Archeologia della pornografia

Alessandro Baccarin                                                                                                         pdf

Fare una archeologia della pornografia significa essenzialmente tentare un’archeologia dello sguardo. Stabilire che lo sguardo, il modo in cui osserviamo le cose o le parole a cui associamo gli oggetti della nostra visione hanno una storia. Non solo mutano le categorie (morali, scientifiche, etiche ecc.) nelle quali inseriamo gli oggetti osservati, ma cambiano anche le capacità stesse di percepire gli oggetti nel campo visivo. In particolare per la pornografia dobbiamo partire dal presupposto che lo sguardo, lo sguardo di noi moderni, riesce ad intercettarla in virtù di una trasformazione complessa che ha interessato il campo della sessualità e in generale il campo delle relazioni di potere all’interno del sociale negli ultimi due secoli. Diciamo allora che la pornografia è il frutto di una storia recente. Una storia che coinvolge lo sguardo, la capacità di questo di distinguere il normale dall’anormale, il pornografico dall’erotico, il consentito dal proibito, quanto le forme di disciplinazione e normalizzazione assunte dalla società borghese e capitalistica negli ultimi due secoli. Una storia recente, dicevamo, che possiamo collocare cronologicamente dalla metà del XIX secolo ad oggi.

Questa prospettiva, che è una prospettiva nominalistica, propria di una archeologia filosofica, non intende negare che nel passato, come nell’antichità ad esempio, non vigesse un certo gusto per gli immaginari erotici, per l’esplicitazione sessuale, quel tipo di immagini e comportamenti che oggi osserviamo e cataloghiamo con il metro della pornografia o della sessuologia. Il comportamento ha una sua continuità, che tuttavia trova un frattura incolmabile con la contingenza della storia, del pensiero e dello sguardo. Ritenere che la pornografia sia il risultato di una storia recente implica l’adesione alla teoria sviluppata da Michel Foucault ne la sua Storia della sessualità, ovvero ipotizzare che la stessa sessualità, lungi dall’essere un dato transtorico, sia il risultato di una storia recente, una storia che coincide con l’emergere di un dispositivo di sessualità. Una storia che a sua volta si inserisce in una più ampia trasformazione del sociale: da una società di sovranità ad una società biopolitica, da una società predisciplinare ad una della disciplina e della norma. E non a caso, proprio all’indomani della pubblicazione degli ultimi due volumi della Storia della sessualità nella prima metà degli anni Ottanta, si accese un forte dibattito, soprattutto in ambito statunitense e anglosassone, sulla plausibilità o meno di storicizzare qualcosa ritenuto come un dato transtorico, qualcosa come la sessualità appunto, ma anche la pornografia, oppure il soggetto donna come oggetto di repressione maschile ecc.

La pornografia emerge come discorso scientifico e morale quando la sessualità diventa lo strumento principe di disciplinazione del sociale, lo strumento di penetrazione nella microfisica del potere (quella che funziona all’interno della famiglia, dei rapporti coniugali ecc.) e di collegamento fra questa microfisica e la macrofisica del potere, quella che attinge alle popolazioni, con le loro malattie, con le loro curve demografiche, con le loro minori o maggiori capacità di riproduzione. La pornografia diventa l’oggetto di un’esperienza analogo a quanto poteva esserlo la sessualità, e lo diviene in virtù della necessità di piegare un corpo, di abituare un corpo al lavoro, al lavoro salariato nell’ambito di un processo di estrazione (di ricchezza, di energie, di immagini ecc.) che, almeno a partire dagli inizi del XIX secolo, chiamiamo capitalismo. In questo senso, recuperando la lettura foucaultiana, la pornografia è all’origine uno strumento di disciplinazione quanto poteva esserlo la nozione di sessualità.

Per procedere in questa ricerca archeologica dobbiamo partire dall’evidenza che la nozione di pornografia si salda, al suo primo apparire, intorno alla fine del XVIII secolo e poi sempre di più nel corso del XIX, con il problema, sociale, sanitario, di ordine pubblico, morale ecc., della prostituzione. Questa saldatura fra due sfere sostanzialmente differenti, e tuttavia ritenute comunicanti e contigue, la pornografia e la prostituzione, è un dato di cui possiamo osservare la storia attraverso una serie di testi che vanno a coprire campi del sapere apparentemente distanti, come la giurisprudenza, le scienze dell’antichità, la storia dell’arte, la sessuologia, la psichiatria ecc., campi differenti che, come vedremo, convergono verso la definizione e la perimetrazione della nozione di pornografia secondo una contingenza strategica che mantiene profondi legami con la formazione dello stato di diritto di ispirazione borghese, con l’ascesa della borghesia a classe dominante, e con il definitivo successo del modello sociale capitalistico sui vecchi ordinamenti pre-moderni.

Particolare importanza per l’emergere della pornografia come categoria del pensiero e dello sguardo hanno avuto le scienze dell’antichità. Ora, prima di approfondire il ruolo giocato in questa particolare storia dall’archeologia, dalla filologia e dalle altre discipline che compongono quel campo del sapere che siamo soliti definire scienze dell’antichità, dobbiamo rivolgere il nostro sguardo verso un passato piuttosto lontano, quando la pornografia non esisteva e soprattutto quando la prostituzione, come problema sociale e come nodo di raccordo per una criminalizzazione del sociale, non era ancora apparsa.

Nel mondo antico, ed in particolare nella società greco-romana, dato che è questo l’ambito cronologico e di civiltà che ci interessa, perché è su questa sfera culturale che si sarebbe poi applicata l’antichistica con il suo pionieristico utilizzo del termine e della nozione di pornografia, la prostituzione era immune da una zonizzazione fisica e morale.

Ad Atene, ad esempio, sappiamo che fra V e IV erano attivi solo due bordelli, entrambe ubicati nel Ceramico, il quartiere degli artigiani adatto ad ospitare fabbriche tessili, opifici, botteghe di ceramisti ecc. D’altronde i bordelli greci erano in parte luoghi di produzione artigianale: le prostitute erano dedite ad una importante attività tessile, oltre che a quella prostitutiva. La prostituzione era condotta per lo più nelle strade, con una maggiore concentrazione nei luoghi più frequentati e commerciali, come le mura, l’agorà, le porte cittadine, il Pireo, ovvero il grande porto della città1.

Teofrasto2, ad esempio, parla del tenutario di bordello (pornoboskos) come di una figura socialmente accettata e comune nel tessuto cittadino. Aristotele inoltre nella Costituzione degli Atenieisi3 accenna alle funzioni di ordine pubblico svolte dai dieci “commissari cittadini” (astynomoi), cinque nella città vera e propria, e cinque nel porto, il Pireo. Le uniche mansioni di questi magistrati in relazione alle prostitute erano quelle finalizzate a garantire il rispetto di una legge suntuaria che prevedeva un massimo di due dracme per l’ingaggio di suonatrici di aulos, danzatrici ecc. ovvero prostitute. Dato che questi magistrati, fra le altre cose, dovevano garantire il rispetto di una serie di leggi commerciali nell’agorà o nel ceramico, è implicito che l’attività delle prostitute era diffusa nelle strade, nelle piazze, senza alcuna limitazione spaziale imposta. Questo carattere “aperto” dello spazio cittadino alla prostituzione doveva costituire una caratteristica di tutte le città greche e romane. Dione Crisostomo4, cinque secoli dopo Teofrasto, condanna con veemenza il mestiere del tenutario di bordello, il pornoboskos: questa figura, ora dipinta come un mostro che costringe alla prostituzione giovani madri e fanciulli acquistati al mercato degli schiavi, diventa l’esempio nefando del peccato. Nel rivolgere la sua condanna verso questa figura professionale Dione ricorda come fosse abitudine far prostituire donne e bambini in ogni angolo della città, dalla zona sacra dei templi fino all’area antistante il palazzo del governatore. La concentrazione avveniva chiaramente nei luoghi maggiormente frequentati della città, come accadeva nel porto di Delo, forse uno dei luoghi più frequentati del Mediterraneo fra II e I a.C., e per questo strategicamente occupato da attività di piccolo commercio, tra cui anche la prostituzione.

La stessa assenza di una zonizzazione doveva caratterizzare anche le città romane. Lo conferma Pompei, sito archeologico di importanza fondamentale per una certa “storia materiale” del mondo antico. Dallo studio dei graffiti che caratterizzano sia il tessuto cittadino pompeiano che il Grande Lupanare (l’unico vero bordello della città campana, situano nella regio VII) risulta piuttosto evidente come luoghi idonei alla prostituzione fossero non solo le popine (le botteghe dove era possibile consumare pasti caldi), ma anche gli alberghi che affittavano stanze, le celle meretricie (singole stanze adibite alla prostituzione, a volte inserite nelle grandi domus della élite pompeiana), insomma un’infinità di luoghi dove non solo esercitavano la prostituzione prostituti e prostitute, ma dove potevano incontrarsi anche semplici amanti.

L’idea di una moral zoning5, finalizzata alla protezione degli occhi incolpevoli di donne e bambini, è una proiezione nell’antico di un sistema di pensiero moderno a cui gli antichisti non riescono a disobbedire. Ben al contrario lo sguardo femminile e quello dei bambini era aperto all’erotismo, anche nelle sue forme più esplicite. Semmai un certo ritegno dello sguardo costituiva il coronamento di uno status, come poteva accadere a Livia, la moglie di Augusto: imbattutasi nelle strade di Roma in un gruppo di uomini nudi, probabilmente schiavi condotti al mercato o all’arena del circo, poco prima che la sua scorta mettesse a morte quei malcapitati, accusati di aver leso il pudore della donna, Livia fermò i suoi soldati e concesse a la grazia a quei poveri disgraziati. Per una donna dalla specchiata reputazione morale come lei, sosteneva, quei corpi nudi assomigliavano a statue piuttosto che a uomini6. Uno sguardo opaco quello di Livia, incapace di vedere la disumanità della schiavitù quanto l’immoralità di un corpo nudo.

Chiaramente, anche a Pompei, la prostituzione si addensava nelle zone di maggiore frequentazione, come il centro cittadino, dove trovavano luogo gli edifici pubblici della città7. Tuttavia la seclusione della prostituzione, o anche dell’erotismo e della sua esplicitazione, è qualcosa di profondamente estraneo al mondo antico, e la sua anacronistica proiezione nell’antico è dovuta ad uno sguardo abituato ad un modello urbanistico di origine borghese e moderno, modello sorto a partire dall’emersione di uno sguardo che discrimina il sessuale come categoria morale, oltre che come sapere.

Qualcosa come una zonizzazione fu tentata dagli imperatori cristiani a Costantinopoli, senza tuttavia incontrare un qualche successo. La reclusione delle prostitute in monasteri o in determinate zone della città doveva venire incontro alle richieste delle autorità ecclesiastiche, trasferendo così nel diritto quel nuovo modello di austerità cristiana in tema di comportamenti sessuali che traduceva, in forme a volte eclatanti, quella dimensione dell’ermeneutica del sé alla base dei grandi movimenti monastici dell’oriente romano prima, e bizantino poi. Costantino, ad esempio, se dobbiamo credere alle fonti tardobizantine che lo attestano, avrebbe per primo tentato di confinare le numerose prostitute di Costantinopoli in un unico bordello, collocato nel quartiere Zeugma8. Tentativi di confinamento furono perseguiti anche dalla dinastia Teodosiana. Tuttavia le prostitute continuarono a circolare liberamente negli spazi cittadini, soprattutto sotto i fornices, le volte di anfiteatri e teatri, tanto che fornix continuò ad indicare in latino il postribolo, e fornicatio9 divenne il termine chiave per la patristica latina in tema di morale sessuale, termine che andava a tradurre la porneia dei padri greci. Ancora all’epoca di Giustiniano le prostitute circolavano liberamente nella città. Per ironia della sorte, la più famosa delle prostitute di Costantinopoli, se dobbiamo credere a Procopio10, decise di confinare tutte le prostitute della città in un unico monastero, a cui attribuì un nome estremamente significativo: Pentimento (Metanoia). Provvedimento drastico questo, che ricorda, per le forme coercitive impiegate, quei dispositivi disciplinari di internamento di anormali, folli, prostitute ecc. che vennero implementati in Europa a partire dalla fine del XVII secolo in poi11. Si tratta di un’analogia, che tuttavia restituisce un’impressione sbagliata. Nel medioevo la prostituzione continuò a caratterizzare il tessuto cittadino, in oriente come in occidente, e la nozione di peccato, all’origine della segregazione forzata delle prostitute, è solo lontanamente affiancabile a quella moderna di oscenità e di normalità sessuale, sebbene una sottile linea genealogica colleghi le due sfere.

Una vera e propria politica segregativa della prostituzione, con tanto di istituzione all’interno o ai margini dello spazio cittadino di moral zones, antesignane dei red light districts di tante città occidentali contemporanee, fu intrapresa solo a partire dal XIX secolo12. Il confinamento degli spazi prostitutivi divenne un’urgenza quando la prostituzione emerse come uno dei tanti problemi a cui veniva attribuita l’instabilità sociale delle metropoli. Da questo punto di vista la prostituzione era equiparata all’inquinamento morale attribuito all’alcolismo delle classi operaie, alla trasmissione di malattie veneree, o a qualsiasi forma di devianza rispetto ad un modello di normalità assegnato all’individuo e alla società. Il “problema” della prostituzione apparve improvvisamente come un problema molteplice, e per questo affrontato, con una coincidenza di natura strategica, da diversi discorsi e saperi scientifici: la sessuologia, la psichiatrica, le scienze del diritto, la politica, ma anche i movimenti protofemministi con le campagne contro le “donne perdute”13, ecc. Improvvisamente lo sguardo comincia a farsi acuto, distingue cose che prima rimanevano opache, e l’emergenza di questi nuovi oggetti dello sguardo, quali potevano essere una prostituta nella strada, un immagine erotica su un reperto archeologico ecc., rendono necessarie nuove parole che possano definire ciò che è necessario governare e sapere, pur dovendolo poi nascondere o segregare.

E’ in questo contesto che emerge il termine “pornografia”. Il primo a farne uso fu uno degli esponenti principali del tardolibertinismo, Nicolas Edmé Restif de La Bretonne (1734-1806). Ne Le pornographe ou Idées d’un honete homme sur le projet de réglement pour les prostituées, del 1765. il grande rivale di Sade progettò di rinchiudere le prostitute parigine e di regolamentare la loro attività in base ad una serie di norme stabilite dalle autorità statali. E’ sempre difficile stabilire l’esatto momento in cui appare un termine e con questi un nuovo sistema di pensiero. Tuttavia è interessante osservare come la narratologia libertina settecentesca, di cui De La Bretonne era uno dei massimi esponenti, con le sue storie erotiche e i suoi personaggi confessanti e narranti, sia la matrice iniziale nella quale si forma la nozione di pornografia. Il problema della prostituzione diventerà poi il centro di precisi progetti amministrativi di stampo segregativo con Alexandre Parente, che nel 1836 scriverà un pamphlet contro la prostituzione libera nelle le strade di Parigi in relazione a “pubblica igiene, morale e amministrazione”14.

E’ evidente come il termine “pornografia” sia da subito messo in relazione con il mondo delle prostitute da una parte, e con una serie di saperi convergenti dall’altra. Se il termine stesso poteva considerarsi una parola dotta, estrapolata da un testo classico e piuttosto desueto come i Deipnosofisti di Ateneo15 ad opera di una intellettualità intrisa di letture classiche, allo stesso tempo appare evidente come i campi disciplinari e sapienziali attivati attorno a questa nuova nozione siano molteplici: amministrazione, medicina, ordine giuridico ecc. Il termine tuttavia trova una certa difficoltà a diffondersi. Champollon16, qualche decennio dopo il libertinismo letterario di un De La Bretonne, descriverà il papiro 55001 di Torino, il più antico papiro con disegni erotici (XIV sec. a.C. circa), come un documento caratterizzato da “peintures d’une obscenité monstreuse”. E’ evidente che il grande egittologo francese utilizzava qui il termine oscenità già per indicare qualcosa che assomigliava molto alla pornografia.

Fu però l’archeologia, prima fra le scienze umane, ad appropiarsi del termine “pornografia”, e lo fece per esprimere ciò che improvvisamente non era più semplicemente “osceno” e che una improrogabile volontà di sapere rendeva necessario studiare, nominare, catalogare, per poi recludere nell’oscurità di un magazzino da museo. D’altronde già nel 1807 Friedrich August Wolf17, con la sua Darstellung der Altertums-Wissenschaft, aveva fondato le scienze dell’antichità moderne svincolandole dall’eruditismo di ascendenza umanistica e affidando loro il compito di creare un’antichità classica, e greca in particolare, che potesse far “rispecchiare” la modernità occidentale. Il progetto era ambizioso e presupponeva una “superiorità” della cultura europea su quella orientale da una parte, e la costruzione di un modello di antichità adatto al nuovo nazionalismo prodottosi in Europa a seguito della tempesta bellica napoleonica dall’altra.

Nel 1850 Karl Ottfried Müller18, nel suo manuale di archeologia e storia dell’arte antica (Handbuch der Archaologie der Kunst) riesuma il termine pornografia, rimasto inattivo per circa un cinquantennio da quando per primo ne aveva fatto uso Restif de La Bretonne, per identificare la massa di reperti con scene erotiche provenienti da Pompei. La città vesuviana veniva collegata in modo fondativo con questa nuova categoria del pensiero a cui si era deciso di dare il nome di “pornografia”. Con la pronta traduzione in inglese e francese del manuale, il termine divenne presto di dominio pubblico nell’ambito degli antichisti, archeologi e filologi. Per questo già nel 1857 la voce Pornography compare nell’Oxford English Dictionary19, ed è in base a questa diffusione negli ambienti accademici anglofoni e francofoni che anche in Italia il nuovo termine viene recepito, dapprima nell’ambito strettamente archeologico, cosicché nel 1860, in una Napoli appena espugnata da Garibaldi e con un Museo Archeologico affidato alla nuova direzione di Alexandre Dumas padre, il Gabinetto segreto diventa Raccolta pornografica, e successivamente nel campo letterario attraverso la poesia di Carducci20.

Anche in questo caso, proprio a partire dal discorso archeologico-classicista, si assiste ad una produttività discorsiva in ambiti di sapere e di azione differenti in singolare convergenza. Tra il 1851 e il 1853 Paul Lacroix, con lo pseudonimo di Pierre Dufout, pubblica la monumentale History of prostitution, dove il termine “pornography” appare in relazione alla prostituzione antica e alla pittura ellenistica a tema erotico. Nel 1857 viene promulgato nel Regno Unito il British Obscene Publication Act, un provvedimento che obbligava le autorità di polizia a confiscare e distruggere ogni pubblicazione “pornografica”21. Infine nel 1901, con il suo A problem in Greek Ethics, John Simonds22 “scopre” il problema dell’omoerotismo nella cultura greca, e nell’ambito di un testo dedicato sia ai sessuologi che agli antichisti si chiede se quel compito di “rispecchiare” la superiorità occidentale che le scienze dell’antichità, almeno fin dai tempi di Wolf, avevano affidato ai Greci ed ai Romani non potesse venir inficiato da questa anomalia rispetto ad un modello di antichità plasmato a misura di precise esigenze politiche e culturali moderne.

L’operazione pionieristica compiuta da Müller ha in sé qualcosa di significativo. L’archeologo tedesco riesumava un termine desueto, pornographia, perché gli mancavano le parole per esprimere qualcosa che prima non esisteva. La scelta cade su un vocabolo nascosto tra le pieghe di un autore per eruditi, come era e purtroppo è ancora Ateneo di Naucrati. Il naucratita utilizzava il termine pornographos per definire quei pittori di epoca ellenistica che per la prima volta nella storia dell’arte si dedicavano alla pittura di quadri, di tavole lignee, ritraendo nella loro nudità prostitute ed eteree. Si trattava forse in un termine tecnico, adatto a designare questi pittori da cavalletto, o forse di un neologismo. In ogni caso il termine non sembra aver avuto grande diffusione nella letteratura greca, tanto che è a noi noto esclusivamente attraverso la testimonianza di Ateneo.

Siamo nell’ambito dei quel balbettio di filologi che proprio a partire da questo momento traducono in italiano se da un originale latino, o in latino se da un originale greco, quei testi della letteratura classica la cui lettura era necessaria alla formazione dei giovani delle classi dirigenti europee, agli occhi e alle orecchie dei quali però si voleva celare quella dimestichezza con l’eros che caratterizzava alcuni testi, come Properzio, Marziale ecc. Dall’altra parte, come già si è accennato, lo sguardo si è fatto meno opaco. Ora lo sguardo rivolto verso le cose un tempo definite “oscene” è diventato lo sguardo affilato di un carceriere che misura le cose con il metro basculante del permesso e del proibito. E tuttavia il nuovo sapere delle scienze dell’antichità obbliga a conservare ciò che un tempo veniva distrutto.

Sappiamo che nel corso degli scavi di epoca borbonica a Pompei la maggior parte degli oggetti o dei dipinti ritenuti “osceni” venivano semplicemente distrutti, e lo stesso doveva essere accaduto per secoli a Roma, dove i reperti ritrovati casualmente nel tessuto cittadino andavano ad arricchire le collezioni private della nobiltà e delle gerarchie ecclesiastiche oppure ad alimentare le discariche della città.

A partire dalla prima metà del XIX secolo si impone un nuovo modello museale23. Se prima gli oggetti d’arte antica o la statuaria era collezionata da singoli esponenti dell’aristocrazia ora invece le nazioni europee, risorte con vocazione nazionale dal ventennio delle guerre napoleoniche e dalla rivoluzione francese, avevano bisogno di musei archeologici nazionali dove raccogliere, catalogare e mostrare al pubblico le antichità greco-romane. E’ questo il primo vagito di una borghesizzazione della società che troverà massima espressione nella Parigi dei passages24 e nella figura del flaneur.

E’ in funzione di questo nuovo pubblico borghese che gli altrettanto nuovi musei archeologici nazionali hanno bisogno di esporre le proprie collezioni, pur dovendo garantire gli occhi di donne e bambini da quell’oscenità, ora divenuta pornografica, che si riteneva destabilizzasse animi deboli come quelli di fanciulli e donne. Non bisogna dimenticare che è proprio in questo periodo che emergono la masturbazione infantile e l’isterismo femminile come problemi di natura sessuologica, psichiatrica, medica, morale, giuridica ecc25. Si tratta nel loro insieme di forme di soggettivazione finalizzate ad una segregazione dell’anormalità e alla penetrazione nella microfisica delle relazioni individuali. L’obiettivo era raggiungere ciò che prima non era raggiungibile, ovvero i singoli comportamenti dell’individuo in una inflazione di potere che veniva a formare un modello di società disciplinare e di normalizzazione. La pornografia, che segregava immaginari, e la sessuologia, che diagnosticava anormalità, costituivano i poli di un dispositivo che formava l’individuo, il soggetto della società delle norme.

Il comune denominatore di questi dispositivi di sapere-potere è il discrimine fra il permesso e il proibito, con la sistematica segregazione di quest’ultimo. E’ in questo quadro che viene a collocarsi l’emergenza della pornografia nelle scienze dell’antichità, chiamate vivamente a collaborare, in quanto ancora fondamentali per la paideia, alla formazione di una società “normalizzata”.

Come abbiamo già ricordato, dietro la nozione di “pornografia” si celava una volontà di sapere nuova, piuttosto estranea alla nozione precedente di “oscenità”. A Mantova i Gonzaga, secondo una prassi consolidata delle principali corti principesche del tempo, possedevano una collezione di oggetti “osceni” antichi, collezione alla quale Giulio Romano si ispirò per comporre le sedici incisioni a tema erotico note come Modi e posizioni d’amore, una raccolta che portò a termine nel 1524 Marcantonio Raimondi26. Siamo in un ambiente ancora lontano sia dai rigori controriformisti che da quelli successivi del dispositivo di sessualità: gli antichi sono ancora un modello sul quale formare l’uomo rinascimentale, ed è forse in questo senso che dobbiamo leggere la commissione da parte del Duca Federico Gonzaga a Jacopo Sansovino nel 1527 di una statua di Venere nuda da collocare nella propria camera da letto27.

I Sonetti lussuriosi composti da Pietro Aretino erano destinati ad accompagnare proprio le incisioni di Giulio Romano. D’altronde anche dal punto di vista letterario l’erotismo vive in questo periodo una sorta di nuova giovinezza rispetto alla letteratura classica antica. Oltre ad Aretino abbiamo La puttana errante di Lorenzo Venier (1531), oppure l’anonimo Dialogo di Maddalena e Giulia (1531), in cui venivano annoverate e descritte ben quarantaquattro posizioni sessuali differenti. Si tratta di opere nelle quali l’immagine della prostituta narrante è mutuata dalla figura dell’etera dialogante nei Dialoghi delle cortigiane di Luciano di Samosata, piuttosto che una figura inspirata da una ermeneutica confessionale, come lo saranno le esperienze letterarie della letteratura erotica del XIX secolo. Ed è proprio attraverso la ricezione cinquecentesca dell’opera di Luciano che in questi dialoghi possiamo osservare l’echeggiare lontano della manualistica erotica greca.

Tuttavia con il Concilio di Trento e la controriforma l’atmosfera cambiò decisamente. Il mercato librario venne sottoposto a rigida censura e i libri scandalosi, come quelli dell’Aretino, vennero messi all’indice. Tuttavia, nonostante la censura controriformista, i libri “lascivi” continuarono a circolare nei retrobottega dei librai, ed anzi fu proprio la diffusione della stampa a creare un pubblico di lettori o di osservatori di incisioni o libri a carattere erotico fra fasce di popolazione prima escluse da qualsiasi contatto con simili opere. E’ grazie a queste maglie larghe del controllo cattolico che poté diffondersi, ad esempio, La rettorica delle puttane (1642) di Ferrante Pallavicino, una sorta di best seller dell’epoca, tanto da essere tradotto in inglese nel 164828.

E’ in questo lungo periodo pre-pornografico, che è anche pre-sessuale, data la sua anteriorità rispetto all’emergenza del dispositivo di sessualità, che compare, in appendice all’edizione dell’Hermaphroditus, la raccolta di epigrammi erotici di Antonio Beccadelli detto il Panormita (1425), l’Apophoreta o De figurae veneris di Friederich Karl Forberg (1848), il primo studio di antichistica sulla materia erotica, tradotto nel 1882 dal latino in francese ad opera di Isidore Liseux con il titolo di Manuel d’érotologie classique e da questo momento noto come Manuale di erotologia classica29.

Nel 1884 il testo di Forberg venne tradotto anche in inglese. L’anonimo traduttore corredò il libro di una prefazione nella quale avvertiva il lettore del sentiero sul quale si stava incamminando intraprendendo quella lettura:

Forse è bene una volta per tutte sottolineare che il Manuale di erotologia classica è destinato esclusivamente a classicisti, giuristi, psicologi e medici. Coloro che, come supponiamo, vorranno utilizzarlo come strumento per suscitare sensazioni voluttuose rimarranno fortemente delusi. Mai è stato dato alle stampe un lavoro più serio di questo. Qui non non si trovano storie erotiche frutto di una mente malata, ma una fredda e scrupolosa analisi di quelle passioni umane che sono oggetto di scienza e che questa deve combattere e tenere a freno”30.

Raramente accade di poter leggere in così poche parole la chiarezza con cui un dispositivo di sapere-potere indica a sé stesso i campi di intervento e i saperi da interpellare. L’anonimo traduttore definisce qualcosa che è un campo d’intervento, il campo un tempo delimitato dall’oscenità e che ora bascula fra quest’ultima, la malattia mentale, la devianza sociale, l’anormalità fisiologica. A delimitare e contenere questo campo, che è evidentemente il campo di lì a poco occupato dalla pornografia e dalla sessualità, vengono convocati saperi e discorsi differenti: la medicina, la psichiatria, le scienze dell’antichità, il diritto ecc. Quello che queste significative parole indicano è una convergenza strategica di saperi e poteri che definiscono qualcosa che prima lo sguardo non percepiva (una prostituta per strada, la nudità di una statua, la pornografia di un testo), o nel caso fortuito in cui lo sguardo divenisse improvvisamente più acuto si provvedeva a rimuovere l’oggetto improprio.

Ora al contrario le scienze devono sapere, le amministrazioni devono governare conoscendo la popolazione nel dettaglio, la medicina ha ricevuto il compito di difendere la salute pubblica e per questo deve sapere cosa è normale e cosa non lo è. Le scienze dell’antichità, dal conto loro, non possono procedere con gli strumenti grossolani della censura, quella che magari prevedeva la distruzione immediata del reperto “osceno” appena estratto dal cantiere archeologico. L’antichistica e l’archeologia ora devono rubricare, studiare, e poi conservare, magari in un Gabinetto segreto. La delimitazione di questo campo basculante, che trova una sedimentazione e una fissità nel termine “pornografia”, è un campo del discorso particolarmente prolifico. A conferma del lato produttivo del dispositivo di sessualità31, la pornografia suscita discorsi piuttosto che reprimerli, alimenta saperi piuttosto che sedarli.

E’ attorno a questo campo che assistiamo ad una prolificità di narrazioni a carattere “pornografico” che orbitano attorno alla figura simbolica del soggetto confessante. Dal famosissimo Fanny Hill di John Cleland (1749), tradotto in tutte le principali lingue europee, all’autobiografia dell’ermafrodito Herculine Barbin (1874)32, scoperta per caso da Michel Foucault e dalla sua equipe al Collége de France in allegato al trattato di medicina legale di Ambroise Tardieu, assistiamo ad un vero profluvio di memorie, confessioni, autobiografie, vere o presunte, autografe o anonime33, tutte centrate sul vecchio modello della meretrice narrante, ma informate dall’emergenza di un nuovo soggetto narratore, che affida, anche se nella finzione di un testo letterario, qualcosa di sé ad una confessione, quasi a voler scoprire quell’arcano che cova nel sé e che i sessuologi e gli psichiatri ora chiamano sessualità, con le sue devianze e le sue normalità. La prolificità di questo discorso raggiunge testi appartenenti ad altri mondi ed universi. Nel 1850 viene tradotto in inglese il Giardino profumato, un manuale erotico arabo del X secolo, nel 1883 appare in inglese il Kamasutra, e infine nel 1885 viene tradotto, sempre in inglese, l’Ananga-Ranga, manuale erotico indiano del XV secolo34.

Assistiamo così al passaggio fondamentale da una memorialistica poetico-erotica di un Aretino, a quella pornografica, da un erotismo didascalico come quello di Ferrante Pallavicino, ad uno segregativo come quello sadiano. Sade e la sua opera costituiscono il culmine di questo processo trasformativo. L’erotismo nell’universo sadiano finisce congelato in una dimensione segregativa e produttiva. Da una parte l’immaginario del castello, con i suoi rigidi regolamenti e la sua ferrea disciplina, dall’altra la coazione ad una continua produzione di narrazione e immaginari di tipo sessuale e desiderativo. Questo doppio livello della discorsività pornografica sarà una costante per tutto il XIX e XX secolo.

Questa dimensione segregativa, che appartiene a discorsi e saperi differenti, da quelli scientifici a quelli narrativi, raggiunse, attraverso le nuove scienze dell’antichità, anche Pompei. Da antica città aperta all’ars erotica, Pompei si trasformò in città chiusa. Quando nel 1819 Michele Arditi35, conservatore dei reperti provenienti dagli scavi pompeiani presso il Palazzo Caramanico a Napoli, selezionò le opere “oscene” e creò un Gabinetto degli oggetti osceni chiuso al pubblico iniziava la lunga storia dei Gabinetti segreti che caratterizzò per quasi due secoli i principali musei dell’occidente. In realtà già 1794 il Museo Ercolanese di Portici possedeva una sala riservata alle antichità “oscene” e visitabile solo con permesso scritto36.

La stanza chiusa del museo napoletano divenne nel 1823 il Gabinetto degli oggetti riservati. Le le opere ivi contenute potevano essere osservatre solo da persone di specchiata moralità, mosse da puro interesse scientifico, e comunque munite di permesso firmato dal re. Un provvedimento questo che echeggia quell’esclusività affidata al sapere esperto che animava l’anonimo traduttore dell’opera di Forberg. Nel 1849, a causa delle polemiche che la sola esistenza della sala aveva innescato nelle gerarchie ecclesiastiche napoletane, il Gabinetto venne chiuso, e rimase tale fino all’arrivo di Garibaldi. Alexandre Dumas padre, nuovo direttore del museo, attribuì alla collezione il nome più moderno di Raccolta Pornografica, nome che ancora conserva. Ed è in questo momento che le opere vengono catalogate e studiate. Fiorelli, il grande archeologo italiano, succeduto nel 1866 alla direzione museale, scrive un catalogo delle opere caratterizzato da un lessico latineggiante, partecipe di quel balbettio con cui la scienza, sia questa la sessuologia o l’archeologia, affrontava qualcosa che doveva sapere, ma che allo stesso tempo evocava l’infamia di qualcosa che doveva rimanere celato. Ed è questo balbettio che costringe all’anonimato l’anonimo autore di Musée Royal de Naples, Peintures, bronzes et statues érotiques du Cabinet Secret, pubblicato in due tomi a Bruxelles nel 1876. Nel 1877 infine comparve un catalogo espressamente dedicato alla Raccolta Pornografica, il Musée Secret di Louis Barré, ancora oggi fondamentale per gli studiosi, dato che l’autore poteva osservare dipinti ed oggetti pompeiani ora distrutti o scomparsi.

La Raccolta pornografica però rimane chiusa a periodi alterni fra le guerre ed è solo nel 1967, a seguito della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, che la collezione apre definitivamente le porte al pubblico.

Questa breve storia genealogica della nozione di “pornografia” chiarisce, per contrasto, l’inapplicabilità di questa stessa nozione al mondo antico37. Ciò che caratterizza la pornografia, in quanto parte della produttività discorsiva ed immaginativa del dispositivo di sessualità, è una partizione profonda fra un permesso ed un proibito. La partizione ricopre i comportamenti e le leggi che li regolano. Tuttavia è una partizione anche dello sguardo, che possiede una capacità discriminatoria ignota allo sguardo dell’osservatore antico. E’ questo sguardo discriminatore che caratterizza d’altra parte il soggetto di desiderio moderno.

Questo soggetto, di matrice psichiatrica e freudiana, ha in sé una dimensione segregativa fondamentale. La libido è qualcosa che chiude il desiderio in una dimensione individuale e segregativa, lo imprigiona in un sé impermeabile all’esterno, se non nella forma della confessione-psicanalisi o nella dimensione dalla pulsione e della nevrosi. La pornografia, in quanto categoria dell’osservabile, ha in sé questa dimensione segregativa del desiderio, che mantiene inalterate le sue origini borghesi. Soggetto di desiderio e pornografia sono espressioni chiare dell’ascesa della borghesia a classe dominante nel XIX secolo.

I limiti, cronologici e argomentativi, che ci siamo prefissati per questo tentativo di archeologia della pornografia non permettono una analisi approfondita ed articolata della pornografia contemporanea38. Ci possiamo limitare in questa sede a qualche considerazione che riscontri, se possibile, continuità e discontinuità rispetto al tracciato genealogico fin qui seguito.

La pornografia contemporanea, iniziata con i primi film hard amatoriali degli anni Sessanta e poi trasformatasi in un vero e proprio genere filmico negli anni Settanta, comprende un vasto orizzonte di forme comunicative e di immaginari. Questa particolare espressione immaginativa, l’inserimento esplicito dell’amplesso in una narrazione filmica e visuale in genere, è stata attribuita alla categoria ottocentesca della pornografica perché era questa la categoria dello sguardo, del visibile e del non visibile, del permesso e del proibito in materia di comportamenti sessuali, che “naturalmente” la comprendeva e la rendeva nominabile ai poteri e ai dispositivi. Certo anche questo universo immaginativo ha subito enormi e fondamentali processi trasformativi negli ultimi cinquant’anni. Da originale settore della produzione cinematografica, che con il famoso Gola Prfonda (1972) di Gerard Damiano inaugurò quello che per vari decenni è stato il cinema a luci rosse, la pornografia si è trasformata in una produzione visuale confinata sul web, esente da qualsiasi necessità narrativa e totalmente finalizzata alla realizzazione di scene esplicite intese per il soddisfacimento onanistico del pubblico, prevalentemente maschile39.

Da questo punto di vista si può registrare una profonda trasformazione della stessa modalità fruitiva del materiale pornografico. Il passaggio dalla pellicola cinematografica al VHS prima, e al digitale della tecnologia 2.0 poi, ovvero il digital-turn in gergo tecnico, ha segnato anche un mutamento della diegesi filmica: da un originario intento narrativo, con tutta una serie di topiche narrative che informavano in vario modo i film hard, si è passati all’attuale intento espositivo, depurato da qualsiasi finalità narrativa, dove la concentrazione diegetica (wall to wall in termini tecnici) è confinata all’amplesso e alle sue infinite varianti. Questa trasformazione trova una forma paradigmatica nella cosiddetta tecnica del gonzo, introdotta dai registi di hard negli anni Novanta ed oggi imperante nel porno mainstream: la telecamera è in mano all’attore hard, che riprende in una soggettiva continuata l’interprete femminile. Si tratta di una tecnica filmica per la quale la figura del cameraman e del regista si confonde con quella dell’attore, e dove quella del pubblico si identifica con quest’ultimo. Una conflazione di figure che implica chiaramente il disimpegno da qualsiasi intento narrativo, a vantaggio di un totalitarismo dell’esplicito.

La pornografia contemporanea tuttavia a torto potrebbe essere definita come una forma comunicativa confinata all’intrattenimento sessuale del pubblico maschile. In realtà, come rilevato da numerosi lavori a riguardo, dovremmo parlare piuttosto di una banalizzazione dell’erotismo e di una saturazione delle politiche del corpo che attiene a vari campi della comunicazione visuale, dalla moda alla cultura pop, dalla musica alla pubblicità, tutti settori che hanno attinto e attingono tutt’ora dall’estetica e dall’immaginario hard per i loro prodotti. E’ per questa complessità di orizzonti che in ambito anglosassone, dove storicamente si è sviluppata la pornografia contemporanea e dove maggiore è stato l’impatto di mercato, è sorto un intero campo disciplinare sul porno e sulle sue espressioni, campo a cui si è attribuito il nome di Porno studies40.

Alla luce di quanto emerso nella nostra breve ricerca genealogica possiamo domandarci quanto oggi sia rimasto di quell’impianto disciplinare e normativo all’origine della nozione di pornografia. La pornografia, con il suo proliferare nel web o nei social, ha mantenuto inalterata la sua capacità di formare una microfisica del potere. Oggetto di controllo da parte di autorità e istituzioni, diventa uno strumento di penetrazione all’interno di famiglie, luoghi di lavoro ecc.. Le varie policies con le quali la navigazione su internet viene regolata per i minori, proprio in virtù del “pericolo” pornografico, è una chiara espressione di questa microfisica.

C’è poi un aspetto fondamentale della pornografia contemporanea: l’essere l’epitome della produzione del sé neoliberale. Attraverso l’infinità dei generi e delle varianti che le majors operanti nel settore dell’hard mettono a disposizione degli utenti sulle loro piattaforme sul web il soggetto produce e consuma una libertà di scelta che lo riconduce inevitabilmente ad una sessualità, ad una espressione del desiderio di tipo sadiano. Confinato fra le mura digitali del “vietato ai minori”, il castello di Silling della moderna pornografia riduce il desiderio ad una espressione individuale, dove i generi pornografici costituiscono i prolungamenti delle filie della sessuologia. Ancora una volta, ben lungi dal costituire i poli opposti di un conflitto, sapere sessuologico e espressione pornografica sono i prolungamenti di un dressage costruito da dispositivi per formare un individuo, “libero” in quanto capace di consumare la propria libertà di scelta nell’ambito di una dimensione neoliberale del sé.

In conclusione possiamo presentare questo dressage come una sorta di campo tripartito: pornografia, sessuologia e psichismo. Tre campi che presuppongono una dimensione segregativa del desiderio, che trova poi applicazione in una zonizzazione. Al red light district delle città contemporanee, la zona urbana destinata ad ospitare e confinare la prostituzione, corrisponde la zonizzazione degitale della pornografia attraverso i limiti imposti alla navigazione in internet, alla zonizzazione del “vietato ai minori”. Alla produzione di generi a cui si dedica la pornografia corrisponde la produzioni di devianze di cui si incarica la psichiatria: la retorica sulla pedofilia che anima il discorso pubblico attuale implica la costruzione di un soggetto anormale, a cui sia la pornografia sia la sessuologia forniscono i mezzi per definirsi come soggetto “deviante”. Infine alla produzione del sé come imprenditore del dispositivo neoliberale corrisponde il consumo di desiderio e la sostanziale banalizzazione di questi da parte del mercato pornografico con le sue infinite varianti ed offerte.

1Vedi James Davidson, Courtesans and Fishcakes: the Consming Passion of Classical Athens. Fontana Press, London 1997, p. 80. E’ forse a una di queste zone che Teofrasto fa allusione quando nei Caratteri parla di un “mercato delle donne” (Teofrasto, Caratteri, 2, 10).

2Teofrasto, Caratteri, 6,5.

3Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 50, 2. Sul passo aristotelico vedi Edward Cohen, Athenian Prostitution: the Business of Sex , Oxford University Press, New York 2015, p. 173.

4Dione Crisostomo, VII, 133.

5Per la teoria della moral zoning a Pompei e nel mondo antico in generale vedi Ray Laurence, Roman Pompeii. Space and Society, London 1994, Andrew Wallace Handrill, Public Honour and Private Shame: the Urban Texture of Pompei, in Timothy J. Cornell – Kathryn Lomas (Eds), Urban Society in Roman Italy, St Martin Press, New York 1995, pp. 39-62, Hans Herter, The Sociology of Prostitution in Antiquity in the Context of Pagan and Christian Writings, in Mark Golden – Peter Tooheey (eds), Sex and Difference in Ancient Greece and Rome, Edimburgh University Press, Edimburgh 2003. pp. 57-113.

6Cassio Dione, Storia Romana, 58,2,4.

7Vedi Antonio Varone, Nella Pompei a luci rosse: Castrensis e l’organizzazione della prostituzione e dei suoi spazi. in «Rivista di Studi Pompeiani», XVI, 2005, pp. 93-110, L’Erma di Bretschneider, Roma, in particolare pp. 105 e ss. Per un rifiuto del modello della zonizzazione di fondamentale importanza è Thomas McGinn, The Economy of Prostitutzion in the Roman World a Study of Social History and the Brothel, University Of Michigan Press, Ann Arbour 2004.

8Patria Constantinopolitana, 2,68. Vedi in proposito Hans Herter. The Sociology, cit, p. 112, e Thomas McGinn, The Economy, cit., pp. 93 e ss.

9 Vedi Thomas McGinn, The Economy, cit., p. 8.

10 Procopio, Anecdota, XVII,5.

11 Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano 2010.

12Vedi Thomas McGinn, Zoning Shame in the Roman City, in Christopher Faraone and Laura McClure (eds), Prostitutes & courtesans in the Ancient World, University of Wisconsin Press, Madison – London 2006 , pp. 161-176

13Judith Walkowitz, Sessualità periclose, in Georges Duby – Michelle Perrot (eds), Storia delle donne in occidente, L’Ottocento, vol.4, trad.it., Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 405-440.

14Vedi John Clarke, Roux-Barré e la costruzione culturale della sessualità, in Garcia y Garcia e Luciana Jacobelli (eds), Louis Barré, Museo segreto, Marius, Laurentino-Pompei 2001, pp. 4-9.

15Ateneo, Deipnosofisti, XIII, 567a.

16Vedi Joseph Omlin, Der papyrus 55001 und seine satirish-erotischen Zeichnungen und Inschriften, Fratelli Pozzo ed Torino 1973, p. 21.

17Vedi Giovanni Leghissa, Incorporare l’antico. Filologia classica e invenzione della modernità, Mimesis, Milano 2007.

18Vedi Walter Kendrick, The Secret Mmuseum: Pornography in Modern Culture, University Of California Press, Berkeley and Los Angels 1987, p. 11, e Barbara L. Voss, Sexual Effects: Postcolonial and Queer Perspectives on Archaeology of Sexuality and Empire, in Barbara L. Voss and Eleanor Conlin Casella (eds), The Archaeology of Colonialism: Intimate Encounters and Sexual Effects, Cambridge University Press, New York 2012, pp. 11-30.

19Vedi Lynn Hunt, Introduction: Obsecnity and the Origins of Modernity, 1500-1800, pp 4-48 in Lynn Hunt (ed.), The Invention of Pornography obscenity and the Origins of Modernity 1500-1800, Zone Books, New York 1993.

20Vedi Francesco de Martino, Per una storiadel genere pornografico, in Oronzo Pecere e Antonio Stramaglia (eds), La letteratura di consumo nel mondo greco-latino, Università degli Studi di Cassino, Cassino 1996, pp. 295-341, nota 9 p. 297.

21Vedi John Clarke, Roman Sex: 100 b.C. to a.D. 250, Abrams Pub., New York 2003, p. 10.

22Vedi Whitney Davis, Winckelmann’s Homosexual Teleogies, in Natalie Boymel Kampen, Bettina Begman, Ada Cohen, Page du Bois, Barbara Kellum and Eve Stehle (eds), Sexuality in Ancient Art: Near East, Egypt, Greece ande Italy, Cambridge Univ. Press, Cambridge 1996, pp 262-276.

23Vedi John Clarke, Roux-Barré, cit., p. 6.

24Vedi Vanni Codeluppi, La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Borighieri, Torino 2007.

25 Michel Foucualt, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, trad. it., Feltrinelli, Milano 2006, pp. 91 e sgg.

26Vedi Stefano de Caro (ed.), Il gabinetto segreto del museo archeologico nazionale di Napoli, Electa, Napoli 2000, p. 9.

27Vedi Paula Findelen, Humanism, Politics and Pornography in Reinassance Italy, in Lynn Hunt (ed.), The Invention of Pornograpjy Obsenity and the Origins of Modernity 1500 – 1800, Zone Books, New York 1993, pp. 49-108, p. 63.

28Vedi Sarah Alexandrian, Storia della letteratura erotica, trad. it., Bompiani, Milano 1994, pp. 135 e ss.

29Vedi Juan Francisco Martos Montiel, Sobre las tribadas: una traducion anotada del capitulo VI de manual de Erotologia clàsica (De figuris veneris) de F.K. Forberg, in Rosario Moreno Soldevilla – Juan Francisco Martos Montiel (eds), Amor y sexo en la literatura latina, Universidad de Huelva 2014, pp.199-220.

30Friedrich Karl Forberg, Manual of Classical Erotology (De figuris Veneris), Eng Tran. Goove Press, New York 1966. Foreword pp. VI – XVIII, p. VI. Si tratta della ristampa degli anni Sessanta dell’originale traduzione inglese del 1884, edita in edizione semiprivata in appena cento copie.

31Vedi Michel Foucault, La volontà, cit., pp. 69 e sgg.

32Vedi Michel Foucault (ed.), Herculine Barbin detta Alexina B. Una strana confessione. Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault, trad.it. Einaudi, Torino 1979.

33Vedi Enrico Badelino, Le scrittrici dell’eros. Una storia della pornografia al femminile, Xenia Ed., Milano 1991, pp. 88 e ss.

34 Sarah Alexandrian, Storia, cit. pp.253 e ss.

35Vedi Antonio de Simone, Storia del Museo e della Collezione, in Michel Grant (ed.), Eros a Pompei. Il gabinetto segreto del Museo di Napoli, Arnaldo Mondadori, Milano 1974, pp. 167-170.

36 Stefano de Caro. Il Gabinetto, cit., p. 10.

37Vedi Joan Hoff, Why is There No History of Pornography, in Susan Gubar e Joan Hoff (eds), For Adult Users Only. The Dilemma of Violent Pornography, Indiana University Press, Bloomington 1989, pp. 17-46.

38 Per le problematiche relative alla pornografia contemporanea mi permetto di rinviare al mio Alessandro Baccarin, Il sottile discrimine. I corpi tra dominio e tecnica di sé, OmbreCorte, Verona 2014, in particolare il capitolo Mondo porno: normatività dei corpi e dei desideri, pp. 77 – 124.

39Per uno sguardo d’insieme sulle trasformazioni della produzione pornografica recente vedi Pietro Adamo, Il porno di massa, Raffaello Cortina, Milano 2004, e Enrico Biasin, Giovanna Maina, Federico Zecca (eds), Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media, Mimesis, Milano-Udine 2011.

40Fondativo e seminale è stato in questo campo di studi il lavoro di Linda Williams, Hard Core, Power, Pleasure and the Frenzy of Visible, University of Caifornia Press, Berkeley-Los Angeles 1989. La stessa Williams è stata tra le fondatrici della rivista Porn Studies, periodico di riferimento per questo campo di studi.