Il libro dei finti morti

Enrico Euli, Fare il morto. Vecchi e nuovi giochi di resistenza, Sensibili alle foglie, Roma 2016

di Alessandro Baccarin                                                                             Enrico-euli-fare-il-morto

La silloge è stata un genere letterario di grande e duratura fortuna. Da quando le prime grandi biblioteche dell'”occidente” hanno preso a funzionare (Alessandria, Pergamo, Roma ecc.) le sillogi hanno proliferato, incontrando un pubblico attento all’arte delle connessioni (fra libri, parole, metafore ecc.). Da Aristofane di Bisanzio fino a Fozio, per passare da Ateneo, le raccolte di pensieri, di citazioni, di commenti su libri letti e meditati, hanno popolato gli scaffali di biblioteche e le menti degli uomini di sapere. Euli, con il suo ultimo libro (Fare il morto. Vecchi e nuovi giochi di resistenza, Sensibili alle foglie, Roma 2016) riscopre con originalità questo antico genere, utilizzandolo ed adattandolo per una lucida critica del presente.

Walter Benjamin sosteneva che i giornali sono discorsi organizzati in modo tale da disarticolare l’informazione dall’esperienza del lettore. La loro struttura, l’organizzazione in articoli separati l’uno dall’altro, produce una verità a brani, che non permette di cogliere l’unità di una visione, possibile solo con l’arte antica delle connessioni. Euli, proprio disarticolando questo dispositivo, trova i collegamenti fra ciò che la proliferazione e l’inflazione discorsiva del nostro presente ci mette davanti agli occhi e la nostra quotidiana esperienza di una catastrofe collettiva. L’arte delle connessioni in questo caso svela ciò che è evidente, e tuttavia velato e coperto da una ridicola, quanto utile, coperta di cartone: il sistema è fallito, il gioco è imploso, la catastrofe già attuale. Ripercorrendo interminabili itinerari di lettura, disparata e disperata, l’autore ci permette di mettere a fuoco i tratti salienti di questa epoca di fine dei giochi.

In primo luogo l’emergere di una nuova dimensione bellica globale. La guerra riemerge da una storia dichirata prematuramente finita (dichiarazione forse imprudente, o probabilmente connivente con i bari del gioco), e ci si avvia a vederla sempre più massicciamente rappresentata nelle nostre strade. Guerra che non è più quella della ragion di stato post-pace di Westphalia, e tantomeno la guerra totale post-napoleonica. E’ la guerra unilaterale e globalizzata, che può decidere dell’estinzione planetaria. Come accadeva nella Costantinopoli bizantina, dove ancora la fazione dei Verdi si scontrava con quella opposta degli Azzurri all’ippodromo, mentre i Turchi bussavano rumorosamente alle porte con i cannoni, Euli profeticamente scrive: “Quando anche la Champion’s League si sarà spenta – sarà la guerra l’unico (e ultimo) grande eroico spettacolo della società dello spettacolo” (p. 16). La guerra riprende lo scettro come nelle litografie di Dürer, perché proprio nella modernità del post-moderno realizzato il conflitto è stato neutralizzato, anestetizzato e sterilizzato. Lo stato di diritto è stato archiviato, con democrazie trasformatesi in oligarchie (con buona pace di Scalfari). Il lavoro è scomparso, come il conflitto sul lavoro, con la sostanziale dismissione del diritto di sciopero, l’invenzione del lavoro gratuito, la delocalizzazione, l’automazione. Il melting pot multiculturale è imploso, e l’unica reazione che ancora si registra è l’esplosione di integralismi e fanatismi che vivono di guerra, come d’altronde i multiformi imperialismi ufficiali, tutti impegnati nella facile obliterazione del confronto. Come sostiene l’autore: “Dietro lo spettacolo in corso, le società umane non riescono più a negare lo stato di crisi in cui versano, lo stallo in cui affondano, nè a nascondere la catastrofe che avanza. La società positivizzata è costretta a rivedere i suoi negativi nella camera oscura della storia. E’ proprio la rimozione del conflitto – come sempre è accaduto – ad apparecchiarci la guerra” (p. 51).

D’altronde ciò a cui stiamo assistendo in questi primi lustri del XXI secolo non è una crisi strutturale, ma la fine del gioco e dei giochi. Il capitalismo in quanto gioco, il gioco della scommessa per eccellenza, ha perso, ovvero si è avvitato in un corto circuito dove solo i bari riescono a farcela, per il momento. Il gioco della “ripresa dietro l’angolo”, del “torneremo a crescere”, è utile solo alle oligocrazie che traggono profitto dal banco che bara. Di fatto stiamo di fronte alla fine del capitalismo, ed anche del neoliberismo, per come lo abbiamo vissuto e subito fino ad oggi. Per questo il rosario delle parole d’ordine di questo gioco di bari, ovvero competenza, flessibilità, governance, performance ecc. sono null’altro che falsità utili ad allontanare quella ingombrante ombra della catastrofe sempre più visibile. Sono i giovani d’altronde a percepire sempre più nettamente l’inutilità di ogni sforzo e di ogni speranza. In un mondo dove la produzione, da qui alla metà del secolo, sarà totalmente robotizzata, dove il lavoro e il salario saranno scomparsi, dove ogni flessibilità, ogni cedimento di diritti, ogni competenza sarà ostinatamente inutile, è fin troppo logico che i ragazzi decidano di “fare il morto”, ovvero di farsi da parte, di uscire da questo gioco barato e di rifugiarsi nella finta morte della virtualizzazione, fra social e videogiochi.

Anche la politica ha perso qualsiasi possibilità di presa sul reale e sui destini: “Stiamo comprendendo che le elezioni sono diventate dei rituali per il mantenimento di un ceto politico professionale; e che, anche laddove vengano eletti rappresentanti validi e onesti, la loro possibilità di pesare e di cambiare le decisioni già prese altrove, in sedi non parlamentari, è sostanzialmente nulla; e che, anche laddove essi riuscissero a decidere altrimenti, i governi sarebbero immediatamente “commissariati” da quei tirannici poteri, finanziari e tecnocratici che ormai chiamiamo familiarmente la troika. Oggi non serve più opporsi in piazza e in parlamento agli iter legislativi”. Inutile è, secondo l’autore, anche l’antagonismo, il muro contro muro. L’unica risposta possibile è la disobbedienza, ovvero trasformarsi in Diogene e disobbedire: “Non ci sarà più politica se non si imparerà a disobbedire alle leggi, a non rispettarle dopo che sono diventate leggi. Opporsi (solo) prima non ha più alcun senso, da tempo” (p.61).

In tempi di catastrofe, effettiva anche se televisioni, giornali, mezzi di informazione mainstream e pubblicità si ostinano a dirci il contrario, una via d’uscita, o un espediente, secondo l’autore può essere la riscoperta di uno stile di vita, di una tecnica del sé di sapore filosofico, alla maniera antica. Euli trova un nome a questa tecnologia, ovvero “fare il morto”. Tecnica duplice questa del fingersi morto: da una parte è una risposta quasi automatica, in un certo senso subita, dall’altra una scelta, una ragionata determinazione a resistere.

Dei primi, dei “finti morti” inconsapevoli, Euli offre un’ampia panoramica. Dai cosiddetti “suicidi lenti” (p.35), coloro che si autoconsumano nelle dipendenze, da lavoro, da stupefacenti, da affetti trasformati in omicidi, da virtualizzazione (come i ragazzi di cui si diceva prima), ai derelitti di tutte le latitudini, come i migranti che incarnano, con i loro corpi, una morte che da finta diventa rapidamente vera, respinta dai mille muri che il ventunesimo secolo sta erigendo a difendere il nulla, per finire con gli esodati, veri pionieri, loro malgrado, di un mondo che risospinge i finti morti nella morte reale, in virtù di una trasformazione epocale, o dell’estinzione epocale, di lavoro e salario.

Esistono, tuttavia, alcuni stratagemmi per far propria l’arte del “fare il morto”, per trasformarla in un ultimo ed estremo gesto di resistenza. L’autore descrive questa pratica come una vera tecnica di sè: “fare il morto può significare allora farsi invisibile, iniziare a praticare l’arte della disattivazione, della sottrazione, della ricusazione, della volontaria disparizione dal pubblico, non accettando la permuta in sentiment delle nostre emozioni” (p. 71). Quest’arte implica un processo di sottrazione, che si materializza in una deproduzione, in una inoperosità cosciente, nel rifiuto e nella disobbedienza: se il gioco ci chiede performance, autocontrollo, continua misurabilità prestazionale, allora disattivarci significa rifiutare la performance, non compilare il modulo per la valutazione propria e altrui, magari quello che ti presenta on line l’algoritmo per un servizio del call center, o quello che ti impone il management delle “risorse umane” sul posto di lavoro. Il nuovo imperativo di quest’arte deve essere la diserzione: “Fare il morto può significare quindi ritornare al daimon che consigliava a Socrate mai cosa fare, ma sapeva sempre dissuaderlo da cosa non fare. O riprendere in mano e tra le braccia parole ormai – e non a caso – desuete: renitenza, defezione, diserzione. Dichiararsi (o farsi dichiarare) non idoneo, disabile, non arruolato, in congedo illimitato e permanente. O allenarsi a boicottare con leggerezza, tenendosi a galla sollevato, facendo il minimo necessario, e solo se costretti, niente di meno, ma neppure di più” (p 38).

E quale poteva essere il modello per questa nuova arte dell’inoperosità se non Bartleby? Il grande personaggio di Melville è forse il vero eroe di questo libro. Probabilmente oggi ci circondano molti più Bartleby di quanto sia dato vedere, e sotto la coltre dell’iperattivismo confessionale dei social network, dietro le frenetiche tracce informatiche e biologiche che tutti noi lasciamo oggi su questo pianeta, in aeroporti, stazioni, città gentrificate, centri di smistamento ecc., molti Bartleby si ritirano nel sottoscala, si presentano trasandati ai colloqui, e alla fine dicono apertamente che “preferiscono di no”. Se c’è un Bartleby dentro di noi, allora questo è il momento giusto perché venga fuori, per opporre un gentile, e tuttavia deciso e inamovibile, rifiuto: “preferirei di no”.

Questo articolata analisi di Euli attorno all’arte di “fare il morto” è condotta attraverso percorsi di lettura dimentichi dei rigidi confini che separano i generi letterari, altra dimensione ossidionale che vive questo nostro presente amante dei muri di recinzione. Scorrendo l’elenco delle citazioni che compongono questo libro a forma di silloge si scoprono filosofi, poeti, narratori ecc.: Anna Arendt, Hans Jonas, Roberto Esposito, Zigmunt Baumann, Paul Auster, Pier Paolo Pasolini, Martin Haig, Hermann Melville, Dylan Thomas, Wistawa Szymborska e molti altri. Nomi collegati da un filo rosso, quel sottile collegamento che percorre le nostre letture, che invisibile guida i nostri pensieri e forma una biblioteca mentale, tutta interiore e privata. Forse quest’arte della biblioteca mentale fa parte di questo “fare il morto”, di quest’arte della sottrazione e della inoperosità. E allora leggere, prendere un libro, estrarlo dalla nostra biblioteca interiore, e fermarsi a ragionarci sopra, magari su di una panchina, potrebbe diventare un gesto di resistenza, in questo nostro presente incapace di leggere testi più lunghi di qualche riga su uno schermo di smart-phone. Leggere mentre si oppone un gentile, ma deciso, “preferirei di no” a chi ci ordina di arruolarci.