Il gioco possibile dell’ingovernabile. Trump e la catastrofe “democratica”

Alessandro Baccarin – Paolo B. Vernaglione

Le ultime elezioni americane segnano il tramonto definitivo della rappresentanza come forma primaria della governamentalità neoliberale e capitalistica. A ben vedere segnano anche il tramonto dello stato di diritto e della società civile, istituzioni che già la governance neoliberale, diciamo l’assetto di potere contro il quale si è rivolto Trump ed il suo elettorato, aveva sostanzialmente dismesso. Da questo punto di vista quindi la discontinuità dei risultati elettorali statunitensi sono solo apparenti. Tuttavia il fenomeno Trump indica come la forma veridizionale che, a partire dalle rivoluzioni borghesi della fine del XVIII secolo, segna la governamentalità di tipo rappresentativo si sia appannata a tal punto da svelare il suo carattere fittizio. Ed è forse questa grande finzione che l’elettorato americano, quello delle campagne, delle periferie urbane, delle aree deindustrializzate, ha colmato delle sue contraddizioni.

Di fronte ad un gioco, quello della globalizzazione neoliberale condotta attraverso la finzione della rappresentanza democratica, sostanzialmente impermeabile alla critica e al dissenso collettivo, le pedine del gioco hanno votato per l’uscita dal gioco stesso, o per lo meno per quella che sembrava una sirena capace di cantare le lodi di una uscita dal gioco.

Del resto i “popoli”, categoria della politica pressocchè inservibile già all’epoca dei fasti del globalismo neoliberale e oggi desueta, tanto più quando si attribuisce l’epiteto di “populisti” ai movimenti politici delle popolazioni o a parti rilevanti di esse che, ridotte a rappresentazione pura del cittadino elettore, disorientano la simmetria rappresentante-rappresentato, indicando un’altra via possibile del fare politico: la sospensione e l’esodo dalla democrazia. Spezzano l’equivalenza ipocrita e autoritaria della retorica democratica, indicano un’altra verità della politica fuori dalla politica e in questa sfera in cui convivono indistinte ragioni pre-politiche, esperimenti autocratici e pratiche di autodeterminazione, rivendicano bisogni e istanze contingenti, privatiste e individualiste.

Si tratta dunque di osservare il “fenomeno” Trump come l’evento già scaduto che era stato previsto dai movimenti antiglobalizzazione e antagonisti fin dagli inizi del XXI secolo, quando le retoriche progressiste della globalizzazione ne auspicavano la riuscita felice, l’uguaglianza di condizione sociale, la libertà di impresa individuale, una certa condivisione della ricchezza saciale.

Allo scadere della crisi del modello neoliberale di comando dell’economia, dal 2007 con la crisi dei mutui subprime, la faccia reale del mondialismo neoliberista si mostra per come è: l’evento di lunga durata della crisi permanente e dell’impossibilità di uscirne da parte delle élites finanziarie e delle istituzioni della governance.

Se vogliamo possiamo osservare il fenomeno Trump attraverso una pratica governamentale apparentemente distante, e tuttavia cogente con la realtà che ha condotto all’inaspettata elezione. Questa pratica è il customer management attraverso il call-center. Si tratta di una pratica ormai adottata da tutte le aziende di servizi, nazionali o multinazionali, che sostanzialmente mette un diaframma insormontabile fra l’individuo, colui che di quel servizio ha bisogno, e che ne può fruire solo accedendo ad un mercato libero, e il management che da quel servizio trae profitto. Il call-center che sostanzia questo diaframma si configura come una tra le nuove forme di neoautoritarismo governamentale. Il diaframma che questa tipologia di governance aziendale pone tra il centro e l’esterno ha caratterizzato sempre di più la governance politica, così da trasformare il consenso, diciamo la finzione della rappresentanza, in un mercato da governare attraverso la distanza.

La genealogia del call center si colloca del resto in quel processo di liberalizzazione che ha investito il pianeta. I servizi essenziali, ovvero energia, acqua, comunicazioni (telefoniche, via internet ecc.) sono stati trasformati da beni comuni a beni privati o comunque beni di profitto. Questo ha comportato, soprattutto per l’Europa, una svendita delle strutture realizzate dalle politiche keynesiane postbelliche che avevano prodotto l’erogazione più o meno gratuita di questi servizi come bene collettivo. Questa svendita si è concretizzata in un doppio regime: da una parte la creazione di entità pubbliche concepite come entità aziendali, ovvero le Authority (tutti i neologismi di importanzione anglosassone degli ultimi trenta anni tradiscono la loro derivazione neoliberale e ordoliberale, in particolare la loro ascendenza dalla scuola di Chicago) destinate sulla carta a vigilare sul buon andamento del libero mercato di beni una volta pubblici, ma di fatto vòlti ad agevolarne la privatizzazione; e dall’altra la sostanziale dismissione del controllo pubblico su quei beni “concessi” a costo zero ai grandi gruppi imprenditoriali transnazionali.

Per la gestione privatistica di beni e risorse la pratica del call-center ha una funzione neoautoritaria: di fatto deresponsabilizza l’ imprenditore, cosicché qualsiasi lamentela, richiesta di chiarimento ecc. passa in un processo artificioso di subordinazione, i cui esiti sono tutt’altro che favorevoli alla parte più debole della catena di comando, quella dell’utente/cliente. Inoltre consente un alleggerimento sostanziale della struttura aziendale, cosicchè di fatto il settore commerciale di quel servizio può essere esternalizzato, fino a giungere al paradosso della terziarizzazione frontaliera, cioè delocalizzare i call-center in paesi con costi del lavoro più bassi (esempio: i call-center indiani per gli utenti di lingua inglese ecc.).

Questa pratica è solo una delle più evidenti fra quelle del nuovo modello neoautoritario, che proibisce qualsiasi dissenso, qualsiasi reazione di contestazione, financo solo verbale. In queste condizioni qualsiasi individuo, anche il meno presentabile come un Trump, può mietere consensi semplicemente sostendo di voler ascoltare la voce di coloro che sono esclusi da questo modello di governance, coloro che di fronte al call-center “elettorale” si ritrovano senza voce e senza possibilità di appello.

Intediamoci: colui o coloro che si mettono in ascolto non è detto che poi mettano in pratica ciò che gli viene detto. Probabilmente faranno tutto il contrario. Come abbiamo accennato, lo stesso fenomeno Trump si inserisce in quella dismissione dello stato di diritto caldeggiato e praticato dalle lobbies finanziare, capaci ora di fare a meno del consenso della classe media.

La distanza fra verità e politica ha assunto dimensioni mostruose, non più misurabili secondo i parametri del secolo scorso. La verità intrinseca al voto democratico, così fittiziamente legata al feticcio neoliberale, ha di fatto troncato le sue relazioni con il politico. In questo senso il fenomeno Trump è un’esperienza fondamentale. Il vero è sempre meno legato al politico, tanto che l’intera campagna di Trump si è articolata nello svelare questa distanza, cogliendo un successo che, solo contraddittoriamente, ribadisce il fittizio legame verità-politica. Espressione lui stesso della governace di rapina capitalistica di stampo neoliberale, il neopresidente può diventare il paladino della vendetta antiglobalizzazione perchè il legame fra vero e politico è definitivamente saltato.

Non a caso il linguaggio adoperato, la lingua scorretta, le retoriche violente dell’identità bianca razzista e misogina, questa lingua residua dei fasti della globalizzazione si è politicizzata al punto da surcalssare in effettività e adesione alla realtà la lingua delle retoriche democratiche, delle retoriche dell’ospitalità, della condivisione, la lingua ipocrita degli egualitarismi di cui i dispositivi di imposizione mercantile sono tutt’ora intrisi. Di fronte a questo mutamento complessivo dell’orizzonte simbolico, istituzioni di governo e media mainstream si affannano a replicare il ritornello insulso e risibile dell’ “antipolitica”, del rispetto delle regole, dell’adesione ai valori democratici. Tutto l’armamentario retorico del buon cittadino progressista, social-liberale, oggi minoritario e tuttavia potente nella produzione di informazione, dissuasione e ragionevolezza da opporre al rischio dell’ingovernabile, viene mobilitato ogni giorno per dissuadere dal compiere atti estremi di protesta, dall’effettuare controdiscorsi, dal dire il vero sulla fine della politica e delle categorie della filosofia politica subordinate all’esercizio del potere.

Perchè di questo si tratta: temere l’invasione, derubricare i conflitti ad atti di ribellismo, mobilitare il senso civico contro qualsiasi parola contraria. Distruggere le possibilità dell’ingovernabile. E oggi la parola contraria è l’atto di verità che ridefinisce e ricolloca il rapporto tra verità e politica, è l’atto di ribellione che accoglie il rifugiato piuttosto che respingerlo, che taglia il filo spinato, piuttosto che installarlo ai confini, che lotta i confini, abolisce le frontiere. Assistiamo ad un salto veridizionale: mentre in quella che ormai possiamo già definire come l’epoca delle democrazie liberali d’occidente il rapporto tra politica e verità è consistito nella produzione e nella circolazione della critica della politica, di un discorso critico della politica e delle forme del potere, oggi che la politica è divenuta in via esclusiva verità del potere, il rapporto tra verità e politica consiste nelle pratiche di contropotere che tuttavia non articolano più una precisa identità, una identità differente, ma l’intreccio di discorsi che sono al contempo reazionari e antisistema, antagonisti e regressivi e che vivono nel luogo comune della realtà che la politica dei poteri, dall’alto e da lontano vorrebbe catturare.

Trump rappresenta un momento importante della crisi della governance neoliberale, ma non la sua negazione. Il protezionismo che il neopresidente sembra voler intraprendere sin dal suo insediamento alla Casa Bianca implica una nuova formulazione della politica di potenza nazionale, e quindi il ritorno all’orizzonte di confronto bellico fra nazioni, piuttosto che fra blocchi. D’altra parte, come ha segnalato il New Yorker in un editoriale di qualche settimana addietro, non è pensabile che il presidente neoeletto non negozi con i poteri militari e finanziari che, pur nell’eventuale nuovo quadro di alleanze statunitensi, non possono permettere la dismissione del regime di guerra civile e di guerra ibrida iniziato in medioriente e nel mondo da Illary Clinton.

Allo stesso tempo la sua figura implica l’esaurimento della globalizzazione capitalistica. Da questo punto di vista Trump fotografa senz’altro un momento di condensazione e accelerazione che la storia registra puntualmente nei suoi annali, e allo stesso tempo segna una svolta del capitale che è tutta da leggere e capire, ma che implica probabilmente un nuovo assetto della governance neoliberale vòlta a trasformare definitivamente i centri di comando statuali in pura finzione, finalizzata a controllare e gestire gli effetti dirompenti della disoccupazione e della scarsità di risorse planetarie che investiranno le generazioni del tardo XXI secolo. La grande fanfara dei muri alle frontiere e delle espulsioni in realtà sancisce la trasformazione del ruolo dello stato in un genderme destinato a catalizzare il malcontento in una politica discriminatoria contro lo spostamento di masse umane (immigrazione, profughi ecc.), ed a ridurre lo stato stesso ad un nocciolo armato, senza alcun senso politico, senza alcuna voce collettiva che ne dia una ragione politica, appunto, di esistenza.

Trump è, come il fenomeno opposto dell’ISIS, l’espressione della crisi epocale del XXI secolo. Crisi segnata dalla fine del lavoro salariato, del lavoro vivo, in favore del lavoro automatizzato e robotizzato e dalla fine del capitalismo per come lo abbiamo conosciuto nell’ ultimo secolo. All’homo faber, all’homo oeconumicus si sostiuisce l’automa. Cosi i fenomeni di attuale mobilitazione popolare, la Brexit, il consenso alle destre fasciste e razziste in Europa, la fine dell’Unione Europea e degli europeismi possono essere letti come espressione di quella crisi strutturale e storica che il capitale sta vivendo in virtù di una totale ridefinizione del rapporto con il lavoro da una parte, e con l’esaurimento delle capacità di consumo globale e di sfruttamento delle risorse dall’altra. La crisi del XXI secolo, può dunque essere letta come parte di una trasformazione biopolitica dell’esistente che ci permette di ridefinire le categorie della politica, di riscrivere una critica che sia ultimativa del Politico in una lingua forse inedita, certo non più nella lingua della “nuova ragione” neoliberale del mondo.