Gita in treno – un racconto

 

Nara Chisciri                                                                                                     Gita in treno

 

 

La responsabile dell’istituto, espulsa dal trasportatore sulla banchina, considerò come fosse lontana, l’ultima volta in cui aveva accompagnato degli studenti all’esterno. Tuttavia, la nota ricevuta un’ora prima relativa all’assenza di tutori disponibili, non le aveva lasciato scelta. Inoltre sulla griglia d’incarico a sèguito della nota, l’opzione di visita era decaduta e la sola rimasta, non era tra le più ambite. Sperò che l’attrazione di ogni studente, per la prima volta all’esterno, sarebbe bastata a rendere secondaria l’opzione di ripiego. Accertata nel visore la loro posizione, passò dal proprio stato a quello di tutrice sulla griglia d’incarico, dando avvio alla procedura.

 

Animata dalla curiosità di una verifica, osservò i droni per la tracciatura esterna intorno alla motrice e il vagone; nei previsivi consultati per l’incarico, il treno veniva indicato come privo di aumenti, qualsiasi aumento. Al rientro dei droni negli alloggi sopraccigliari, la sequenza definì la correttezza dei previsivi; nessun segnale, fonte, allaccio di alcun tipo e lei attivò gli identificativi di riconoscimento, solo per stupirsi della conferma. Uno degli ultimi ambienti fissi rimasti al mondo, incapace di comunicare, adattarsi, modularsi, fornire servizi o intrattenere, adibito unicamente alla funzione di trasporto e privo di innesti biologici. Non proprio il tipo d’area, in grado di suscitare l’interesse degli studenti del primo ciclo. Immaginando la loro reazione, si augurò che i ragazzi, ai quali non venivano forniti previsivi accurati, non la prendessero male.

Di fronte all’accesso, sostò in attesa dell’attrazione all’interno, che non si attivò. Per il computo di entrata, interpretò la prassi d’ingresso simulata nel trasportatore, richiamandola nel visore. Dopo aver ridotto l’esoscheletro, ne fissò le due sintesi ai fianchi e ondeggiò un po’, prima di salire lentamente sul predellino e accedere al corridoio. Osservò gli strani simboli, le indicazioni, gli avvisi in alfabetico e avverti l’odore di grasso, di plastica. Affinché non fossero di disturbo ai ragazzi, sottrasse gli olfattivi ai parametri d’area, e si lasciò attrarre dai finestrini in vetro; li carezzò con i tattili, a cui seguì in nervatura e nel visore, il raro gema di non/risposta.

 

Continuando a seguire gli esempi nel visore, la tutrice aprì manualmente le ante dello scompartimento, fermata dalla penombra. Per l’aumento di luce all’interno, l’Assistente suggerì alcuni comandi vocali, che però non ebbero séguito. Esaminando in Rete le matrici del vagone, evidenziò assemblatori remoti e schermature inservibili, ma anche una griglia di avviamento elementare, che le permise di liberare l’ampio finestrino.

Solo in quel momento, con un sussulto, si accorse dell’uomo seduto e dopo essersi scusata, ridusse la luminosità. Un uomo anziano, perfettamente in tono con l’ambiente, anche lui privo di aumenti. Rimproverandosi per il solo controllo esterno, la tutrice aggiornò sulla griglia i profili di presenza.

 

L’uomo spinse il pulsante verde, e liberò di nuovo il finestrino – Non si preoccupi, ha fatto bene; è meglio se c’è luce.  Lei mi perdonerà, se non mi alzo –

– Non ce n’è bisogno – rispose la tutrice, sfilando il tattile e stringendo la mano dell’uomo che la guardava, senza sapere che lei compilava nel visore i dati medici che lo riguardavano, annullando per discrezione il calcolo di consunzione. Certa che i ragazzi non avrebbero avuto lo stesso riguardo, e che la consunzione sarebbe stato il primo parametro che avrebbero visionato, lo inibì assieme alle altre informazioni personali dell’uomo, lasciando solo presentazioni e formalità.

 

Attratto dalle intermittenze di computo sul visore, l’uomo pensò alla triste realtà che al giorno d’oggi, non fosse concesso vedere un volto intero; chissà come era, quello della donna. Lui ne aveva sentito i passi, nel corridoio, senza poter dare loro una ragione e all’apertura delle ante, si era spaventato, trattenuto il respiro. Poi quei suoni, al modo in cui si parla oggi e l’improvvisa luce, che lo aveva smascherato. Nonostante il riparo di un apparente distacco, si sentiva agitato, fuori luogo e non avrebbe mai dovuto lasciarsi convincere.

 

Era stata la sua Navigatrice, a trovare quella corsa per lui. A cento anni dalla prima volta, il treno avrebbe compiuto l’ultimo viaggio per poi essere disgregato. I tentativi di opporsi non erano serviti, e benché fosse fastidioso ammetterlo, anche lui aveva ceduto ai Navigatori. Non per brillare, come fanno tutti, ma per semplice bisogno; arreso a tal punto, da non immaginare la sua vita senza. Non si trattava solo di supporto medico, livellare gli eccedenti, gli emotivi e mille altre cose. La sua Navigatrice era l’unica voce con cui parlare, la sola compagnia rimasta, capace di gestire le difficoltà legate alle Reti, e preparargli il cibo al nuovo modo. Assegnava le mansioni e coordinava gli onnipresenti robot, riordinava la minuscola casa, acquistava le necessità, onorava le scadenze. La Navigatrice che lui chiamava Lucia, era il dono più prezioso che il mondo gli aveva fatto, dopo avergli preso tutto.

 

L’uomo era stato macchinista, tuttavia era passato così tanto tempo da allora, che quegli anni gli sembravano la vita di qualcun altro, racchiusa in un sogno che si ricorda appena.

Malgrado i rifiuti, Lucia aveva insistito, parlato di un giovamento. Avrebbe pensato lei a superare gli ostacoli maggiori, prenotando il trasportatore e guidandolo fino al punto d’ingresso, oltre il quale non poteva seguirlo, per via dell’assenza di rilevatori. I timori dell’uomo erano aumentati, ma Lucia lo aveva rassicurato e lui, aveva imparato a fidarsi di lei.

 

Una volta fuori dal trasportatore, si era avviato sulla banchina di una stazione in rovina; riconobbe la motrice, ma non gli importò. Si guardò intorno, in cerca di una via di uscita, pur sapendo di non averne alcuna. Le procedure di accesso, gli identificativi, accrediti e tutte le altre cose semplici per chiunque, erano per lui inestricabili, invincibili senza Lucia. Da molto tempo ormai, il grande sbuffo di polvere all’orizzonte, era l’unica traccia comprensibile che il mondo concedeva di sé.

 

L’uomo salì sul vagone, entrò nello scompartimento e si sedette con fatica, poggiando accanto a sé il suo bastone e oscurando il finestrino.

– Mi spiace averla spaventata – disse, ma la tutrice negò e chiese – Anche lei, è qui per la ricorrenza? –

– Non me ne parli. E’ stata Lucia, la mia Navigatrice a avere questa idea. Lei però, non è qui per la ricorrenza –

 

La tutrice sorrise, rimettendo il tattile. Era da molto, che non sentiva qualcuno chiamare un Assistente Navigatore. A dire il vero già da un po’, il termine Assistente procurava nei ragazzi una reazione di imbarazzo e sarcasmo, di cui fino a ora le era sfuggita la ragione.

– Sì – rispose – Ne approfitto in primo luogo, per conoscere un posto come questo, benché non dica poi molto – scherzò – E per un premio, assegnato agli studenti che hanno superato il ciclo di studio. Saranno qui tra breve; spero che questo non sia per lei un fastidio –

 

L’uomo non ascoltava, non completamente, impegnato nel  mostrare alla donna un piccolo Olo portatile, che per via dell’età s’interrompeva a tratti sui perimetri. Una vecchia foto, con tanto di uniforme e cappello. Lei si sedette, alzando la sezione del visore destro e in quel gesto, l’uomo colse attenzione, di sicuro una buona educazione e rispose con piacere, ai commenti e le domande esposti con garbo e gentilezza. Dopo le paure, i trasportatori e le difficoltà, le cose andavano meglio, come aveva detto Lucia.

 

La tutrice conosceva gli anziani, dei quali si era occupata in passato all’istituto. Uomini e Donne di un tempo, con i quali non bastava il rinnovo da remoto, il mantenimento di base, il riordino medico o l’assetto configurativo, utilizzando un Assistente o un tronico addestrato. Gli anziani non sopportano i tronici, che si ostinano a chiamare “robot” e non sono adattabili agli aumenti biologici, che disprezzano come quelli meccanici. Unità difficili da mantenere, per via di una configurazione neurale desueta, composta da conformità e regole sociali dimenticate.

Era soddisfatta per aver rassicurato l’uomo, tuttavia quella foto, aveva richiamato in lei un ricordo lontano.

 

La signora C. responsabile dell’istituto, quel giorno l’aveva tenuta sulle gambe, preso il viso tra le mani e detto che qualcuno, ora all’ingresso, avrebbe tra un po’ bussato alla porta. Qualcuno d’importante, venuto a trovarla, ma con poco tempo a disposizione. Dopo averla abbracciata, la signora C. le aveva svelato il mistero causa delle sue sciocche lacrime, a cui la piccola non doveva far caso – Preparati ora. Quando arriverà, vi lascerò soli –

Una grande, alta figura era apparsa sull’uscio. Aveva salutato e ringraziato la signora C. prima che uscisse, per poi guardare la piccola restando immobile.

 

Lei aveva smesso, da tanto, di sognare quel momento. La prima lezione imparata all’istituto, era stata liberarsi dall’attesa di qualcosa che non sarebbe mai venuta. Ma il vuoto rimasto, era troppo grande e alla paura di perdersi, rimediò con la sola cosa che trovò; una magia. Ogni notte prima di addormentarsi, doveva sussurrare nel buio e con gli occhi chiusi una piccola parola, legata all’unica persona rimastale al mondo. Dalla sua bocca, quella parola sarebbe salita al soffitto, per ricadere in minuscole stelle sulle coperte, proteggendola per l’intera notte. Non importava, se non conosceva né aveva mai visto quella persona. Lui esisteva, c’era, lì fuori da qualche parte. Di sua madre non aveva nulla, neppure un nome e non credeva più come un tempo, che fosse la signora C.

Ma ora, a dispetto di ogni previsione, suo padre era davanti a lei. Alzò la testa, fece un passo in avanti e finalmente, pronunciò la piccola parola, con gli occhi aperti, affinché non salisse al soffitto.

Vincendo l’imbarazzo, suo padre le aveva carezzato la testa, messo a terra un ginocchio e prendendola per le spalle, l’aveva allontanata un po’. Nel guardarla, sembrava vedere chissà quali cose e lei con meraviglia, vide i suoi occhi in qualcun altro.

Lui la strinse a sé; odorava di tabacco e di pioggia, era troppo magro e il freddo raccolto in strada, si spandeva dal suo impermeabile nel tepore della stanza. Sciolto l’abbraccio, qualcosa era cambiato. Suo padre aveva il fare impacciato e colpevole, di chi non può fare di più. L’ultimo gesto, era stata una goffa carezza, a cui veniva affidato il compito di spiegare quello che le parole non sanno dire. Di colpo era tornato grande, distante e aveva richiamato la signora C. nella stanza.

 

Lei si vergognò delle sue lacrime, che non riuscì a fermare e provò rabbia, per essere stata così stupida da affidarsi a una magia. Con un brusco movimento della spalla, impedì alla mano della signora C. di toccarla, e promise a se stessa che mai più in tutta la sua vita, avrebbe creduto a un adulto.

La dura lezione che aveva imparato, non era servita a niente e per proteggersi, stavolta chiuse il suo cuore al mondo.

 

Eppure dopo tanto tempo, le ferite si erano rimarginate e lei aveva imparato un’altra lezione, vale a dire che nessun cuore può chiudersi per sempre. Con l’aiuto della signora C., aveva rimesso insieme il passato; due genitori, poco più che ragazzi, giovani e sfortunati che ora, avevano almeno un profilo post-vita.

 

Poi, era arrivato il momento tanto atteso. Fuori dall’istituto, aveva provato a seguire le direzioni verso cui la vita spingeva, tuttavia senza riuscirci, in nessuna Rete, finché esaurito il cumulo dei crediti, era tornata in quella Comune.

Nel vaglio delle occupazioni vacanti, era stato amaro riconoscere la provenienza del segnale di richiesta, anticipata dalla cupa notizia del disgrego della signora C. Non la stupì che il segnale nel tempo, assumesse la tipica frequenza degli incarichi che nessuno vuole.

In quei momenti, la sua le era sembrata una scelta obbligata, l’ennesima ingiustizia contro la quale è inutile opporsi, ma si sbagliava. Quel vecchio posto era l’unico punto d’area su tutto il pianeta, in cui nessun accogliente l’avrebbe mai respinta, come in una famiglia, da cui avvertiva il richiamo di una promessa disattesa.

Era tornata infine, accettato l’incarico, di nuovo stabile all’istituto dove era cresciuta, in sostituzione della signora C.

 

Il ronzìo del trasportatore in fase di arresto, sorprese i ricordi e portò l’attenzione della tutrice all’esterno. Si alzò, riabbassò la sezione del visore e avvisò l’uomo, che finse interesse, scuotendo l’Olo prima di rimetterlo in tasca.

 

Comunicando ai ragazzi l’imbarco e i giusti parametri di accesso, la tutrice osservò i loro strani movimenti senza capirne la ragione. Un controllo sul canale Comune, le svelò che l’agitata sorpresa dei tre, era dovuta agli imprevedibili salti di una grossa cavalletta. Per calmarli, livellò sulla griglia gli emotivi in eccesso, fornendo l’identificativo dello strano animale e cedendo all’ovvia richiesta; per la cattura, i tre ottennero il permesso di una simulazione a testa, di cui visionarono gli anticipi con vorace attenzione.

– Come tutti i ragazzi – disse l’uomo.

– Oggi è un giorno speciale – rispose lei – La prima uscita all’esterno, con tanto di nomi di battaglia –

 

Browser e Link, nomi scelti per la missione, avevano risposto al sollecito d’imbarco indicando Web, libero dall’esoscheletro superiore e deciso a catturare la bestia al vecchio modo. I due erano divertiti, ma non complici dell’ennesima insubordinazione, che non avevano condiviso.

Il dislaccio dall’aumento motorio, segnalato sulla griglia, fu colmato dalla tutrice con cariche personali. Web, pieno di un ribrezzo incontenibile dovuto al sentire la cavalletta muoversi nelle sue mani, mandò alla tutrice un concitato ringraziamento, per aver colmato i parametri di sicurezza e dato le giuste misure di pressione, affinché non schiacciasse l’insetto.

In remoto, l’acquisizione della motrice era ancora in computo e dato il perdurare del ritardo, la tutrice diede ai tre altro tempo.

 

La curiosità dei ragazzi, ammirava sulla preda l’assoluta mancanza di inserti, giunzioni e loghi di produzione; ma solo Web trattenne in privato l’accaduto, perché indicava una buona direzione di Rete in futuro e lui, questo era certo, non avrebbe marcito per molto tempo ancora all’istituto. Rivestendo l’esoscheletro, inserì la cavalletta nel vano di raccolta e si complimentò con se stesso. A lui piacevano i pochi animali rimasti, mentre quelli da costruire gli piacevano ancora di più. Ne aveva una collezione intera e appena in area privata, avrebbe riprodotto anche l’ultima meraviglia, per tentare un cross-over evolutivo con un ragno espanso di sua invenzione.

 

Browser e Link si astennero da quello spreco di memoria, di cui ci si sarebbe dovuti sbarazzare in ogni caso, una volta ottenuto l’imminente allaccio in Rete Comune. Ai due, Web piaceva e non piaceva; come illustrato dalle dinamiche di progetto in loro possesso, quella era la tipica unità che una volta in Rete si sarebbe consumata al primo ciclo, per esserne rigettata in fretta. Browser e Link nutrivano speranze migliori dell’extrarete, o di una permanenza prolungata e rischiosa in Comune, dove nulla mai si avvera. Inoltre la cura della tutrice nei confronti di Web, non era né giusta né legale; perché avere delle regole, se ne veniva permesso l’abbandono? Tuttavia gli imprinting di conformità, non esercitarono a lungo la loro autorità; visto che erano in missione all’esterno, e che la tutrice si occupava di risolvere eccessi e sicurezza, tanto valeva approfittarne.

I tre, arrivarono all’entrata dello scompartimento sulle loro gambe, dopo l’inatteso permesso di sintesi degli esoscheletri. Era un po’ come essere nudi e quel genere di libertà, piace ai ragazzi di ogni tempo. In realtà, i sedili del treno privi dei supporti d’innesto, non avrebbero permesso una seduta agevole e la concessione, avrebbe reso meno difficile l’adattamento all’ambiente, che i ragazzi non avevano ancora rilevato e di cui prima o poi, si sarebbero accorti.

 

I ragazzi emisero gli identificativi, pensando a un errore nella risposta del gema. Al secondo tentativo, Browser entrando nello scompartimento, comunicò il parametro mancante.

– Questo posto non parla –

Il momento atteso dalla tutrice, era arrivato.

– Non ha mai parlato- spiegò, come se non importasse.

– E’ quello il bello; vivere un’esperienza che tra breve, non sarà più possibile e nel contempo, custodire un ricordo che sarà piacevole rammentare –

 

Ai tre tutto quel romanticismo, risultò poco eroico; chissà perché gli adulti decidono per te, ma si stupiscono se hai da ridire.

– Nei previsivi la mancanza non c’era – precisò Web – Perché, dobbiamo essere sempre all’oscuro di tutto? –

– Questo è solo un transito, si vede – diede per scontato Browser.

– Dentro l’antenato dei trasportatori? –

– Non siamo in transito e la destinazione, è questa – chiarì la tutrice.

– E’ uno scherzo – disse Link agli altri due.

– Non sono in vena di scherzi. Le scelte definite all’inizio del ciclo sono decadute. Ho pensato che fosse meglio questo, di niente. Se preferite, possiamo annullare e tornare in istituto –

I ragazzi provarono rabbia; la signora tutrice si divertiva a imporre un ricatto, contro il quale non potevano nulla. Web valutò e propose l’opzione di ritorno, solo per ritorsione ma Browser lo fermò – Non è solo parlare. Qui non c’è nessuna emissione – disse indicando l’evidenza, seguito da Link.

– Non si può stare in un posto così, fa schifo e di sicuro, non si può chiamarlo un premio. Con tutto quello che c’è, perché proprio questo? –

– Non preoccupatevi, è solo la prima impressione. Godetevi il viaggio, e slacciate tutto ciò che comunque, non funzionerebbe. Da ora, basta toni; abbiamo un ospite –

 

Alla vista dell’uomo, i tre restarono immobili. Link attivò sul canale Comune i profili di presenza, scandalizzato dalla scarsità dei dati consultabili lasciati dalla tutrice; il tizio aveva una prenotazione, fatta due mesi prima da un Con-troller di nome Lucia. Avevano sentito molto, sulle lacune e gli equivoci configurativi delle vecchie unità, tra cui quella di attribuire pulsioni umane a oggetti e cose; come sarebbe stato possibile in caso contrario, chiamare un Controller Lucia, e utilizzarne la sola funzione uditiva?

– Il nostro ospite – li informò la tutrice – Ha ricoperto per molto tempo la qualifica di controllo ferroviario. Questo significa che oltre a farci compagnia, potrà spiegarvi molte cose che non troverete nei comparti di studio –

– Macchinista – corresse l’uomo – Li guidavo i treni, con le mani; avete presente? –

 

Condividendo l’irresistibile umorismo del signor macchinista, i tre s’indispettirono. Era tristemente ovvio, che il peggio doveva ancora venire. Non riuscivano a credere che i visori esterni della tutrice, fossero riposti sui magneti e lei, potesse starsene al mondo senza. Avevano sperato che almeno in premio, l’istituto avrebbe assegnato loro un tronico, quantomeno una tutrice aggiornata, invece no. Dovevano accontentarsi della responsabile, troppo in là con gli anni per sapere cosa piace davvero ai ragazzi. Lenta a tal punto, da lasciar decadere un’opzione di visita come il Bifröst di Giunzione Lunare, i nanici di smistamento agli snodi d’orbita, o le migliaia di simulazioni possibili per ritrovarsi qui, all’inizio del mondo arcaico. Ma così come le grossolanità dei previsivi, gli impedimenti e le limitazioni su qualunque cosa, nemmeno questa era una novità.

Erano stanchi, del continuo insistere degli educatori dell’istituto sulla loro fortuna, le possibilità di ampliamento, la collocazione in Rete Comune; del come la maggior parte degli altri nella stessa condizione, non aveva accesso ai privilegi delle cablature, degli step pre-Rete, alle attenzioni e le cure che loro ricevevano.

Quello che all’istituto dimenticavano di aggiungere, era che in altri luoghi e migliori fortune, le unità provviste di genitorialità avevano cablature epidermiche, non periferiche. Quanto alla preparazione pre-Rete, gli accessi stabili e tutto il resto che a loro era costato un ciclo, per altri era semplice impiantistica prenatale; venuti al mondo in un laboratorio specifico, con i default in equilibrio e già composti, non in depositato generico come all’istituto. La fortuna a loro avviso, non si era neppure accorta che esistevano. A riprova di questo, un meritato premio atteso per un ciclo intero, consisteva in un ambiente muto, che non dice niente di sé, nulla a cui allacciarsi e neppure dei banalissimi Olo angolari. In più, oltre la presenza di un estraneo, la tutrice comunicava l’intenzione incomprensibile del dislaccio vocale.

 

I ragazzi si opposero, privati di uno strumento importante senza alcun motivo valido. La tutrice rappresentò nei visori, la figura dell’uomo; era lui, il motivo.

– Non è educato usare i toni, in presenza di chi non può capirli. E’ semplice, e basta un vocabolario alfabetico. Sapete che per avervi tranquilli, non è mia abitudine imporre il rilascio chimico. Tuttavia dovete meritarlo, o limiterò le ampiezze. Ditemi voi –

I ragazzi loro malgrado, dovettero disattivare i toni e approntare un suggeritore alfabetico. Ma un giorno, sarebbero finalmente entrati in Rete e solo l’attesa di quel momento, rendeva sopportabili obblighi e angherie.

 

All’uomo parve ingiusto che i tre, dovessero fare a meno di qualcosa a cui tenevano. Lui non amava le nuove generazioni, piene di fili e tutte le altre diavolerie, ma si sentiva bendisposto e volle rimediare.

– Li lasci fare, a me non danno fastidio – mentì, invitando i ragazzi a non dare peso alla sua presenza.

– Sicuro? – chiese la tutrice.

– Ci mancherebbe – confermò l’uomo, dando qualche colpetto sul braccio di Web – Quanti anni avete? –

 

La domanda, così inusuale, riportò nell’animo della tutrice tenerezza e compassione. I ragazzi invece non capivano, cosa impedisse a quell’uomo di mettersi al passo con i tempi. Era sufficiente un casco, se non potevi permetterti gli impianti, evitando di fare domande imbarazzanti che si trovano in ogni archivio di presentazione.

– Dieci anni – intervenne la tutrice, per non lasciare troppo tempo al silenzio – Oggi si chiamano cicli – disse gentile, negando a Web l’accesso all’area medica dell’anziano ospite.

 

L’uomo aveva capito da solo, che i ragazzi dovevano avere più o meno quell’età. Con la stessa facilità sapeva che il biondino, quello della cavalletta, era il capo, di sicuro il più sveglio. Dal suo canto, Web rispondeva allo sguardo dell’uomo come se lo avesse appena battuto a Genius, sicuro che il signor macchinista, non fosse neppure a conoscenza dell’esistenza di una meraviglia come Genius. Quante cose, si perdevano le vecchie configurazioni, senza neanche saperlo. In condivisione, tutti e tre provarono pena per l’ospite, al quale era toccato in sorte nascere in un mondo preistorico, nel quale la vita durava un soffio.

 

L’uomo in cuor suo, sentiva per loro la stessa pena, ma non le diede ascolto. Ricordava bene quando era lui, a stare dall’altra parte, con lo stesso fare da sbruffone, tale e quale al biondino. Sapeva che se fosse nato oggi, avrebbe avuto anche lui dei fili tra le vesti, i caschi, i visori, registrato ogni cosa, archiviato, computato e chissà cos’altro. Avrebbe parlato come un modem, o le centrali telefoniche di una volta, in un linguaggio per macchine asciutto e codificato.

Per via del gran rumore che se ne fece, era venuto a conoscenza del come i toni, fossero più rapidi e precisi delle parole che avevano sostituito. Un mondo e degli uomini, senza più parole né scrittura; come era possibile, e cosa saremo diventati? Benché Lucia non mancasse di segnalarne l’abuso, molto meglio il riparo offerto dalla Rete temporale, virtuale certo, ma dove nulla di tutto questo è successo ancora.

 

Indifferente alla tutrice in parallelo, Web convenì con gli altri due che l’uomo lo aveva toccato. Incredibile. Una unità che ti tocca, come se avesse un senso o servisse a qualcosa; priva di aumenti, cablatura, estensioni, protezione a polveri o contatto e che attiva l’amigdala, senza neanche saperlo.

 

Web mandò in comune una rappresentazione dell’uomo, intento a peti così forti, da sollevarlo dal sedile e farlo ricadere a terra; ma la tutrice rovinò tutto, cancellando lo spettacolo prima dell’ultimo schianto, dopo il quale il signor macchinista si liquefaceva, come i Kailin negli Olo di Stein.

 

Per rappresaglia, Link propose di continuare a rendere un falso premio, qualcosa di più allegro. Browser si offrì per primo e cominciò, ma l’uomo lo fermò.

– Mi dispiace, ma non capisco i toni. Non ho ricettori, né in gola, né nelle orecchie – si vantò – Se vuoi dirmi qualcosa, dovrai farlo nella vecchia lingua –

Dopo aver comunicato l’aggiuntivo ritardo in remoto, la tutrice ricordò ai ragazzi l’impegno preso, sostituendo nei visori l’orario di partenza previsto, con la griglia dei livellamenti. I tre si scusarono, avviarono l’alfabetico e ottennero il permesso d’uso al suggeritore di dialogo, il quale prima dell’emissione, doveva essere visionato dalla tutrice.

 

I ragazzi erano soddisfatti; la responsabile era nel sacco e ora, veniva il turno del signor macchinista.

– Difficile capirsi a parole – si lamentò Browser – Codifica sorpassata –

– Ha funzionato per millenni – rispose l’uomo.

– E’ vero. Millenni in cui nessuno capiva –

– Non sei troppo piccolo, per esserne così sicuro? –

Pur non volendo, l’uomo disse piccolo al posto di giovane.

 

Browser ridacchiò; un giorno, molto presto, avrebbe compilato storie e racconti, nato per quello. Spiegò all’uomo una infinità di ragioni, per le quali la lingua in toni apriva una nuova èra comunicativa, impossibile da paragonare a quanto l’aveva preceduta. Citò con passione ogni studioso, teoria, stile e struttura; insistette sui ritmi, gli innesti, sovrapposizioni, ricezione e visione multipla che non c’erano prima. Riusciva a immaginarlo, il signor macchinista? Non leggevi ma vivevi la storia grazie agli Olo, che costruivano l’ambiente e agli emotivi, a cui i toni erano collegati. Per non dire della penetrazione completa, di qualunque argomento, in pochi secondi, con tutti i parametri di senso e nemmeno questo c’era prima. Non serviva girare pagine, tradurre simboli; altro che parole.

 

Per i ragazzi, l’aria confusa dell’uomo era la prova definitiva dell’enorme, incolmabile divario che c’è tra Vecchio e Nuovo. Dal suo canto, l’uomo non riusciva a credere alla padronanza, l’accuratezza di quel ragazzo; come faceva a ricordare tutti quei nomi, avere una conoscenza così grande, minuziosa, su di un argomento tanto vasto? I giovani oggi, erano davvero bravi e chissà com’era, un racconto in toni. Ma ai suoi pensieri, non fu dato riposo.

Servendosi di un Olo emesso dal visore, Link riversò contro l’uomo una quantità senza fine di informazioni, commentando le immagini nelle quali la motrice e656, si costruiva da sola.

– Gesù; come fanno, a sapere così tante cose? – disse infine l’uomo, avendo cura di rivolgersi alla tutrice, che inibì l’accesso al comparto di religione, ma venne anticipata da Link su uno dei canali liberi.

– Siamo laureati, ecco come facciamo –

L’uomo sapeva che il mondo era cambiato, ma non fino a quel punto.

– A dieci anni? –

Web fu sul punto di svelare che i più fortunati, nascevano già provvisti degli accessi ai comparti di laurea, ma non gli sembrò giusto, sviare verso di loro l’ammirazione del vecchio.

– E il prossimo ciclo, la seconda. Biologia stavolta –

 

L’uomo aveva smesso di sospettare un inganno. La tutrice, che lui avvertiva dalla sua parte, non avrebbe permesso ai ragazzi di mentire. Espirò, e si arrese.

– I miei complimenti. Ci voleva molto di più, ai miei tempi – disse, cercando di sfuggire all’animosità dei ragazzi, incuranti della sua stanchezza.

Per fortuna e come l’uomo aveva intuito, la tutrice lo difese, slacciando il collegamento ai comparti di studio, conservando il permesso al suggeritore di dialogo fino al prossimo sgarbo.

I ragazzi ebbero un moto di stizza.

 

L’uomo era frastornato, tuttavia gli dispiaceva, essere di nuovo la causa del loro malanimo. Inoltre gli parve di avvertire la rara, eccitante possibilità, di sapere cosa nascondeva il grande sbuffo di polvere all’orizzonte.

Mise una mano sulla spalla di Link, facendo attenzione a non toccare fili e periferiche.

– Dài, mi piace quello che dici. Fammi vedere ancora la 656, come prima, dall’inizio –

I ragazzi erano sorpresi dalla richiesta – Non si può – fece Web, indicando la tutrice.

– Non si può? – le chiese l’uomo.

– Ho slacciato il collegamento –

Vedendo che l’uomo continuava a non capire, Browser disse – Senza collegamento al comparto di studio, non c’è accesso alle informazioni. Né in parallelo, né in Olo –

– Non puoi dirmi niente, nemmeno una cosa semplice sulla 656? –

– Come potrei? – rispose Link.

– E come funziona, quando avete il collegamento? –

– Come per tutto – disse Browser – Ti allacci al comparto, in parallelo con il Controller –

L’uomo strinse le labbra.

– Lei lo chiama Navigatore – lo aiutò la tutrice.

– “Navigatore” lo capisco, ne ho uno anche io, cioè una; però non capisco “parallelo” –

Sovrapposto, o vicino, almeno stando a questa sottospecie di suggeritore – disse Link – Visto come è difficile, capirsi a parole? Comunque il Controller, che per alcuni è un Navigatore, mentre per altri è un Assistente – mise lì – In base alla richiesta compone le informazioni, le dichiara sul canale privato e tu le copi, o le reciti a seconda del tipo d’intervento. Facile –

– Le reciti? –

– Sì; per esporre reciti il suggeritore, per operazioni più complesse come computi o controllo sui tronici, copi l’esempio dal comparto. Ovviamente con i toni, e compensando la latenza; è lì che si vede se sei bravo –

Latenza? – fece l’uomo.

– La latenza – chiarì Link, dopo il permesso della tutrice – E’ il tempo che intercorre tra la visione di esempio, fornita dal comparto, e l’esecuzione operativa vera e propria. Gesù – concluse ironico.

– Le latenze sono tenute in grande considerazione oggi – disse la tutrice – E’ una delle abilità su cui i ragazzi amano sfidarsi, oltre che materia d’esame –

Link riprese, pieno di zelo – Il superamento della latenza, porta all’Unisono tra te e il Controller, finché si diventa una cosa sola. E’ quello, lo stato di una vera unità. Niente di diverso da come è sempre andata. Anche lei ai suoi tempi, prima pensava e poi agiva; latenza, anche lì. Ma non c’è paragone; oggi è molto meglio –

 

L’uomo disse la prima cosa che gli venne in mente, aggrappandosi all’unica parola per lui familiare – Quindi alla fine è il Navigatore, cioè il Controller a parlare, insomma, a fare tutto –

I tre sconfortati da una simile domanda, ricordarono l’unica funzione condivisa tra il macchinista e il suo Controller.

– E’ sempre il Controller a fare tutto – disse Link.

– Quindi, se ho non ho capito male, senza collegamento, niente 656? –

– Senza collegamento, niente di niente. I comparti non sono nostri, ne viene solo concesso il consulto. Lo sanno tutti –

– Ma così – fece l’uomo – Se dovesse mancare quello che vi parla, voglio dire il Controller –

– Il comparto – precisò Link – Che detiene le informazioni. Sono il Controller, o il suggeritore a istruire –

– Sì, quelli, ecco, se dovessero mancare, come fareste? Non c’è qualcosa che non va, nel chiedere quello che si dovrebbe sapere? –

 

Autorizzato, Web scosse la testa e recitò – Neanche ai suoi tempi, si andava lontano senza libri o computer e nemmeno loro, erano dentro. Qui è pieno di esempi – disse, riferendosi alle informazioni nel visore – Elettricità, automobili, praticamente qualunque cosa. Si chiama progresso, e la prerogativa dei suoi strumenti è quella di essere fuori da noi, permettendoci quello che senza di loro, non potremmo fare né avere. Per ciò che concerne l’oggi, le mansioni sono multiple e le informazioni troppe, per una configurazione di base – si fermò, dopo l’inibizione della tutrice di “come la sua”.

– I comparti – riprese – Assicurano risultati certi, senza necessità di memoria o conoscenza, con operatività ottimali in qualsiasi tipo di applicazione. Non esiste una specializzazione, ma tante e per ottenerle, è sufficiente l’accesso al comparto specifico, che rilascerà l’operatività richiesta. Se può aiutare a capire, nei comparti c’è tutto e sono come tanti cervelli in più, invece di uno soltanto –

L’uomo in balìa dei dubbi, si concentrò sul più evidente.

– Perché la tua voce, come lui per la 656, adesso è diversa? –

Le riposte di Web e Link, non ebbero autorizzazione.

– Perché recitavano il comparto – spiegò Browser – La recita va impostata in modo corretto, benché recitare non sia esaustivo in questo caso, ma nel vocabolario alfabetico non c’è altro, tranne forse interpretare – disse verso la tutrice, che annuì.

 

L’uomo pensò che forse, era meglio lasciare al grande sbuffo di polvere tutti i suoi misteri. Dal poco che gli sembrava di aver capito, ora la conoscenza abitava fuori dagli esseri umani, che non la possedevano, ma la consultavano interpretandola. Questo gli sembrò ancora peggio dei toni, di un mondo senza parole e si rifiutò, di ascoltare in sé un turbamento beffardo, secondo il quale i ragazzi erano nel giusto.

– Anche adesso? – chiese alla tutrice – Lei è in parallelo, e fa quello che fa recitando il Nav… il Controller? –

La tutrice sorrise – Ora no; so quello che devo fare –

L’uomo sembrò rincuorarsi – Qualcosa allora c’è dentro

– Vero – precisò Link – Ma nello stesso tempo, svolge in remoto i computi relativi alle attività giornaliere; cibo, energia, pulizia, mantenimento, comunicazioni e qualunque altra cosa legata alla quotidiana gestione di un istituto. Ovviamente con il supporto dei tronici, che vanno predisposti e  mantenuti anche loro. Niente di tutto questo, sarebbe possibile senza cablature e l’ausilio dei comparti. L’enorme numero dei dati e la complessità degli incarichi, non permetterebbero a una sola unità di operare; nessuno potrebbe –

– Lei fa tutto questo, da sola? – chiese l’uomo.

– E’ il modulo lavorativo in uso oggi. Sembra difficile, ma non lo è; non più di guidare un treno, suppongo –

 

Vedendo la reazione scettica dell’uomo, Web decise di metterlo alle strette con un semplice giochino. Persino la tutrice, non sopportava la visione dei circuiti oculari e ancora meno, i fissanti attorno alla piastra pupillare.

– Signor macchinista – cominciò – L’allaccio al comparto è piatto, però ecco, guardi qui – disse alzando le sezioni del visore, affinché i suoi occhi fossero bene in vista – Ci vediamo lo stesso, anche senza collegamento –

Il disgusto, fece rabbrividire l’uomo e i tre, emisero all’unisono i toni giusti; missione compiuta. La tutrice, poteva minacciare sanzioni finché voleva; la faccia del vecchio valeva sia il rischio, che la pena.

 

In cerca di conforto, l’uomo si girò verso la tutrice, che indicò i suoi occhi liberi da circuiti, piastra o qualunque altra migliorìa – Si tratta di protesi comuni, nei protocolli odierni. Completano la visione anche fuori spettro, fornendo in aggiunta i piani di micro e macro, cioè piccolo e grande –

– Tutti parametri al momento inibiti, il che equivale a non averli – ci tenne a far sapere Web, riassestando le sezioni.

 

L’uomo sapeva cos’erano micro e macro, ma capì che la tutrice cercava di dirgli di più, finché comprese che quello di Web era stato uno scherzo.

– Protesi così ai suoi tempi, niente eh? – ridacchiò quello, mentre l’uomo malediva la lentezza dei suoi pensieri. Sarebbe stato bello rispondere, avere qualcosa da dire, ma non era all’altezza. A un tratto però, ebbe un’idea e sorrise, tenendo in aria un indice – Ti sbagli – disse a Web – Ho anche io qualcosa –

Per niente convinti, i ragazzi restarono in attesa.

 

L’uomo armeggiò con le dita nella sua bocca, per poi tenere una mano sotto i visori dei tre, con la dentiera poggiata sul palmo. Trovò molto umano, il salto all’indietro dei ragazzi, quel guardare prima la sua bocca deforme e poi la dentiera, tenendosi a distanza il più possibile. Anche il modo in cui rabbrividirono lo divertì, e gli parve più denso e migliore in qualità del suo.

Soddisfatto rimise a posto la protesi, continuando a mostrarla in un esagerato sorriso, mentre il treno dopo i toni  dal remoto e un fischio acuto, prese a muoversi.

 

Il responsabile dell’istituto, lasciò cadere indietro la testa con un sorriso. I sospensori lo tenevano immobile, nel vano di memoria privo di gravità. Emetteva aria densa respirando, per via della bassa temperatura e lui, era tra le poche unità a respirare ancora. La sostituzione ciclica del plasma gli sembrava mostruosa, piena di ostacoli incomprensibili. Il tipico rigonfiamento e l’immobilità delle unità di oggi, gli apparivano ripugnanti e i benefici della migliorìa senza vantaggi reali, di certo non sufficienti a darle in cambio i suoi polmoni. Inoltre il colore verde del plasma, dovuto all’ossigeno e ai nanici di trasmissione, dava alle diramazioni del sistema venoso il volto e la forza di un sinistro presagio.

Il mondo era cambiato, ma lui aveva altro a cui pensare. L’ultimo ciclo di gestione era concluso e l’istituto, assegnato al disgrego perché inutile, dato che più nessuno nasce. La sistemazione in un altro incarico era difficile, tuttavia restavano vecchie strutture, gestite ancora dai comparti in cui nessuno voleva andare. C’era solo un’altra operazione da completare, prima di consegnare l’istituto ai tronici del disgrego, durante la quale venne isolata una discrepanza.

 

Nel riordino finale degli archivi da mandare allo Storico, al responsabile era parso incongruo, trovare il suo identificativo negli avanzi in deposito. Benché il modulo non riportasse alcuna sigla, l’impronta ribonucleica era senza dubbio la sua. Richiamato l’ambiente non era successo nulla, fino alla rappresentazione visiva, introdotta dal mormorìo degli Olo troppo vecchi.

 

Durante il completamento di ambiente, l’enorme griglia dei livellamenti riprodotta al centro dell’area come identificativo del modulo, aveva fugato i dubbi e soddisfatto una intuizione improbabile. Il sorriso sul viso del responsabile, era apparso allora e contravvenendo alle procedure mediche, impedì il livellamento emotivo per godersi al meglio l’inattesa sorpresa.

 

Vedendo la cavalletta, gli esoscheletri, il vagone muto, l’uomo, se stesso, Link, Browser e la tutrice, capì che era stata lei a trattenere il modulo per lui. Era bastato tenerlo sotto gli eccessi, che lo avevano spinto sempre più in basso, fino a nasconderlo per tutto quel tempo. Un regalo, in attesa di consegna, benché affidato al caso.

Il responsabile attivò il post-vita della tutrice, per ricordarla e lasciare poche linee in toni. Era stata lei, dopo l’espulsione dalla Rete Computazionale, a dargli asilo e assisterlo, fino al completo riassetto configurativo, pagando ogni addebito. Rivedere quel giorno seppure in Olo, fu per lui la cosa più bella degli ultimi 20 cicli.

 

Prima di riaverle davanti, aveva completamente dimenticato le cablature periferiche, specie il tipo Leyxan, la stessa dei visori, così primitivi rispetto alle Genomiche venute dopo. Gli esoscheletri apparivano ingombranti e i caschi così grandi, da ritenere impossibile che qualcuno un giorno, avesse avuto il coraggio d’indossarli. Ma la parte migliore del viaggio, era venuta da dove nessuno l’aspettava.

 

Una volta partito il treno, l’uomo aveva raccontato mille cose sulla 656, la sua prima motrice, allo stesso modo in cui si parla di un eroe; riservando uguale enfasi all’anziano macchinista, dal quale aveva imparato tutto. Non esistevano più al mondo, uomini come quelli.

 

I ragazzi sulle prime un poco annoiati, si erano fatti sempre più attenti, concentrati e stupiti dalla recitazione perfetta, fluida, ma soprattutto dal capacità dell’uomo di esporre i fatti in modo completamente diverso, da un comparto o un suggeritore. Le variazioni di tono, benché in alfabetico, davano vita alle parole dell’uomo e la latenza inesistente, rendeva il suo parlare autorevole, invidiabile e sorprendente. Nel mezzo di un rilievo tecnico, aggiungeva battute umoristiche, mimava controllori sovrappeso, utenti inferociti per via del ritardo e il suo modo di gesticolare, di muoversi o prendersi in giro, erano irresistibili. Al confronto, le dinamiche di recita apparvero fredde ai ragazzi, incomplete e rigide. Qualcosa non tornava, nelle qualità attribuite ai comparti e ai suggeritori, ma di nuovo solo Web si ripromise un’analisi approfondita. Un’analisi che sarebbe continuata nel tempo, fino a diventare la causa dell’espulsione dalla Computazionale in Rete Comune, da cui Web non sarebbe più uscito.

 

La gratificazione e il piacere per l’interesse dei ragazzi, aveva spinto l’uomo a stupirli ancora di più. Con la stessa innocenza di un bambino, domandò alla tutrice se fosse possibile guidare il treno, almeno nel tratto di ritorno.

Di fronte allo stupore che aleggiava nel vagone, la tutrice tradusse i toni in risposta dal remoto; l’età rilevata dal profilo del richiedente, impediva l’autorizzazione. La risposta proseguì con la solita accortezza riservata alle vecchie unità, piena di complimenti per l’ottima e riconosciuta abnegazione lavorativa. La comunicazione terminò con l’invio dell’ultima nota, da emettere per regolamento a completamento della domanda, in cui l’attivazione dell’unità richiedente veniva considerata dal protocollo di sicurezza, unicamente in caso di avaria o emergenza.

La tutrice recitò anche quella parte, ma si accorse che l’uomo non era interessato; lo vide fare l’occhiolino a Web, il quale chiese lumi al suggeritore, provando a copiare e ripetere anche lui con le sezioni sollevate, cavandone solo smorfie.

 

L’uomo fingendosi dispiaciuto dal parere negativo, chiese se si potesse almeno visitare la cabina di guida, ovviamente non per lui, ma per i ragazzi. La tutrice, preoccupata dalla novità imprevista e dalla strana, silenziosa intesa tra l’uomo e i tre, inoltrò la seconda richiesta certa dell’esito, che non fu quello atteso. Dato il conseguimento del comparto Meccanico degli studenti, la visita in cabina rientrava nelle specifiche di affinità, mentre l’esperienza del macchinista assicurava qualità aggiuntiva. Unica condizione, nulla poteva essere toccato, per nessuna ragione. Inoltre, il tronico alla guida non doveva essere disturbato, né con domande, né con altro che ne avrebbe compromesso o rallentato il compito. Il remoto rilasciò il permesso di entrata in cabina, trattenendo per le responsabilità la sigla della tutrice, a dire il vero non troppo entusiasta.

I tre non stavano nella pelle. Avevano capito che l’uomo, aveva in serbo per loro qualcosa di grosso. Una volta in cabina, chiesero in alfabetico alla tutrice di poter allacciare il comparto, in modo da poter capire la strumentazione e seguire l’operatività del tronico. L’uomo fece segno di no, e indicò se stesso; era lui, il comparto.

 

Il tronico, nient’altro che due arti lunghi e snodati, posti alle spalle del banco di manovra, eseguiva l’ingresso in rimessa per una breve sosta, prima di tornare al punto di partenza. L’uomo, poggiando la mano sul perno di fissaggio centrale del tronico, rassicurò i ragazzi, spiegando loro che il forte sibilo che li aveva spaventati, era solo il rilascio di pressione per l’abbassamento dei pantografi. Dopo aver detto a Web di seguirlo, l’uomo fece un passo fuori dalla cabina in direzione di un pannello, davanti al quale si fermò. Enunciandone la funzione, mostrò a Web due pulsanti prima di spingerli, e abbassò una leva a coltello. Entrambi tornarono in cabina, mentre sul pannello di controllo della 656, una spia prese a pulsare emettendo un turpe suono di allarme.

 

Nell’incredulità generale, la tutrice restò senza toni e parole, come Browser e Link. Il remoto non è qualcuno o qualcosa, con cui si può scherzare, non sui regolamenti; ha funzioni giuridiche, che gli permettono di emettere sentenze applicabili all’istante. Il tronico tentò subito di ripristinare pulsanti e interruttore a coltello, ma il pannello era troppo distante.

Immaginando droni di appoggio, e tronici di sicurezza già all’esterno del treno, l’invito dell’uomo a stare tranquilla non sollevò la tutrice. Web, l’unico a aver capito, disse soddisfatto verso gli altri in una alfabetica evidenza “Avaria”.

 

All’apertura del canale remoto, la tutrice si spaventò; veniva rilevava un’avaria al sistema di ripetizione segnali, che il tronico non poteva risolvere. La procedura dopo la lettura dei profili di presenza, definiva due alternative senza ordine di scelta; la prima consisteva nell’intervento del macchinista presente a bordo, la seconda nell’abbandono della visita e l’assegnazione dei trasportatori per il ritorno.

 

Dopo la traduzione, l’uomo diede ragione ai ragazzi e la tutrice, dovette arrendersi. Dal remoto, il tronico fu disattivato e il macchinista, autorizzato alla guida. L’uomo fece un segno a Web, il quale tornò al pannello e rimise a posto pulsanti e leva a coltello. L’eccitazione prese a montare, ma le sorprese non erano finite.

Ci mise un po’ a convincerli, ma l’uomo disse che quel treno, sarebbe tornato all’origine unicamente se guidato dai fieri possessori del comparto Meccanico.

 

La tutrice osservava piena di stupore, la concentrazione dei ragazzi sulle prossime manovre e la divisione dei compiti.

Attivato il compressore di primo alzamento, e atteso che la pressione raggiungesse 5 bar, Link alzò un pantografo, attivò la chiave del banco e alzò anche il secondo. All’arrivo dell’alta tensione, Link escluse i compressori dei pantografi avviando i gruppi statici. Lentamente, la motrice si mise in moto, riempiendo la cabina con forti rumori e vibrazioni. Browser dopo l’avvenuto caricamento della condotta principale, accese i fanali, il faro centrale esterno e si accertò con un test del funzionamento delle spie del banco, concludendo la procedura con la prova freno. Web portò la manichetta di marcia da “0” a “M” e accertato sul manometro l’effettivo passaggio al comando manuale, portò la leva su “combinazione serie”. Il treno si mosse.

 

Quando Browser attivò il freno al ritorno, il suono della tromba e i toni, si mischiarono allo stridìo delle ruote fino all’arresto del treno. Una volta scesi, davanti ai trasportatori in attesa, i ragazzi ottennero di poter togliere le cablature e uno dopo l’altro, abbracciarono l’uomo a lungo. In suo onore, Gesù divenne la parola in codice più copiata del secondo ciclo di studio.

 

Scuotendo la testa, il responsabile ripensò alla dentiera, al disgusto dell’uomo e le piastre pupillari, che nessuno oggi ricorda più. Del mondo delle Reti e degli Aumenti, non restava nulla e le nuove unità, non amano sentirsi chiamare a quel modo. I toni, i comparti, i visori e l’Unisono, sono solo matrici di ieri, il cui superamento inorgoglisce il presente. Non è di aiuto sapere che anche questo, come ogni presente, giacerà rovesciato alla fine del suo tempo. Bizzarro inoltre, e forse ingiusto, dover aspettare così tanto per saperlo.

 

Dopo avere espirato profondamente, il responsabile dell’istituto passò l’intero archivio allo Storico e restò così, sospeso in un lieve dondolìo, modulando i toni di una canzone che solo lui ricordava.

Chissà dove erano, Link e Browser adesso.