Dalla guerra delle razze al razzismo di stato Due libri ci dicono ciò che accade

                                          Hannah Arendt

Il razzismo prima del razzismo

Castelvecchi editore

pp. 76 – 9,50 €.

                                                                                                         I confini dell’inclusione

La civic integration tra selezione e disciplinamento dei corpi migranti

a cura di Vincenzo carbone – Enrico Gargiulo – Maurizia Russo Spena

DeriveApprodi editore – pp. 204 – 20,00 €.

di P.V.B.

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Con puntualità due case editrici, Castelevecchi e DeriveApprodi, mandano in libreria, l’una un saggio seminale di Hannah Arendt del 1944, Race-Thinking before Racism, l’altra un importante studio a più voci sulle recenti strategie di respingimento, detenzione e disciplinamento dei migranti in capo ai Ministri dell’interno in Italia e ai governi degli stati dell’Unione Europea, I confini dell’inclusione.

Nel profondo silenzio che circonda le centinaia di morti che solo negli ultimi due anni sono sepolti nel cimitero Mediterraneo, tra le coste della Libia, la Valletta e il Canale di Sicilia, la sola presenza di testimonianze novecentesche del senso comune europeo sugli stranieri contribuisce alla ricostruzione di un movimento storico-politico che non si arresta alla discussione critica intorno alla recrudescenza del sovranismo xenofobo e alla produzione neoliberale di “corpi docili”, ma che, seguendo i flussi reali di persone in fuga dalle guerre africane e mediorientali ingaggiate dall’occidente, infrange obblighi e divieti di decreti governativi criminali.

Una saggistica puntuale nel creare un confronto tra la memoria del “campo” e le strategie dello sterminio nel continente europeo può far luce sulla miserabile dissoluzione dell’Unione Europea ad opera di quelle migrazioni che gli Stati tentano di bloccare con intensità sempre maggiore dal 2014.

Il profilo dei due testi è genealogico. L’articolo di Hannah Arendt ricostruisce il pensiero differenzialista tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, a partire dalle rivendicazioni della nobiltà francese di fronte a Luigi XIV – pensiero che trova giustificazione negli storici dell’aristocrazia negli anni che precedono la rivoluzione.

Nella serie di saggi che compongono il libro dedicato alla cosiddetta civic integration, ottimi ricercatori sociali come Maurizia Russo Spena – impegnata da anni sia nello studio analitico delle norme e delle concrete condizioni di profughi, rifugiati e migranti “regolari” che nell’attivismo – Vincenzo Carbone e Enrico Gargiulo, approntano un vero e proprio manuale informativo e di riflessione intorno alle drastiche trasformazioni che in particolare il governo italiano ha impresso all’ “emergenza migrazioni”, dopo la “minaccia di invasione” dei profughi nel 2015.

I due libri consentono dunque di tracciare una genealogia del razzismo all’interno della guerra ai migranti che le politiche statali e sovranazionali combattono dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, sostenuti dall’ipotesi storico-politica tracciata da Michel Foucault nel Corso al Collège de France del 1976, “Bisogna difendere la società”.

Alla metà degli anni Settanta Foucault affronta la questione del potere e dei rapporti tra potere e “discorsi”, tra forze e retoriche, tra saperi e pratiche di resistenza. La questione conosce un prolungamento ed un ampliamento nel corso dedicato a Sicurezza, territorio, popolazione, il cui fuoco si sposta dall’analitica del potere alle procedure storiche di iscrizione delle norme nel concreto funzionamento dei diversi poteri all’opera nelle società dalla fine del XVII secolo.

Foucault incontra qui la guerra come l’inevitabile storico in cui si costituisce l’Europa, e di cui la storiografia restituisce, come Nietzsche aveva indicato, i conflitti tra diverse interpretazioni e distingue la storia memorabile delle continuità del potere sovrano, la memorialistica degli annali “che serve a rafforzare il potere”, e la storia della guerra delle razze che, criticando le prime due letture, mostra come nell’edificare gli stati nazionali sono le guerre e i rapporti di potere determinati dalle guerre a realizzare le cosiddette civiltà e i processi di statizzazione.

In particolare le guerre tra razze che scoppiano tra ceti, gruppi e strati di popolazione all’interno degli stati allo scadere dell’epoca medioevale sono le manifestazioni operative del paradigma del conflitto. Il profilo della guerra tra le razze, cioè i conflitti tra aristocrazia, monarca e Terzo Stato o, in Inghilterra, tra aristocrazia fondiaria e levellers all’epoca della prima rivoluzione, è adottato da storici conservatori e reazionari che, secondo Foucault, istituiscono un modello di storia politica non legata al potere e alla sua glorificazione, ma dedicata a rintracciare le origini più o meno nobili dei popoli dominati da “stranieri”.

Al contrario secondo Arendt la storiografia elaborata da Boulainvilliers, Buat-Nançay, Brequigny, il cui modello è ripreso negli anni Quaranta del XIX secolo da Auguste Thierry nell’identificazione di classi e razze, costituisce il precedente delle vere e proprie ideologie razziali del XX secolo, pur essendo distinte da esse come un apparato teorico può distinguersi da un senso comune razializzante.

Per Hannah Arendt il razzismo prima del razzismo consiste in alcune idee di alcuni “predicatori scientifici” che hanno manipolato i saperi, soprattutto biologici, e che tuttavia non sono in prima istanza responsabili dell’ “ideologia razzista”. Sono stati invece alcuni storici che hanno erroneamente considerato «conclusioni filologiche o biologiche come cause invece che come effetti di scienza».

Un pensiero razziale nasce nel momento in cui «i popoli d’Europa avevano preparato e in certa misura realizzato, il nuovo Stato nazionale». L’istanza razziale dell’aristocrazia francese in Boulainvilliers consisterà dunque nell’aver concepito non una ma due nazioni – una nobile di origine germanica – l’altra popolare, di origine gallo-romana, che avrebbe dato vita all’alleanza tra monarca e terzo stato.

Nell’opera di Boulainvilliers, come Foucault evidenzia, è comunque il tema della conquista ad emergere e il riferimento alla tradizione della guerra di conquista permette di rivendicare la guerra tra le razze come fondamento della costituzione nazionale. Ma mentre per Arendt la sequenza degli storici reazionari, da Montlosier fino a Gobineau e Burke, riproducono lo schema del conflitto tra nobiltà e borghesia riferendosi alle origini germaniche dell’aristocrazia in opposizione a quelle “latine” del popolo, per Foucault non è tanto la guerra di classe dei vecchi ceti ad esser promossa nella genealogia storica degli aristocratici del XVIII e del XIX secolo, almeno non in prima istanza, – quanto la rivendicazione di un’identità anti-statale e il recupero di una tradizione anti-monarchica e anti-nazionalista.

In questo senso Foucault può dire che, a differenza della tradizione filosofico-politica che fa iniziare tutto da una teoria della sovranità e che interpreta i conflitti in termini di ideologie, la genealogia storico-politica riscoperta da Boulainvilliers e che si ritrova in Montlosier e Thierry si riferisce a rapporti di forze e a conflitti di potere tra soggetti diversi dal sovrano. Alla tradizione della teoria politica che allinea Machiavelli, Hobbes, Spinoza, si oppone un discorso storico-politico in cui l’analisi dei rapporti di forza che fino a tutto il XVI secolo era appannaggio del principe e del re, diviene un sapere esteso ad altre classi, gruppi, ceti che contribuiscono a costruire la nazione e un campo storico-politico di interpretazione del potere.

Il potere non è la totalizzazione dei rapporti di forza in capo al sovrano, né è la sola determinazione dei rapporti economici tra classi. E’ piuttosto il gioco composto nell’insieme dei rapporti di potere, il cui dominio è quello della guerra e il cui orizzonte è la conflittualità permanente. Così «piuttosto che chiedersi come il sovrano appare al vertice, bisognava cercare di sapere come, poco a poco, si sono progressivamente, realmente, materialmente costituiti i soggetti…a partire dalla molteplicità dei corpi, delle forze, delle energie, delle materie, dei desideri, dei pensieri, ecc…».

Ecco allora che il razzismo come guerra delle razze che Arendt e Foucault assumono rispettivamente nello svolgimento pre-scientifico del positivismo e nella trasformazione di una “anatomo-fisiologia materialista” in un biologismo pre-Darwin, sarà per Arendt causa del razzismo di Stato nel momento in cui «il pensiero razziale inglese come quello tedesco…nasce dal desiderio di estendere i vantaggi degli standard aristocratici a tutte le classi e che fosse nutrito di un autentico sentimento nazionale»; e sarà per Foucault l’effetto della moderna tecnologia di bio-potere che investe i corpi e la popolazione. Così «…si enuncerà il fatto che dobbiamo difendere la società contro tutti i pericoli biologici di quell’altra razza, di quella sotto-razza, di quella contro-razza che, nostro malgrado stiamo costruendo».

Questa premessa appare tanto più necessaria quanto più oggi il razzismo di Stato mette in causa le società europee, i sovranismi come gli europeismi, prima che “l’altro”, “lo straniero”, il nomade. Ed è ancora in Foucault che troviamo l’indice di descrizione delle attuali tecnologie di governo: «…a partire dal momento in cui lo stato funziona sulla base del bio-potere, la funzione omicida dello stato stesso non può essere assicurata che dal razzismo che rappresenta la condizione in base alla quale si può esercitare il diritto di uccidere».

Il fallimento dell’Unione Europea in corso dal 2014 quando governi e media paventavano, moltiplicandolo, il “rischio invasione”, trova ragioni più concrete nelle trasformazioni del diritto dei paesi dell’Unione che nelle differenze culturali e linguistiche dei paesi d’origine delle migrazioni. Come indicano i saggi raccolti nel testo dedicato alla cosiddetta civic integration, nell’esame del diritto e nei diversi passaggi giuridici che dalla fine del secolo scorso producono discriminazione, coercizione e immiserimento dei diritti individuali dei migranti, possiamo osservare la progressiva devoluzione del continente europeo. Il caso dell’Italia, vero laboratorio di sperimentazione normativa, è esemplare, e vi possiamo leggere le tappe del trattamento riservato ai migranti.

Nel 1998 la legge 40, “Turco-Napolitano” istituisce i Centri di Permanenza Temporanea che fin da subito assumono la realtà di centri di detenzione per chiunque giunga in Italia da “irregolare” e diventano il modello di reclusione adottato da molti paesi europei.

Nel 2002 la legge “Bossi-Fini” istituisce i Centri di Identificazione, legalizza la detenzione di migranti e richiedenti asilo violando la Convenzione ONU sui rifugiati e sancisce l’espulsione con accompagnamento alla frontiera, l’ottenimento del permesso di soggiorno legato ad un lavoro effettivo, l’uso delle impronte digitali e l’uso delle navi della marina militare per contrastare “l’immigrazione clandestina”. L’edificazione dei CIE e la definitiva criminalizzazione degli stranieri, iniziata con la legge Turco-Napolitano che confluisce nella legge del 2002, opera la separazione tra migranti “buoni” e “cattivi”, regolari e irregolari, possibili cittadini e criminali, – separazione che si riproduce all’interno dello stato tra cittadini con pieni diritti e marginali, pericolosi, anormali.

Dopo l’ 11 settembre gli atti normativi si militarizzano fino a culminare nel 2007 nella Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione, preoccupata di fronteggiare il rischio del “terrorismo islamico” attraverso la “soglia di tolleranza e sicurezza”. Le retoriche pubbliche sono incentrate su “quanti muslims possiamo accettare” e questa nuova codifica simbolica degli stranieri, sia residenti che immigrati, incide fortemente sulla piega etica della presenza, delle posture, dei costumi e delle abitudini e riti delle popolazioni immigrate. Il provvedimento da stato etico del Ministro degli interni Amato cerca infatti di «assimilare ad un sistema di valori le diversità percepite conflittive, ripiegando sulle rispettive identità presunte comunità nazionali e comunità straniere». L’adesione ai valori è misurata attraverso un vero e proprio muslim test, il cui effetto è la costruzione di artificiali comunità etniche.

Nel 2009 con il “pacchetto sicurezza” (Legge 94) del ministro Maroni si attua il passaggio dello straniero dallo status di soggetto di diritto a quello di individuo condizionato e garantito dal permesso di lavoro. Così, la prima selezione di “indesiderabili”, potenzialmente criminali, avviene nei paesi di partenza e non di sbarco, mentre la selezione dei residenti potenzialmente pericolosi per la civile convivenza comprenderà in maniera informale attivisti, reti di movimento, studenti e giovani nelle strade e fuori dai locali della movida. La filosofia alla base della securizzazione del territorio urbano, considerato territorio di guerra, consiste nel riconoscere allo straniero diritti «a disposizione del legislatore e variabili nel tempo in quanto considerati una conseguenza del rapporto derivato e temporaneo con lo Stato… sulla base del mantenimento del soggiorno regolare.».

Lo scivolamento progressivo dell’ “integrazione” lungo la superficie di senso della “sicurezza” produce nel 2010 il Patto per l’integrazione nella sicurezza in cui si manifesta l’azione sulle condotte e sulla correzione degli stili di vita “stranieri”, giustificate dalla “salvaguardia dell’italianità” e dalla «rinnovata capacità di governo del fenomeno migratorio» attraverso il governo sempre più “muscolare” dei confini e la creazione «selettiva e meritevole di cittadini produttivi e docili».

Ma è lungo l’Unione Europea che il dispositivo di bio-potere sui corpi e sulla popolazione riscrive sovranità nazionali, disciplinamento e procedure di controllo. In seguito alla guerra in Libia scatenata dalla NATO a guida francese, alla guerra in Siria e al “rischio invasione” dei profughi dalla Grecia e dalla Turchia nel 2015, l’Agenda europea sulle migrazioni prevede il rimpatrio e la cooperazione nella “gestione dei flussi” con i paesi terzi strategici, di transito e origine dei flussi (Grecia, Turchia e Niger, Nigeria, Mali, Etiopia, Sudan, Libia); il rafforzamento di Frontex e la “gestione condivisa” della guardia costiera con i paesi di transito; l’istituzione di hotspot «per controllare gli abusi dovuti ai processi di asylum shopping», in realtà per attuare l’espulsione nei paesi d’origine e transito; il «rafforzamento dei canali per la migrazione legale qualificata».

Sulla scia della retorica della dissoluzione degli accordi di Dublino sull’obbligo di asilo nel paese di sbarco, e del rifiuto di accoglienza dei paesi est-europei che si raccolgono nel “gruppo di Vysegrad”, il governo italiano propone il Migration compact che prevede il rafforzamento dell’accordo UE-Turchia e l’esternalizzazione della frontiera mediterranea in base allo slogan “aiutiamoli a casa loro” in Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Etiopia e un piano di investimenti pubblico-privati che subordina i finanziamenti alla cooperazione alle “politiche di impedimento” delle partenze e di riammissione per coloro che tentano di entrare nel territorio europeo.

Infine, il Memorandum di intesa dello Stato italiano con la Libia del 2017 siglato con Al Sarraj e l’accordo Italia-Niger per “bloccare la rotta transhariana” a cui si aggiunge la chiusura reale delle forntiere a Ventimiglia e al Brennero sanciscono le concrete politiche di respingimento degli stati che producono detenzione, torture, morte, in terra e in mare.

Nel libro collettaneo Enrico Gargiulo traccia la storia politica del concetto di civic integration che raccoglie l’insieme dei profili dell’attuale dominazione sui popoli migranti. Si tratta del principio secondo cui «le persone provenienti da paesi non U.E….debbano soddisfare specifici requisiti, relativi alla conoscenza della lingua del paese ospitante, delle sue istituzioni e dei valori che lo caratterizzano».

E’ evidente che il riferimento a valori e istituzioni caratterizza la cosiddetta integrazione come una procedura di cui si fa carico uno stato etico in cui l’appartenenza a valori, sia pure quelli inerenti alla libertà individuale proclamata a voce alta dai “paesi democratici” e imposti tramite guerre e regime economico neoliberale, esclude la neutralità delle istituzioni rispetto alle culture e ai modi di vita. Non solo. Risultando dal fallimento dei due modelli di integrazione alla base del dominio coloniale, l’assimilazione e il multiculturalismo, la civic integration lega l’esistenza supposta di «gruppi umani radicalamente chiusi gli uni agli altri, dando per scontata una differenza di partenza quasi ontologica e una visione statica delle diverse popolazioni e vincola le differenze a prove di fedeltà alla ‘comunità di arrivo’», senza che per gli ‘autoctoni’ «siano previsti impegni e oneri simili».

Test di lingua e prove di conoscenza della Costituzione e delle istituzioni si intrecciano ad un percorso a ostacoli senza fine segnato dall’accesso al permesso di soggiorno a punti, che può in ogni momento essere revocato, qualora si riscontrino mancanze o trasgressioni. In Italia la civic integration conosce una più intensa torsione culturalista e autoritaria quando, all’incirca dopo il 2005, vengono adottati i Common Basic Principles redatti dal Consiglio Europeo, nella forma del Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione. Laddove infatti i CBP parlano dell’integrazione come un processo bidirezionale e interculturale, in Italia il testo prodotto dal governo parla di adeguamento alle regole e riconoscimento dei valori della comunità di arrivo. In questo modo viene sancita la subordinazione dei migranti quale che sia il loro status (rifugiati, richiedenti asilo, migranti “economici”) e si rende disponibile il lavoro volontario (pulizia delle strade, recupero degli “spazi pubblici”) per soggetti che «devono essere protetti dalle rimostranze della popolazione locale “autoctona”, tendente a percepirli come parassiti o come minacce», e condotti verso “la retta via del lavoro e della contribuzione”.

Il lavoro gratuito volontario è entrato ufficialmente nella normativa italiana con la legge Minniti-Orlando del 2017, legge che ha legittimato, con l’appoggio dei media, visione e azioni xenofobe e razziste, rinforzando il senso comune sullo straniero. L’attuale dispositivo di integrazione (sic!) si configura come strumento di prigionia all’interno dello stato, una volta catturati i corpi nelle azioni di guerra al largo del Mediterraneo. La detenzione e l’espulsione, da minacce con funzioni di deterrenza sono diventare azioni legali concrete che rivelano una forte ansia «nei confronti della preservazione dell’identità nazionale».

Ma questo intrico perverso di istinti legalizzati ed esercizio di sovranità su più livelli, lungi dall’essere una delle funzioni eminenti di nation building che abbiamo visto riprodursi nel XX secolo, traduce i processi attuali di ricostruzione artificiale dell’identità nazionale e lo fa, ripetiamo, tanto più quanto più essa è tramontata a favore dell’esercizio ‘governamentale’ delle prerogative dell’Unione Europea.

In questo passaggio leggiamo le dinamiche dell’attrezzatura di bio-potere che rinchiudono le migrazioni all’interno di realtà di normalizzazione. L’inclusione differenziale, indicata in questi anni da storici, da ricercatori e da filosofi politici come Mezzadra, De Genova, Rigo, produce corpi docili e flessibili in cui è spenta l’anomalìa, e incrementa la disponibilità al lavoro schiavile annullando qualsiasi pretesa ai diritti. La curva seguita dal dispositivo giuridico vigente avvita infatti sempre più sicurezza e integrazione, fino alle recenti misure di criminalizzazione delle ONG e di chiusura dei porti.

Dunque la civic integration si manifesta in pieno come una «strategia di governo che può essere perseguita in maniera sinergica con le politiche securitarie» – come nel caso dei Pacchetti sicurezza del 2008-2009 continuati nei decreti Minniti.

In questa feroce presa di posizione, accentuata in diversa misura da tutti i paesi europei, l’etica delle istituzioni traduce il razzismo di stato e lo fa combinando, come nelle leggi Minniti-Orlando, le regole di ingresso dei migranti “forzati” con il “decoro urbano”, che ha introdotto severe limitazioni alla libertà di movimento e ha rafforzato il potere di ordinanza dei sindaci tramite cui sono stati sgomberati edifici e spazi sociali considerati abusivi. In più, ha introdotto una specie di Daspo urbano, secondo il quale, vengono allontanate dal territorio persone che mettono in atto «condotte che impediscono la fruizione di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico».

Emerge così la connotazione morale del dispositivo di integrazione in cui liberalismo e nazionalismo trovano eco l’uno nell’altro. Di liberale questo ordine ha «la costruzione di soggetti idonei ai processi di accumulazione»; di nazionalista ha la promozione di una certa idea di ordine sociale. Come Foucault osservava, non si tratta più di “difenderci contro la società” come nel discorso della sovranità monarchica, ma di “difendere la società” contro i pericoli biologici, i pericoli di contaminazione, secondo il discorso del liberalismo.

Essendo un dispositivo di regolazione delle appartenenze che agisce promuovendo valutazioni, l’integrazione civica, come scrivono Russo Spena e Vincenzo Carbone, è il “frame” politico del confinamento, «che attiene alla costruzione di regimi di significazione utili a governare e generare paura e disorientamento».

La cosiddetta piega razzializzante nelle società europee, che consiste nel flettere le disuguaglianze sulla superficie etnica e “culturale”, produce nei confronti quel filtraggio che Foucault osservava nella storiografia politica del XVIII e del XIX secolo. Il filtraggio del barbaro è infatti l’indice del compimento della guerra delle razze interpretata secondo tre linee di tendenza. La prima consisteva «nel non lasciar passare niente del barbaro nella storia»; la seconda nell’opporre alla “democrazia barbara” la costituzione del potere sovrano; la terza implicava la differenza tra una buona e una cattiva barbarie, la prima che avrebbe generato le libertà urbane e statali, la seconda disordine e anarchia.

Osserviamo allora come ai tre filtraggi di cui Foucault descriveva le dinamiche corrispondano oggi altrettanti filtraggi dei migranti. In un primo ordine di governo l’insieme delle misure di integrazione non “lascia passare niente” del migrante nel territorio di arrivo. Queste misure sono, nel Piano per l’integrazione nella sicurezza (2010), «l’educazione e l’apprendimento – dalla lingua ai valori – il lavoro – sul mercato interno ed esterno – l’alloggio e il governo del territorio, l’accesso ai servizi essenziali e l’attenzione ai minori».

La seconda linea di filtraggio dei migranti opera all’interno dei diversi pacchetti sicurezza che si sono succeduti. La terza linea di filtraggio è quella che si esercita direttamente sulle condotte per produrre corpi docili attraverso le procedure di attribuzione del merito, non inferiore ai 30 crediti, accompagnate da sanzione. «La tabella dei punteggi mostra…la desiderabilità sociale del profilo di straniero che l’Italia è disposta ad accogliere». Di fronte a questo ‘buon migrante’ stanno le forme cattive di barbarie europea espresse nei provvedimenti del precedente e dell’attuale governo, come argomentano gli autori del saggio sul Management delle migrazioni. Al “bombardiamo le barche si è sostituìto l’infelice “aiutiamoli a casa loro” e in questi giorni la chiusura dei porti che segue gli accordi con la guardia costiera libica – cioè con quelle bande armate che presidiano le acque territoriali per catturare migranti nei campi di detenzione e tortura.

Infine «il modello di civic integration in declinazione italica che si è delineato negli ultimi anni interpella il soggetto, la sua prestazione, i suoi componenti, la sua responsabilità individuale, non la comunità migrante, tantomeno la comunità di “accoglienza”. Il buon migrante “civilmente impegnato” è il residuo del migrante morto in seguito a stupro, torture, o in mare. Questo residuo umano è subordinato a condizioni neo-servili, ad un lavoro povero, a processi di “profughizzazione”. D’altra parte, in queste condizioni, l’esercizio del razzismo di stato nelle politiche securitarie, si è progressivamente “vittimizzato”, rassicurando le percezioni delle vittime autoctone, «interpellandone l’attivismo, abilitandone il protagonismo civico». La protezione del cittadino insicuro passa per la percezione del rischio, per la rappresentazione del pericolo all’esterno e all’interno, per il rischio di “contaminazione”.

Così il soggetto e la comunità territoriale (sedicente “aperta”) sono direttamente investiti della responsabilità nell’autoregolazione dei comportamenti nei processi integrativi, nel controllo delle forme di devianza, mentre le retoriche sulla sicurezza e sul decoro abilitano la prolifrazione di associazioni di cittadini “virtuosi” che praticano «il minutemen della sicurezza e del decoro».

Deportazione, torture e morte nei Centri di detenzione; naufragio e morte in mare; cattura e ritorno nei lager dei paesi di origine o di transito; respingimento dai paesi di arrivo; identificazione ed espulsione; attuazione dell’ “integrazione civica” attraverso una pedagogia informale della crudeltà, che si realizza «all’interno di rapporti asimmetrici, violenti, inferiorizzanti interpretati come naturalmente inclusivi e arricchenti».

Ecco all’opera, nel ricco vocabolario giuridico-politico, gli elementi del razzismo di stato, ultima realtà della guerra ai migranti.

Luglio 2018