appena pochi mesi dalla celebrazione del quarantennale del Settantasette, l’ultimo glorioso anno insurrezionale di questo paese, tradizionalmente restio alle insurrezioni. All’interno delle celebrazioni, per fortuna disertate dalle istituzioni, si è tenuta una bellissima mostra fotografica a Roma con le foto di Tano d’Amico, il grande fotografo che ha immortalato quell’anno per le generazioni future. Il maestro, in un’intervista, osservando gli sguardi di quei ragazzi che a migliaia affollavano le strade della fredda primavera del Settantasette ha confessato che quegli occhi, quello sguardo libero, capace di declinare una “fantasia al potere”, non si trovano più nei giovani d’oggi. Ha ragione. Oggi nelle parole dei ragazzi compaiono termini come “carriera”, “profilo”, “performance”. Sembra di sentire quei giovani appena usciti dalla dittatura cilena che, imbevuti per oltre trent’anni di termini militareschi, erano capaci di rispondere solo “negativo” o “affermativo”, al posto di un semplice si o no.

Il totalitarismo in cui viviamo non porta più le divise dei militari, e tuttavia è ancora più feroce di quello di quarant’anni fa. In quell’anno fatidico uscì un album premonitore di Claudio Lolli, poeta e cantautore di quel movimento. Si intitolava “Sgombrate le strade dai sogni”. Direi che è un titolo che si addice perfettamente al nostro presente.

Per chi voglia andare a votare ripetendo la farsa della delega e della rappresentanza, si può solo dire di recarsi alle urne nella consapevolezza che le strade sono state sgombrate da tanto tempo, basta solo ricordare Genova 2001. Se proprio si vuole ripetere questa ritualità del nulla, si abbia almeno la consapevolezza che il suo voto è il frutto di uno sgombero, simbolico, onirico e fisico.

Laboratorio “archeologia filosofica”