Dalla guerra delle razze al razzismo di stato Due libri ci dicono ciò che accade

                                          Hannah Arendt

Il razzismo prima del razzismo

Castelvecchi editore

pp. 76 – 9,50 €.

                                                                                                         I confini dell’inclusione

La civic integration tra selezione e disciplinamento dei corpi migranti

a cura di Vincenzo carbone – Enrico Gargiulo – Maurizia Russo Spena

DeriveApprodi editore – pp. 204 – 20,00 €.

di P.V.B.

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Con puntualità due case editrici, Castelevecchi e DeriveApprodi, mandano in libreria, l’una un saggio seminale di Hannah Arendt del 1944, Race-Thinking before Racism, l’altra un importante studio a più voci sulle recenti strategie di respingimento, detenzione e disciplinamento dei migranti in capo ai Ministri dell’interno in Italia e ai governi degli stati dell’Unione Europea, I confini dell’inclusione.

Nel profondo silenzio che circonda le centinaia di morti che solo negli ultimi due anni sono sepolti nel cimitero Mediterraneo, tra le coste della Libia, la Valletta e il Canale di Sicilia, la sola presenza di testimonianze novecentesche del senso comune europeo sugli stranieri contribuisce alla ricostruzione di un movimento storico-politico che non si arresta alla discussione critica intorno alla recrudescenza del sovranismo xenofobo e alla produzione neoliberale di “corpi docili”, ma che, seguendo i flussi reali di persone in fuga dalle guerre africane e mediorientali ingaggiate dall’occidente, infrange obblighi e divieti di decreti governativi criminali. Continua a leggere Dalla guerra delle razze al razzismo di stato Due libri ci dicono ciò che accade

L’Haschisch di Benjamin da L’erba voglio n° 22, ottobre-novembre 1975/quieora.ink

 quieora.ink  n°13

di Gianni Carchia

In nulla, forse, il carattere irriflesso, meccanico, delle pratiche e delle definizioni correnti dell’esperienza dell’haschisch si tradisce più scopertamente che nell’ambiguità di determinazioni che ora la costituiscono a momento di ampliamento della coscienza, ora, a rovescio, ne fanno il luogo di una fuga dagli angusti confini di questa. È proprio attraverso tale duplice e divaricata individuazione – come sfrangiata, variopinta bordatura oppure come vuoto, oscuro buco del tessuto dell’esistenza – che le forze dell’ebbrezza, neutralizzate o riconosciute dalla ragione, vengono piegate a prolungare e a coprire ancora sempre, in quanto entità larvali, mere ombre, la rocciosa durezza del reale. La registrazione e l’osservazione che di quelle forze ha compiuto, sul finire degli anni venti e poi fino alla morte Walter Benjamin (Ueber Haschisch, Frankfurt a.M. 1972), stanno sotto un diverso, più complesso segno. Il suo significato profondo è racchiuso nella lettura e nella decifrazione delle rischiose illusioni latenti in questa, come egli la definisce a proposito del surrealismo, «propedeutica dell’illuminazione profana». Illusioni che non consistono, secondo quanto volgarmente si crede, nel contorno preteso «artificiale», evasivo o supplementare di tali esperienze, bensì, e all’opposto, proprio nella spregiudicatezza e nel realismo chiusi e soddisfatti dentro cui, per consolarsi del disincantamento mondano che va producendo attorno a sé, rischia ad ogni passo di precipitare il loro soggetto.

È, infatti, quello dell’haschisch, in Benjamin, anzitutto e squisitamente, un esercizio di sobrietà. Piccino vi ridiventa il soggetto, incapace di disporre delle cose, alle quali per la prima volta ora sa rivolgere una parola tenera, uno sguardo amoroso, ora che esse gli si fanno lontane, inafferrabili, ed egli, disintossicato dalla premura di soltanto usarle, con occhio limpido scorge – quasi speculativamente – dietro la loro quotidiana pseudo-naturale datità, umanità congelata, dietro il loro ordine rigido, all’apparenza innocente, stregamento e malìa. Nello sforzo dell’ebbrezza – come dell’haschisch altrettanto del pensiero – dove il soggetto sfiora la sua iscrizione al tempo stesso più aperta e più segreta, la sua sorgente e radice naturale, le cose gli rispondono con l’eco del lamento per la loro vita soffocata. La loro anima, la loro sensibilità, la loro voce, ciò che è sempre paralizzato dalla boria e dall’idealismo dell’Io della realtà – esaltato stregone -, si sciolgono e si ridestano a mano a mano che, dentro il cuore dell’esperienza mimetica, quell’Io si abbandona e si concede. Il primo segnale del loro risveglio – l’alone improvviso che le circonda e isolandole, allontanandole in questa aurea, le sottrae al dominio umano proprio mentre svela come suo prodotto la loro ornamentale, feticistica doppiezza – è così, insieme, quasi un riscuotersi dell’Io dal suo lungo sogno di onnipotenza. Lontano dall’essere – come vuole non per caso il convenzionale equivoco – delirio e trasfigurazione ennesima e suprema fantasmagoria d’una realtà per altro invariabile, questa ebbrezza disillude per sempre; è trasparente, asciutta, inflessibile. La sua lingua è la prosa, il suo colore la malinconia e la tristezza. È, più che in ogni altra cosa, essa s’annida nella solitudine.

Ma è all’estremo di tale lucido disinganno, nella purezza ossessiva di uno sguardo che ha ormai imparato a togliere gli oggetti dai loro consueti astucci, ad estrarli dalle loro ostinate gerarchie, è qui, nell’ebbrezza scettica di chi sovrano maneggia, come un’arte, il dono di riconoscere l’eguale nel diverso, e poi il diverso nell’eguale, che si nasconde l’insidia più profonda. L’Io sapiente che, immerso nell’estasi profana, ha realizzato con il disgelo del mondo il riconoscimento angoscioso della propria povertà e della propria finitudine è esposto, proprio in ultimo, alla seduzione di un’irresponsabile accecamento. Esile e fragile – ne è testimonianza la misantropia che assapora il privilegio di tale condizione – è la linea che ad ogni istante separa l’affezione del soggetto ebbro verso la sua nuova chiaroveggenza della quotidiana droga dello scetticismo e della disillusione. E varcarla sa soltanto colui che, perseverando nella sua ebbrezza, la conduce fino a quel punto dove si spezza quest’ultima e più sottile fra tutte le magie, quella del disincanto. È in tale insistenza, in questa, per così dire, ultraebbrezza, capace nel drogato di allentare la sua solitudine e di sottrargli l’agre, ma compiuta ingenuità della sua ruvida, esatta conoscenza del mondo, che cresce e si costituisce per Benjamin, quella forza di «convertir la ragione in passione», che il giovane Leopardi diceva essere la forza dalla quale «la nostra rigenerazione riprende» come «da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci riavvicini alla natura» (Zibaldone, 294, 115).

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Apocalypse now J.L. Godard e il libro di immagine

di Daniela Turco

da Filmcritica n°687/688

Quando un film di Jean Luc Godard appare tra i film in competizione al festival di Cannes, come è accaduto più volte nell’ultimo decennio, non ci si aspetta mai niente di meno del miracolo che si rinnova puntualmente per ogni suo film, per la potenza con cui ogni volta viene rimesso in questione lo stesso atto di creazione, che viene sempre radicalmente rifondato in una nuova forma, letteralmente davanti agli occhi di un testimone/ spettatore/critico chiamato a compiere un lavoro militante, difficile al limite dell’impossibile: dagli ultimi film di Godard si esce contemporaneamente elettrizzati e stravolti, senza fiato, come dopo una corsa a ostacoli. Continua a leggere Apocalypse now J.L. Godard e il libro di immagine