Edward Hopper: il poeta della luce

di Alessandro Baccarin                                                                                       edward-hopper

Una donna si ripara dalla luce del sole nell’angusto spazio antistante la porta d’ingresso di una vecchia casa, in mezzo alla sterpaglia. La posizione non la protegge completamente dal sole, nè la nasconde alla vista, sicché è dato ammirare il suo bel vestito rosso abbinato al colore del cappello. A dire il vero, la donna non sembra nascondersi dal sole, quanto lasciar spazio all’osservatore, lasciargli libera la vista del marciapiede bianco bagnato dalla luce e quella del campo di grano dispiegato all’orizzonte. Sembra quasi attendere che noi spettatori ci si sazi di questo spettacolo, per riprendere il cammino, forse diretta alla chiesa più vicina, se quello che indossa è l’abito della domenica, mentre le cicale cantano e il caldo fa sudare anche noi, lontani spettatori.

Un edificio vicino al passaggio al livello, forse la casa del guardiano e della sua famiglia, è invece privo di personaggi. Apparentemente sembra disabitato, ma il fatto che non compaiono persone alle finestre o nei suoi paraggi non significa nulla. Gli alti pali della rete elettrica, o del telegrafo, nessuno può dirlo con esattezza, si stagliano appena dietro i tetti a spioventi dell’edificio, mentre un segnale bianco indica che in quel momento è possibile transitare sulle rotaie. Il cielo azzurro è terso, appena velato da nuvole bianche, evidentemente spazzato da un vento teso, che fa piegare verso la strada bianca un giovane albero che copre, con la sua chioma scomposta, la parte dell’edificio affacciata sul lato della strada.

Gli edifici di Edward Hopper sono grandi personaggi. Con i loro colori vivaci, i tetti spioventi, le persiane chiuse, o al contrario aperte, spalancate perché noi si possa vedere il loro interno, le case dispiegano un’eroicità tutta fatta di luce. Si direbbe che la pittura di Hopper, dagli oli su tela agli acquarelli, è tutta fondata sulla luce che disegna, che delimita spazi, che dichiara i colori. Tale è la forza di questa luce che si viene colti da un sospetto: che quegli edifici possano scomparire, una volta tramontato il sole, e che la luce del giorno dopo non li ritrovi di nuovo nello stesso posto. Nei suoi quadri parigini, quelli dipinti durante la prima decade del Novecento, questa sensazione è netta. Eppure le linee sono tracciate con grande precisione, l’ordito del disegno è estremamente preciso. Nei bozzetti e negli studi preparatori si può osservare un’attenzione maniacale per il dettaglio, per le linee che compongono l’ordito del disegno. Tuttavia, nella realizzazione finale pittorica, questa meticolosità è asservita ad una sorta di epica della luce, che non impressiona, non fa sognare le immagini, ma al contrario le rivela nella loro nitidezza e allo stesso tempo le abbaglia fino a farle quasi evanescenti.

Spesso, come si diceva, questi edifici, così perfetti, che ricordano nelle loro forme le case per bambini costruite con il Lego, sono privi di esseri umani. Il fatto è che questa poetica della luce non ha bisogno dell’uomo. O meglio, l’uomo è fuso con il paesaggio, con le case, con i loro interni. Così, una delle tele più famose di Hopper, Second Story Sunlight, offre l’immagine di una bella casa illuminata frontalmente dal sole. Sul terrazzo un uomo piuttosto attempato se ne sta seduto a leggere il giornale, mentre sul davanzale una giovane donna, l’amante, la moglie o la figlia, chissà, prende il sole in costume da bagno. La luce penetra in questa casa, ne illumina gli interni, dove è possibile osservare il mobilio. La casa quindi è abitata, le persone sono dentro di lei, e tuttavia fanno parte con la casa di un inno, di una melica della luce, Non sappiamo se si tratta della luce dell’alba o del tramonto, se davanti ai due personaggi si apra un orizzonte marino, o una verde campagna, in ogni caso viene il sospetto che una volta eclissatasi quella luce, la casa e i due personaggi cessino di esistere, risospinti nel non essere delle tenebre.

Altro tratto caratteristico di Hopper è la musicalità della sua pittura. In Tall Masts gli alberi delle barche alla fonda in un porto si intersecano su di un cielo azzurro. Il rollio delle barche è percepibile, come lo sciacquettio delle onde leggere sui loro scafi. Osservando questo quadro non si può fare a meno di ondeggiare leggermente su sè stessi e di sentire lo sciabordio dell’acqua. In Gas l’insegna nel buio serale fa dei distributori metallici una fila di giganti pietrificati. In sottofondo è udibile il ronzio delle lampade al neon che illuminano l’interno del piccolo edificio dello stabilimento, ronzio sopraffatto dal canto dei grilli che proviene dal bosco al lato della strada.

Tutti i paesaggi di Hopper sono accompagnati da una musica che è sullo sfondo della tela, disegnata quasi con inchiostro simpatico nelle trame del colore. E se negli scenari urbani si percepiscono le note del jazz, di un Coltrane o di un Evans, nei paesaggi campestri sono le note di un Aaron Copland che risuonano fra i tetti spioventi, fra i cieli azzurri, fra le strade sterrate, fra le siepi, fra le colline.

La dimensione musicale e quella luminosa sono le condizioni di esistenza della pittura di Hopper. In Light at Two Lights il faro sembra quasi ridere della sua inutilità, o del suo momentaneo riposo. Il cielo azzurro e la luce che lo investono sembrano consentirgli un riposo inatteso, appena il tempo affinché la sua grande lampada possa rigenerarsi per schiarire la scura notte ai naviganti. Sappiamo però quanto sia incerto il domani per questa poetica della luce, e non è affatto certo che quel faro rimanga nel medesimo posto di ieri. I paesaggi di Hopper sono illuminazioni del momento. In questo quadro però non compare nessun gabbiano, sebbene sia certa la vicinanza del mare. Anzi, in lontananza si possono sentire le onde spezzarsi sugli scogli. E facendo più attenzione possiamo ascoltare anche una melodia, questa volta proveniente dalla piccola casa al lato del faro. Si tratta delle note semplici e malinconiche di Ma mèr l’oye di Maurice di Ravel. In effetti è il grande musicista francese, l’altro grande poeta della luce del Novecento, la colonna sonora più adatta ai tetti a spioventi ed ai boschi verdi di Hopper.

Ed è allora dolce sciogliersi a questa fantasia, vivere per un attimo la luce in quegli edifici, farsi assorbire dal loro lampo di luce, mentre la musica di Ravel si spande da una delle finestre aperte delle case di Hopper.

Edward Hopper

in mostra al

Complesso del Vittoriano, Roma

1 ottobre 2016 – 12 febbraio 2017