da Obscurandum

Fabio Strinati

Obscurandum è un’opera poetica che vive all’interno del suo cantuccio d’ombra, che si nutre del suo stesso significato anche quando sembra sfuggirgli in un battito di tempo. L’idea nasce come da uno schioppo di fucile o meglio, come da uno schizzo di luce improvviso sul parabrezza. I versi che compongono l’opera, prendono forma attraverso un percorso che nasce perché costretto a materializzarsi, identificandosi in una forma ben definita. Un tragitto ben delineato fin dal suo inizio: un evento, una scossa, un colpo di frusta, una spallata… (pdf. Obscurandum – integrale).

…Siamo invischiati dentro un’ora di tempo

e giacché vita si mostra nell’istante

in cui viene sottratta l’aria al suo bavaglio,

pensiamo alla percezione o illusione

di cosa senilità ci dica piangendo

avvolta in lacrime di pioggia.

Siamo i nostri ricordi:

materia conchiusa in una frase

che nell’immediato, spesso si sfarina

ma che nel sapido pensare assòlve,

il suo compito ch’è quidditate ( in parte )

di un atlante che si modifica

senza scegliere la scelta.

Il momento è a volte resupinus, giace e poi,

si sbroglia allorché pensiero d’anguilla

rapido s’insinua. Inedita l’idea è avvoltolata

all’ombra di se stessa, come il serpente contorto

lento si srotola appiattato, frutto del guizzo

suo pensiero capitanio, scintilla riposta

nel suo schizzo condottiero. Momentum,

frazione remuneratoria che da una lenza

vi deriva, come ogni sentimento

risorge e si risveglia privo di vergogna,

seppur vive internato nel suo lume di vita,

vive a sua volta ai bordi di un palato fine.

L’esito che dà certezze sempre, della battaglia,

l’unica che regna eterna dove il mondo

si nutre di una guerra spesso ringuainata (riciclata),

è soltanto l’amore, che vi potrà subvenire.

 

Mera e benevola è la volontà di agire,

quando resolutezza

ha padronanza dei suoi mezzi, agévoli, snelli,

durévoli nel tempo destinati a rallegrarsi,

qualsivoglia timbro e tonalità, o colorito

dell’istante che sembra talora latitare,

come per taluni, l’inanità della misologia

riposta con sapienza nel Fedone.

Cosa possiamo disconoscere

senza comprensione, se non l’ammirazione

per il dubbio dove con certezza de intro

vi risiede la verità o il suo indubbio benessere?

Cos’è veramente irriconoscibile

se non l’idea quando si sforma a causa

di qualsiasi inclinazione?

 

Momenti come giusta ispirazione. Fatti,

che compiono un tragitto per dovere,

che incidono, pur assottigliandosi a mano a mano

nel momento in cui pure l’albatro con la podràga,

riesce ad alzarsi in volo col peso dell’autopalpazione.

Volontà intesa come corollarium

assortito di pace e sofferenza. Attingere dal pratico

o per pretesa di cognoscere l’astuzia,

come preludio o ciò che debba dirsi giusto,

il faro del cavillo, o l’apotheosis della scelta.

 

Poter vedere l’inconveniente

dietro al suono di una eco, col pensiero mordace

di far risuonare la campana alla domenica

o poter capire cosa ci sia dietro un epigramma

finché al di là del verso, si celi un’ombra

saggia e letterata come in un partèrre

di odori ringalluzziti dagli elogi.

Poter capire la lìbera pazienza:

sentire oltre la dogana, aquile libere

volare fra il letargo di una folla

e lo spiraglio seppur sibarìtico,

di un risveglio nell’aria o il cadere

di una ghianda.

 

Siamo come in mezzadria,

l’altra metà o la prima scelta; vino di Falerno

o l’antico Abbuoto (quest’ultimo

per festeggiar la morte di Cleopatra) ,

che di color rosato si tinge

e col passar del tempo, pure la morte

invecchia e mai che si stranisce!

Siamo soliti pensare all’aldilà come a un luogo

di anime che vivono ignare

di un mutare fisico a causa dell’infrolliménto.

Pensiamo all’abbellimento di un colore

scuro in viso, come monetato, o per noncuranza,

un posto doppio deplorevole e troppo

presto sotterrato!

 

Cosicché tacere sembra meglio quando

soprattutto spirito atterra o è già atterrato:

finità essotèrica distribuita coi volantini

fragili dell’esperienza, per accapararsi

voti nella sfera empirica ancor prima

della circostanza stessa, o il sapere

come resultato ultimo per una dignità

che alberga in noi,

fiera della sua stessa esistenza.

Identità a volte rovesciata, come l’inchiostro

sulla carta. Estranea,

tutt’al più impregnata della sua epoca

ostile perfino al suo schema biòlogico;

e tace l’anima perché indivisa,

ma che rabbuia quando viene usurpata.

Aspetti che in disamina appaiono minuti

quando in un angolo dialettica

viene con cura riposta, o in un buco

per topi, solertemente incastonata!

Pensiero (di pochi?) è quando la vita a noi coetanea

viene allenata nel respectus dell’ “ essere “ ,

quando l’ipòtesi è più breve

dell’intuito che rapido sfugge all’indagine

perché in origine già contaminato!

Pensiero che s’interroga

dopo aver esclamato al mondo (in pausa!)

la sua esistenza e non, l’impeto diabolico

della furtiva causa come duttile aspetto

finanche dal suo punto aeque distans,

spesso malagévole dal suo punto di vista oscuro,

seppur privilegiato.

 

Sennonché tacere mi soffoca la gola,

quando parlare è l’unico rifugio

dove linguacciuto è il modo, ormai adulto,

per sua natura inappagabile

come da un pugno, escono dal palmo

le parole non ancora adoperate. O da un grembo,

la mercede che alla vita si dà sulla parola

mentre per l’amore della vita stessa e del suo rango,

in atto il lenocìnio o ciò che logora

una gola già deforme al buio,

perché restìa è la voragine assetata,

o chi si consola del suo posto natìo

assolato e stanco.

 

Né monche né farlocche, sono le dita

che muovono i fili nell’offuscamento

del momento. Non v’è nessuna scelta,

né un dolore si attenua quando repulsione

si mostra attraverso la sua inclinazione,

a costoro, a chi nel chiariménto

pretende di sguazzare. Non v’è certezza,

non vi sono scelte appetibili, alcunché

all’infuori di una disputa,

o la sua dubbia origine possa nella propensione

disapprovare con elogio una premessa.