Arms patriots, to arms

di Alessandro Baccarin                                                                                  arms-patriots-to-arms

Negli ultimi anni ad Hollywood echeggia una chiamata alle armi generale. Da quando il fallimento della Lehman Brothers e il sostanziale innesco di una crisi capitalistica strutturale ha reso chiaro a tutti, soprattutto ai cosiddetti poteri forti e alle élites statunitensi, che nessuna retorica, per quanto ben costruita, potrà mai riavvicinare i consensi delle masse alla governance di boards bancari, politici, finanziari ecc., un appello patriottico a difendere il modello del “self made man” e la connessa favola fondatrice della “terra delle opportunità” è stato recapitato a scenografi, registi e produttori. L’ora delle decisioni irrevocabili e del patriottismo militante ha indotto l’industria degli Studios a mettere in moto una sorta di spin-doctoring cinematografico, cercando di rianimare le languenti sorti di un modello capitalistico ormai in disfacimento.

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Photo courtesy of Franco Olivetti

Tre recenti pellicole confermano questa operazione di maquillage retorico: Joy di David Russell, Money Monster di Jodie Foster e The Big Short di Adam McKay.

Comune a questa triade filmica è il desiderio, esplicito piuttosto che latente, di spostare sempre di qualche metro le responsabilità della crisi, della povertà dilagante, della ripartizione sperequativa della ricchezza e del restringimento degli spazi di solidarietà. Se le attuali condizioni di vita collettive imposte dal capitale finanziario si fanno sempre più insopportabili per la maggior parte della popolazione mondiale, allora le responsabilità devono essere sempre delegate ad un marginale malfunzionamento del sistema, ad una esecrabile pratica corruttiva, oppure all’involuzione di un capitalismo che mantiene (apostasia per chi dica il contrario) inalterata la sua validità storica e morale di fondo. Il giustificazionismo trionfa.

Joy, l’ultima realizzazione di Russel, ci porta indietro ai “bei tempi andati”, quando il capitalismo era legato alla produzione di beni materiali (l’operaio massa e la fabbrica), alla produzione di bisogni (superflui), al “sano” consumo indotto da una nascente televisione commerciale (le televendite). Insomma si respira aria di buon tempo antico in questo film che narra la bislacca biografia di Joy Mangano, giovane inventrice del “mocho” e esempio fulgido di una vita esemplare, in termini neoliberali e americani. Nata povera, dotata di talento, riesce a diventare una imprenditrice di successo vendendo “mocho”, o stampelle con imbottiture di velluto, e altra amenità del genere. Gli sceneggiatori hanno tentato di tutto per rendere appetibile questa storia ideale di donna “che si fa da sé”, senza però ottenere risultati apprezzabili. La pur brava Jennifer Laurence è la maschera della donna che “ce la fa”, Bradley Cooper è la maschera del talent scout e del tycoon televisivo, e infine Robert de Niro è la maschera di de Niro, il quale a sua volta è la maschera del padre frustrato di una figlia di successo. Al termine delle due lunghissime ore di film ci si chiede cosa possa esserci di tanto interessante e appagante nell’inventare e vendere scope, stampelle ecc. Ci si consola forse nell’immagine di quel capitalismo dei bei tempi andati, che è il vero protagonista fantasma del film. Un capitalismo apparentemente generoso, capace di offrire una possibilità a tutti, un sistema perfetto di redistribuzione, se non di ricchezza, almeno di sogni. Sorge la domanda: la responsabilità per le miserie attuali ricadrebbero allora nell’allontanamento da quel modello? Domanda che ne invoca un’altra: chi ha deciso di fare profitto con la finanziarizzazione del capitale se non coloro che gestivano quel vecchio modello produttivista?

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Photo courtesy of Franco Olivetti

Money Monster di Jodie Foster ci catapulta nel duro mondo dei mercati finanziari attuali, con i loro cinici e algidi movimenti di capitali. Un mondo completamente digitalizzato, di cui abbiamo ormai perso definitivamente il controllo e che i brookers e gli analisti finanziari gestiscono, nel tentativo di far arricchire chi li segue (e loro stessi in primo luogo). Qui il modello patriottico, ma anche calvinista e protestante, della terra delle opportunità si trasforma in quello neoliberale del farsi imprenditore di sé stesso: ed è proprio questo il modello che segue Kyle Budwell, interpretato da Jack O’Connell, uno sfigato che affida tutto il denaro ereditato dai defunti genitori in un fondo di investimento, per vederlo poi andare in fumo nel giro di una notte. Nella società della deresponsabilizzazione, dove si licenzia via mail o si impone la povertà con la politica del pilota automatico, Kyle vuole trovare un responsabile. Lo trova nel camaleontico e istrionico Lee Gates, interpretato dal sempre troppo languido Clooney, conduttore di un seguito programma televisivo dedicato ai facili guadagni borsistici. D’altronde erano stati proprio i suoi i consigli, intervallati da ballerine in minigonna e da spot di dentifrici, che avevano spinto il disgraziato giovane al suo catastrofico investimento. Ne segue un film di suspence ben orchestrato, centrato sull’irruzione armata del giovane nel set televisivo di Lee, le trattative con la polizia e con la regista del format (interpretata da Julia Roberts), la ricerca del vero responsabile. Colpevole che alla fine si rivela essere lo scaltro Walt Camby (interpretato da Dominic West), gestore di un fondo di investimento, capace di far saltare titoli borsitici con un sottile lavoro di corruttela condotto sui fili di una globalizzazione che, da uno sciopero di minatori in Sudafrica, è capace di far impennare determinati titoli a favore di quei pochi che conoscono, o di fatto corrompono affinché accadano, quegli eventi. Ci si potrebbe anche divertire nell’elencare i reati finanziari commessi da questo finanziere (inside trading ecc.). Tuttavia nel recitare questo rosario di illegalismi non si giungerebbe mai al nocciolo delle responsabiltà. Come afferma Camby nelle ultime battute del film, la corruzione, la falsificazione e l’illegalità sono il mercato: così fan tutti, bellezza. Un adagio, questo, che nell’economia del film suona come una sostanziale deresponsabilizzazione: non è il mercato finanziario che produce miseria e sofferenza per molti e ricchezza e privilegio per pochi, ma è l’azione delittuosa del singolo, del corrotto, del criminale. Il sistema funziona, ma sono le mele marce che ne inficiano il funzionamento.

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Photo courtesy of Franco Olivetti

Medesimo giustificazionismo investe The Big Short, l’ultima realizzazione di Adam McKay. Anche in questo caso ci troviamo alle prese con le alchimie criminose della finanza di poco precedenti il famoso crack del 15 settembre 2008. In questo caso la crisi viene investigata attraverso tre storie parallele, quelle di tre gruppi di speculatori finanziari che scommettono sul collasso del mercato azionario legato ai mutui subprime statunitensi e che, in virtù della inesorabile legge del mercato, ovvero la scommessa, vincono quando l’intera economia mondiale cola a picco. Anche questa pellicola, che svela ai profani l’operazione criminale condotta sulla bolla dei mutui subprime statunitensi, invoca il giustificazionismo: se la grande crisi del 2008 è stata orchestrata da privati, ovvero dall’azione complice di banche di affari e fondi di investimento, e da autorità pubbliche (la Federal Reserve), è sempre uno scarto, un inceppamento, un malfunzionamento che corrode il capitale, mai la sua natura intrinsecamente criminogena. I personaggi vincono la scommessa, puntano sul crollo dell’economia mondiale, e ottengono dividenti miliardari. Una sorta di happy-end amaro, che tuttavia assolve sempre il sistema, lo salva dal disastro umano, oltre che economico, che la finanziarizzazione del capitale produce nel nostro presente.

Nell’assistere scoraggiati a questo sofferta difesa di uno stile di vita, quello americano, e di un dispositivo, quello capitalistico, si vieni colti dall’irresistibile desiderio di rivedere The wolf of Wall Street di Scorzese. Nel film è fin troppo chiaro come la frode sia il motore del mercato speculativo borsistico, e come la riduzione dei rapporti umani ad un puro rapporto utilitaristico (i brookers utilizzavano, frodandoli, i loro clienti, con la stessa etica dell’utile personale con la quale utilizzavano i corpi delle prostitute con cui spendevano i loro guadagni) sia la regola. Tuttavia cè un dialogo di questo film che è assolutamente indimenticabile e significativo. Si tratta della scena che ha per protagonisti il brooker rampante Jordan Belfort, interpretato da Leonardo di Caprio, e l’ineffabile senior brooker Mark Hanna, a cui Matthew McConaghey affida uno dei suoi straordinari volti. Alla chiusura di una giornata borsistica miliardaria, Hanna decide di festeggiare in un lussuoso ristorante di Manhattan, improvvisando sul tavolo del ristorante un piccolo corso di brookeraggio per il suo allievo Belfort. La lezione è fondata su pratiche di autostima, con tanto di pugno battuto ritmicamente sul petto, su insegnamenti spicci per una sana pratica masturbativa quotidiana, e infine sull’elevazione dell’utile personale ad unica bussola di comportamento. Al culmine di un questa lezione di autoimprenditorialità, un McConaghey raggiante, tra un martini e una striscia di coca, risponde alle domande del suo allievo:

Domanda: quando ottengo dei guadagni allora anche i miei clienti guadagnano?

Risposta: mai.

Domanda: ma esiste un modo perchè i miei interessi coincidano con quelli dei miei clienti?

Risposta; mai

A noi, ossidati veterocomunisti, piuttosto restii a ritenere che il capitale muoia delle sue crisi e abituati a vederlo sempre risorgere dalle macerie da lui stesso prodotte, questo dialogo appare come un esercizio filosofico. Una sorta di massima da tenere sempre a mente, una regola aurea che suona più o meno così:

Domanda: quando il capitale, finanziario o meno, guadagna, allora ci guadagniamo anche noi poveri sottoccupati, disoccupati, apprendisti, classe media pauperizzata, proletari, sottoproletari, immigrati, ecc.?

Risposta: mai.

Domanda: esiste una possibile convergenza fra gli interessi del capitale e quello di noi poveri disgraziati?

Risposta: mai.

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Photo courtesy of Franco Olivetti