Il “campo”, il razzismo di stato

Politiche di morte e governo della vita, II

 

Paolo Vernaglione Berardi

Nelle lezioni del Corso al College de France del 1976, dedicate al potere e alla guerra come matrice dei rapporti di potere, Michel Foucault introduce una nuova analitica che diverge dalle interpretazioni filosofico-politiche del potere. Mentre la teoria politica interpreta la sovranità come paradigma unico del potere, la genealogia storico-politica dei dispositivi disciplinari ci permette di vedere che non è tanto “il principe”, il sovrano, il re ad essere il luogo di costituzione e mantenimento del potere, quanto i rapporti tra gruppi classi, popolazioni nella storia dei conflitti e delle guerre. E ci fa comprendere che l’esercizio della sovranità è possibile a partire dalle distinzioni tra potere sovrano e governo. Il re regna ma non governa come il filosofo Giorgio Agamben ha dimostrato indicando la derivazione teologico-economica e non teologico-politica del potere sovrano[1].

Nel XVII-XVIII secolo appare una nuova meccanica di potere, incompatibile con i rapporti di sovranità «e che verte anzitutto sui corpi…che permette di estrarre dai corpi tempo e lavoro più che beni e ricchezza»[2]. Si tratta di un potere disciplinare che implica la sorveglianza e la costruzione e la dislocazione di istituzioni di controllo che hanno il fine di dominare la vita in maniera integrale. Continua a leggere “Il “campo”, il razzismo di stato”

La metafisica del boia

Kyle Harper, From Shame to Sin: the Christian Transformation of Sexual Morality in Late Antiquity, Harvard University Press, Cambridge (Ma) – London 2013

Alessandro Baccarin                                                                (pdf)

Nell’Atene e nella Corinto del IV secolo d.C., quando il cristianesimo era ormai religione di stato e degli imperatori, gli opifici delle due città greche producevano alacremente lucerne decorate con esplicite immagini erotiche. Queste immagini appartenevano ad un repertorio iconografico secolare, parte integrante di un ornamentale talmente abituale e tradizionale da risultare invisibile agli occhi dei pii abitanti del tardo impero romano.

D’altronde è solo nel V e nel VI secolo, quando i cristianissimi Teodosio II e Giustiniano avevano ormai trasformato, anche dal punto di vista normativo, l’impero in una entità totalmente cristiana, che le lucerne cominciano ad essere decorate con temi ornamentali squisitamente cristiani, a volte collocati, sul medesimo oggetto, accanto alle tradizionali immagini erotiche. Ad Efeso[1] tuttavia, proprio nello stesso periodo, ci si ostinava ancora a raffigurare sugli oggetti comuni in terracotta immagini di amplessi eterosessuali, con particolare predilezione per il coito da tergo, uno schema iconografico mutuato da quello utilizzato solitamente per raffigurare i rapporti omoerotici maschili, rapporti duramente repressi proprio da Giustiniano con una serie di provvedimenti normativi che, tra l’altro, prevedevano la castrazione per tutti coloro che fossero stati sorpresi in atti “contro natura”, compresi i vescovi. Continua a leggere “La metafisica del boia”

Il pensiero ad oriente

François Jullien, Entrare in un pensiero. Sui possibili”  dello spirito, a cura di M. Ghilardi, Mimesis, Milano-Udine 2016.

 

Giuseppe D’Acunto                                                                        (pdf)

Giunto a una fase avanzata del suo lavoro di filosofo e di sinologo, Jullien con questo libro ritiene sia arrivato, per lui, il momento per porsi la questione in cui si riassume la motivazione che ha animato la sua intera impresa scientifica: questione il cui ricorso è giustificato anche in sede speculativa, se è vero che il problema del cominciamento può essere accostato solo a cammino già iniziato e retrospettivamente. La strategia che egli intende seguire non è, però, quella di partire – cartesianamente – dal dubbio. Quest’ultimo presuppone, infatti, sempre qualcosa preliminare a esso: qualcosa che, sfuggendo, in quanto indubitabile, a qualsiasi possibilità di presa, ci tiene prigionieri nella pastoie del suo impensato.

Inoltre, si dubita sempre nella propria lingua e nel quadro delle proprie coordinate concettuali, per cui, in tal modo, il gesto che si produce non è mai interamente critico e impregiudicato. «Dubitare ci lascia ancora presso di noi. Di ciò che non sono in grado di dubitare, ovvero ciò di cui non mi immagino neppure di dover dubitare, potrò rendermi conto solo incontrando un altro pensiero: spiazzandomi, dissociandomi dalle aderenze insospettate del mio pensiero» (p. 9).

“Entrare” in un pensiero diverso dal nostro – ma “entrare” è, in qualche modo, sempre introdursi in un ambiente a noi inizialmente estraneo – significa, così, produrre uno “scarto” all’interno di esso, capace di farci scoprire come pensiamo e come dubitiamo: di farci riflettere sulle nostre domande, nonché su ciò che le ha rese possibili e ce le fa ritenere indispensabili. Continua a leggere “Il pensiero ad oriente”