Il dispositivo della promessa

Marco Bascetta, Al mercato delle illusioni.

Lo sfruttamento del lavoro gratuito,

Manifestolibri, 2016

di Alessandro Baccarin                                                                                      pdf

Il termine dispositivo contiene in sé l’idea di spazialità e di forza centripeta. Legato etimologicamente al verbo latino disponere, da cui anche il termine sempre latino dispositio, mantiene quel suffisso dis- che, in modo analogo al greco δια– (con evidente origine indoeuropea per entrambe i casi), attribuisce all’azione o all’oggetto una collocazione non centralizzata nello spazio, ma allo stesso tempo implica un’azione centripeta, convergente verso un centro spaziale, verso un unico obiettivo od oggetto.

Così la dis-posizione delle truppe in campo, già negli antichi trattati di arte della guerra, implicava una sistemazione articolata delle unità su di uno spazio e il loro successivo impiego concentrico, contro il nemico (l’oggetto) e per la vittoria (lo scopo). Ciò che Marco Bascetta descrive nel suo ultimo libro è proprio un dispositivo, quello che attacca da molteplici fronti gli individui nella società della crisi del tardo capitalismo, predisponendo una serie di pratiche, obblighi, etiche, convergenti in un processo di soggettivazione e di disciplinazione.

Con questo testo, scritto con stile elegante e fluido, Bascetta si inserisce con originalità nell’attuale dibattito sul lavoro gratuito del nostro presente. Rispettando i principi di brevità ed agilità che la nuova e meritoria collana Inbreve di Manifestolibri ha fatto propri, l’autore ha affidato la sua analisi ad una serie di evidenze piuttosto che ad una bibliografia, guadagnando così in lucidità.

Si diceva del dispositivo che agisce alla base del lavoro gratuito e che l’autore descrive con intelligenza: la fiscalità che utilizza il lavoro gratuito dei cittadini per gli “sconti” fiscali; il lavoro “nascosto” che ogni utente della rete compie per le grandi oligarchie che gestiscono il web ed i social network, lasciandosi tracciare docile dagli algoritmi attraverso le sue impronte digitali; il lavoro che ciascuno di noi compie nella gestione on-line dei più disparati servizi, dal controllo del conto bancario alla stampa di una carta di d’imbarco ecc.; “l’etica del lavoro” o il “principio di prestazione” che ci impone di lavorare per la realizzazione di un  imprenditoriale piuttosto che per l’acquisizione di un salario; il montaggio di un mobile Ikea nell’intimità della nostra casa; l’apprendistato come apprendimento dell’etica ricattatoria del lavoro e della gerarchia piuttosto che di una competenza; la visibilità come unico “salario” nel lavoro intellettuale, che si sostanzia nel feticcio di questo mondo di promesse, ovvero il curriculum.

Distinguere fra queste forme di lavoro gratuito consapevole e inconsapevole è arduo, perché nessun limite ormai separa ciò che nelle nostre vite è lavoro e il suo contrario.

Tutta questa serie di pratiche, di ordinamenti (il Jobs Act in Italia e le analoghe proposte di contro-riforma del mondo del lavoro all’opera in Europa), di eticità indotte, compone il quadro fosco di un dispositivo che converge verso un scopo e verso un individuo: il primo è la nuova forma di disciplinamento consensuale che anima quella che l’autore definisce l’etica della promessa; il secondo è il lavoratore quale soggettivazione di una sorta di scarto, di entità biologica da mettere a valore.

Bascetta definisce, in termini marxiani, questo quadro d’insieme come una nuova politica economica, dove il salario si trasforma in semplice e mai realizzata promessa, mentre il lavoro diventa qualcosa di totalizzante, incapace ormai di essere contenuto in forme contrattualizzate. La decontrattualizzazione del sociale è in effetti una marca inconfondibile delle nuove pratiche di dominio messe in campo dalle oligarchie di questo nostro presente e, probabilmente, di quelle dell’immediato futuro.

Lavoro e rappresentanza, i cardini diciamo dello stato di diritto borghese maturato nell’ultimo secolo, l’architrave della socialdemocrazia, sono diventati un peso per le nuove pratiche di dominio, che vedono proprio nella contrattualizzazione delle relazioni sociali un ostacolo a quel processo di sottrazione dal basso della ricchezza che ha caratterizzato, sin dai suoi esordi, il neoliberismo. La politica economica della promessa si fonda, come sottolinea l’autore, sulla sostanziale indistinzione fra tempo di lavoro e tempo di non lavoro. Le due sfere, un tempo nettamente separate, l’una destinata alla produzione di plusvalore, l’altra alla riproduzione della forza lavoro, si sono sovrapposte a tal punto da divenire indistinguibili: chi è in grado di sostenere oggi che quando naviga sui social, consentendo così all’algoritmo la formulazione del suo profiling, non stia lavorando? Chi può confermare che nel gestire i più disparati servizi on line non stia svolgendo un lavoro, dato che quel suo lavoro digitale sostituisce il lavoro vivo di corpi, persone, lavoratori, che altrimenti il capitale sarebbe costretto ad assumere, governare, collocare fisicamente, retribuire?

Gli antichi mondi dell’utopia immaginavano comunità liberate dalla necessità del lavoro. Una sorta di automatismo della natura avrebbe fornito cibo, acqua, salute e felicità agli abitanti in modo naturale, immediato e continuato. Gli attuali mondi del lavoro robotizzato, digitalizzato e gratuito disegnano una comunità asservita alla necessità del lavoro, dove l’automatismo lascia al lavoro il suo scheletro di comando, di ricatto e di minaccia.

Dall’utopia si è passati alla distopia. Parola quest’ultima più che attuale, che mantiene ancora il prefisso dis-, in un’accezione diversa da quella che compare nel termine dispositivo, e che indica in questo caso contrarietà rispetto all’azione o all’oggetto a cui è anteposto. Il lavoro gratuito con la sua etica della promessa si inserisce in questo nuovo dispositivo distopico, dove la digitalizzazione e robotizzazione della produzione, sia quella manuale che quella intellettuale, rende superflua la massa, con i connessi obblighi di governo, al potere. La disgiunzione di massa e potere rende obsoleto per il capitale del XXI secolo la necessità della riproduzione della forza lavoro, facilmente sostituibile dall’algoritmo o dal braccio meccanico di un robot.

In questo modo il lavoro gratuito si configura come un lavoro semiservile, che però è sempre meno economico del lavoro automatizzato. Se la riproduzione della massa al lavoro diventa superflua, è evidente che il nuovo biopotere non si limita più a respingere nella morte o nel “non governato”, ma vuole estrarre profitto dalla stessa materia vivente, come è evidente nel biolabour studiato da Melinda Cooper e Catherine Waldby (Melinda Cooper – Catherine Waldby, Biolavoro globale. Corpi e e nuova manodopera, trad.it. A. Balzano, DeriveApprodi, Roma 2015). Biolabour e lavoro gratuito d’altronde sono le forme di una sostanziale dismissione del lavoro salariato e, nel loro operare in forma di dispositivo, disegnano una nuova soglia dei processi di soggettivazione neoliberale. Offrire il proprio corpo alla sperimentazione di una casa farmaceutica dietro un misero compenso, frequentare un apprendistato con la promessa di un lavoro, gestire il proprio profilo sui social ecc., ecco all’azione il dispositivo e il processo di soggettivazione del biolavoratore gratuito del presente.