Fare il morto

Da:  Enrico Euli*, Fare il morto. Vecchi e nuovi giochi di renitenza (Sensibili alle foglie, 2016)

Si ha la netta sensazione che qualcosa di essenziale sia giunto al termine e, che – al di là dell’agitarsi convulso delle metropoli e dei mercati (ma forse proprio dentro e per questo stesso agitarsi) – una lunga fase storica stia tramontando. Sembra di avere davanti un paziente che, pur tenuto in vita dalle macchine, sappiamo già clinicamente morto

La biopolitica si fa oggi digitale e controlla i nostri spostamenti, dispone i suoi dispositivi e ci rende ad essi disponibili, profila le nostre scelte, orienta i nostri orientamenti nello sciame.

La Terza guerra mondiale, seppure si svolga “a rate”, è ormai (stata dichiarata) permanente e – nonstante i suoi perpetui, ovvii e dolorosissimi fallimenti – riemerge sempre più impetuosamente e irreversibilmente…

Le guerre civili si fanno strada anche nelle nostre metropoli…

Assistiamo da tempo ad un ulteriore paradosso: la morte, che può (anzi, deve) esser data, non può (anzi, non deve) essere detta.

Si parla spesso di dispersione scolastica, ma non ci facciamo domande a partire dal “disperso”, dalle sue motivazioni, dal senso del suo rifiuto; quel che ci preme è – troppo spesso – solo di salvaguardare la presunta funzione, la dignità (e l’obbligo) dell’istituzione scolastica.

“Fate come se fosi morto”…E’ come un congedarsi, un prendere congedo anticipato dalla vita, un lasciarsi andare, un accomiatarsi…

…In questa resa si rispecchia tutto l’etimo dell’abbandonarsi: la messa al bando di sè.

«L’origine dell’ “abbandono” è la messa a bandono. Il bandono è l’ordine, la prescrizione, il decreto, il permesso  eil potere che ne detiene la libera disposizione. Abbandonare significa rimettersi, affidarsi e consegnarsi a un ale potere sovrano (…), al suo bando, cioè alla sua proclamazione, alla sua convocazione e alla sua sentenza (…) L’essere è quindi abbandonato all’esserci dell’uomo come a un ordine (…) L’ontologia ormai non ha altro “oggetto” che la derelizione dell’essere (…) la sola legge dell’abbandono (…) è di essere senza ritorno e senza ricorso.» (Jean Luc Nancy, L’essere abbandonato, Quodlibet, Macerata, 1995)

Sin dalla scuola primaria…ci si preoccupa dei bambini cosiddetti iperattivi, somministrando loro farmaci che inducono quella sedizione necessaria a tenerli seduti sui banchi…

La società della prestazione si ritrova senza lavoro e senza concorrenti per eccesso di prestazione, occupata e monopolizzata dai soli (temporanei) vincenti…

E come se non bastasse, aggiungo: in questo nostro giocare, si bara. E non barano soltanto e soprattutto i giocatori (il che potrebbe far parte del gioco), ma barano proprio quelli che hanno fatto le regole, le propongono e le impongono, ergendosi a loro garanti. Il banco insomma. Che scrive le regole stesse, per favorire solo se stesso.

E’ facile vederlo oggi negli occhi mortificati degli studenti, quando vengono a lezione o a chiedere la tesi: magari sono stati efficienti e rapidi nel laurearsi… ma i loro occhi – se sai vederlo,… – ci dicono, disperatamente: “Che senso ha tutto questo, cosa c’entra con la mia esistenza…verso dove mi sto muovendo, che ne è delle mie vocazioni e della mia libertà?”.

…E poi i suicidi lenti: l’autoconsumarsi anoressico, le dipendenze da alcool, sostanze, giochi estremi e coattivi; le dipendenze (e le astinenze forzate) da denaro/lavoro (con i conseguenti suicidi inerenti alla loro perdita) e quelle dagli affetti (e gli omicidi-suicidi connessi alla fine dei rapporti…)…

E poi i sommersi di oggi per antonomasia: le migliaia di migranti sulle barche, che provano a galleggiare sui relitti, sulla gomma sgonfia dei canotti, e viaggiano sui corpi morti di altri sventurati che s’avventurano, sperando di uscirne vivi, alla ricerca di una vita, a costo di morire, tra i flutti o ormai in vista delle coste. Le migliaia che ci guardano, con gli occhi gonfi e sbarrati, da sotto il mare…

E tra i salmoni metterei anche chi ( e quella parte di me che) insiste a fare cultura e a fare arte: quelli del non ominis moriar, della spes contra spem, dell’ amor omina vincit, i tenaci portatori d’acqua di Eros (in agonia).

Questi nuovi cavalieri della morte, questi dead man surfing che la sfidano in nome della Vita e dell’ottimismo Unieuro, lanciati verso un sogno americano in ritardo, e che ancora si esaltano a cantare entusiasticamente i mantra del “pensa positivo”: della crescita (ma sostenibile), della speranza (ma moderata) e del futuro (seppur incerto), pompamdo ancora il marketing delle consuete illusioni senza tempo che da sempre animano demagogia e superstizioni…

Questi signori, sempre in odor di Finanza (nel senso di Borsa e Guardia di…), che negano la catastrofe, attaccando i gufi e i corvi, e ­– nel frattempo – la generano e già ne utilizzano i proventi…

«Immaginate pertanto la mia sorpresa, anzi la mia costernazione, quando, senza nemmeno uscire dal suo rifugio, Bartleby, con tono stranamente dolce, ma al tempo stesso fermo, mi rispose “preferirei di no”. (H. Melville, Bartleby lo scrivano)

Villa Matas…ha preconizzato che solo dalla pulsione negativa, solo dal labirinto del No possa sorgere la scrittura dell’avvenire

Bobi Bazlen

de Bettencourt

Traven, ossessionato dai suoi stessi pseudonimi…

Anche i filosofi – ovviamente – si sono lasciati provocare da Bartleby. Fra questi non a caso, Deleuze e Agamben.

«Preferirei niente piuttosto che qualcosa: non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà…»

e Agamben, di rimando:

«Di qui l’irriducibilità del suo “preferirei di no”…La formula tanto puntigliosamente ripetuta, distrugge ogni possibilità di costruire un rapporto tra potere e volere. Essa è la formula della potenza.»

Un’iguana – fossile vivente – che guarda l’orizzonte dal suo scoglio, immobile e indifferente al sole o alla pioggia. Perinde ac cadaver.

Esistere solo in quanto posso non volere, voglio non potere.

La società positivizzata è costretta a rivedere i suoi negativi nella camera oscura della storia. E’ proprio la rimozione del conflitto – come sempre è accaduto – ad apparecchiarci la guerra….La guerra riprende prepotentemente e senza ostacoli il suo trono sulle nostre egoiste e illusorie speranze di pace. Alla melassa del “va tutto bene”…fanno da tragico contraltare l’estremizzazione e la polarizzazione…

“Il saper-dire-di no/preferisco-di-no” potrebbe rappresentarsi anche in alternativa al mero, per quanto comprensibile, negativismo ipocondriaco

Kai nekros enika (da morto vinse), riportano – sulla stele commemorativa – vari monumenti in Grecia dedicati a Cimone, eroe ateniese nella lotta contro i despoti…

…E si getta a corpo morto, come scoglio sugli scogli, alle frontiere, nelle stazioni, per le strade, tra di noi. E diviene visibile, fastidioso, seccante, imabarazzante.

Un NO risale alla superficie, come in un rigurgito vitale. Viene, torna a galla…Galleggiare è un ampliamento di gallare, restare a galla; galleggiare deriverebbe quindi dalla leggerezza della galla…

Stiamo provando qui a considerare la passività come una forma di azione, quando prende la forma del no. Quando sa decidere di esistere e di non esistere, di rinunciare senza rinunciare.

Fare il morto può significare quindi ritornare al dàimon che consigliava a Socrate mai cosa fare, ma sapeva sempre dissuaderlo da cosa non fare. O riprendere in mano e tra le braccia parole ormai – non a caso – desuete: renitenza, defezione, diserzione. Dichiararsi (o farsi dichiarare) non idoneo, disabile, non arruolato, in congedo illimitato e permanente.

O almeno allenarsi a boicottare con leggerezza, tenendosi a galla soltanto: facendo il minimo necessario, e solo se costretti; niente di meno, ma neppure niente di più.

«Preferirei di no, mi dichiarò una terza volta Bartleby…».

Non ci sarà più politica se non si imparerà a disobbedire alle leggi, a non rispettarle dopo che sono diventate leggi. Opporsi (solo) prima non ha più alcun senso, da tempo.

I contesti lavorativi, che costituiscono ancora per molti la trama centrale della vita quotidiana non sono mai stati permeati di democrazia, e anche per questo il richiamo ideale ad una democrazia politica è rimasto confinato alla retorica dei partiti e delle istituzioni.

Negli ultimi anni si è parlato spesso di esodati: persone che si trovano anticipatamente fiori dal mondo del lavoro e che non possono però ancora usufruire della pensione…Nel piccolo delle nostre vite, l’esodo invece è l’inizio delle vacanze e il “controesodo” è il malinconico ritorno al lavoro dopo le ferie. Perchè esodo è una bella parola, che ci ricorda la liberazione dalla schiavitù e aspira a nuove terre.

“Io ho scritto per te ardue sentenze

ho scritto per te tutto il mio declino”.

(A. Merini, Folle, folle, folle di amore per te, Salani, Milano, 1994).

La depressione può trasformarsi così in una forma di resistenza, di ribellione passiva, un assentarsi volontario dai riti del mondo e dalle sue ossesioni.

Non impegnamoci a fermare il declino…Non smettiamo di invecchiare. Lasciamo pure fallire i progetti che valorizzano l’anziano perchè non sia un peso, e che lo invitano ad attivarsi, a stare giovane, o, almeno, a sembrarlo.

Ma che sia allora un insegnare non qualcosa, ma a vivere.

Allora, il corpo che casca dal sonno, si addormenta, finge di dormire, racconta che sta dormendo, ci crede, lo fa credere…O pensiamo insieme alla parola cascata: a quella catastrofe del fiume che diviene energia pura, energia del cadere. Come la cascata eccitante dei sogni, mentre dormiamo.

…In questa notte, è giunto il tempo di muoversi in quella solitudine, in quell’abbandono che precede ogni isolamento. Liberarsi della libertà, di quella libertà che ci viene spacciata come tale. E se cascare dal sonno potesse anche voler dire andare oltre i confini della Realtà, fosse anche della realtà del sonno, inciampare scandalosamente in esso, come avviene nelle comiche finali, e venir catapultati al di là dello schermo: cosa ci troveremmo?

E’ ancora solo in questi spazi transizionali che si può provare a giocare/giocarsi la vita…Potremo imparare, re-imparare, a cascare dalle nuvole?

Capita a questo corpo di non fare più totalmente corpo con se stesso. Di fare il morto, di morire almeno in parte a se stesso. Di prendere un pò di gioco, come in una danza. Come in un tango. Col casqué.

 

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* Enrico Euli (Carbonia, 1961), è Ricercatore all’Università di Cagliari, dove insegna Metodologie del gioco. Negli ultimi dieci anni si è aggirato tra idee e scritti sulla “pedagogia delle catastrofi” e ha pubblicato: Casca il mondo! (La meridiana, 2007) e, con S. Caserini, Imparare dalle catastrofi (Altreconomia, 2012).