La cultura de “noantri”

di Alessandro Baccarin

Il provincialismo, la marginalità e l’inconsistenza culturale che caratterizza questo paese trovano nella capitale espressione massima, quasi naturale. Se i cassonetti pieni di immondizia, che tracima nelle strade delle periferie quanto in quelle del centro, l’asfalto dissestato o i quartieri dormitorio abbandonati a sé stessi sono l’epitome di un disastro culturale conclamato, le manifestazioni culturali e, in particolare, le mostre di terz’ordine che Roma offre al suo pubblico dichiarano con spavalderia e arroganza l’ignoranza e l’inettitudine della sua classe dirigente.

Prendiamo, fra i tanti casi paradigmatici, due mostre attualmente in corso nella città eterna. Presso i Mercati di Traiano, lo spazio espositivo ricavato dagli ambienti dall’antico mercato, si sta tenendo in questi giorni la mostra dedicata alla figura storica dell’imperatore Traiano (Traiano. Costruire l’impero, creare l’Europa, Mercati di Traiano, 29 agosto 2017 – 18 novembre 2018). La mostra si affianca, come è abitudine in questo spazio, all’esposizione stabile delle vestigia del Foro di Traiano e di Augusto, per lo più frammenti marmorei, bassorilievi e statue a tutto tondo. Un affiancamento che salva il visitatore da una noia mortale, perché nel suo complesso la mostra dedicata all’imperatore di origine ispanica si compone di qualche decina di pezzi, provenienti nell’ordine dalle collezioni di questi tre istituzioni museali: Museo dei Fori, Museo della Civiltà Romana e Antiquarim Comunale. Di questi, l’unico impianto museale attualmente aperto è il primo.

Il Museo della Civiltà Romana, da sempre meta di scolaresche per la vocazione didattica delle sue collezioni, tra cui si distinguono i calchi in gesso del fregio della Colonna Traiana e il grande plastico ricostruttivo della Roma di IV secolo d.C., è chiuso da tempo perché pericolante. Dei lavori di ristrutturazione e consolidamento attualmente in corso non è dato sapere con certezza il termine. L’Antiquarium Comunale è invece la fenice senza rinascita del panorama museale capitolino: chiuso perché pericolante nel corso degli anni ’30 del secolo scorso, le sue preziose collezioni rimangono precluse al pubblico. Ed è veramente curioso, ma coerente con il desolante quadro generale, che una struttura come l’Antiquarium, capace di accogliere nella sua collezione pezzi unici, come il famoso Specchio dell’Esquilino, l’unico specchio di epoca imperiale con immagini erotiche, rimanga chiusa per totale assenza di capacità amministrativa. Il Casino Salvi sul Celio, designato agli inizi degli anni 2000 come nuova sede dell’Antiquarium, rimane ancora oggi chiuso, nell’incuria e nell’indifferenza generale.

Ricapitolando, ad esclusione di un paio di reperti provenienti da un museo tedesco, la mostra su Traiano si compone di pezzi già presenti sul territorio romano, ma preclusi ai visitatori per l’assenza di una vera politica culturale, adeguata non solo ad una città come Roma, ma ad un paese come l’Italia che di patrimonio artistico-archeologico potrebbe vivere e far vivere i suoi abitanti.

Che dire poi dei repertori di immagini. L’interessante itinerario iconografico allestito dagli organizzatori attorno alla figura ufficiale di Traiano, quella congelata nella ritrattistica ufficiale di statue a lui dedicate in ogni angolo dell’impero, è costituito semplicemente da una serie di riproduzioni a stampa, formato 20 x 15 cm, tratte da Wikimedia.commons. Medesima dinamica per l’interessantissimo Tropaeum Traiani, ovvero il gigantesco (in origine alto 32 m circa) monumento commemorativo delle guerre daciche, fatto erigere da Traiano ad Adamclisi, nell’attuale Romania. Gli organizzatori hanno deciso di offrire questo prezioso monumento alla conoscenza e all’attenzione del visitatore attraverso un modellino ricostruttivo della struttura ed una serie di riproduzioni fotografiche delle metope in pietra calcarea che descrivevano i combattimenti fra Romani e Daci. Date le ridotte dimensioni delle immagini, l’osservatore è costretto ad indovinare, piuttosto che osservare, le vivide figure di guerrieri e legionari che caratterizzavano, con le loro fattezze “barbariche” e del tutto prive di classicità, questa singolare costruzione.

In sostanza la mostra è stata organizzata limitando al massimo i contatti con le istituzioni museali straniere, la spesa per le riproduzioni (tratte da Wikmedia.commons, quindi prive di diritti, e di ridotte dimensioni) e il contributo di studiosi del panorama internazionale. Per estremo paradosso questa sorta di autarchia culturale rende eccezionalmente visibile ciò che prima lo era stabilmente: ad esempio i preziosi calchi in gesso della Colonna Traiana, prodotti dagli archeologi francesi a metà del XIX secolo, fino a qualche anno fa in esposizione al Museo della Civiltà Romana ed ora esposti in estrema selezione in questa mostra traianea.  Infine il visitatore che, al termine del percorso espositivo, voglia acquistare il catalogo e che, a questo scopo, si rivolga al personale della biglietteria lo troverà “naturalmente” esaurito.

A completare questo itinerario autarchico la mostra traianea viene corredata da un’altra mostra: “I confini dell’Impero Romano. Il Limes Danubiano – da Traiano a Marco Aurelio, 6 luglio – 18 novembre 2018”. Titolo altisonante, a cui corrisponde quasi un nulla pratico. Inutilmente, e non senza affanno, il visitatore cercherà sale piene di reperti, teche zeppe di manufatti antichi o documenti audiovisivi a scopo didattico. Perché la mostra si compone in null’altro che da una serie di foto e mappe disposte su tre vani (tabernae) sulla Via Biberatica, immancabilmente negletti sia dal turista straniero, attirato dal panorama mozzafiato sui Fori che da quella via può godere, che da quello nostrano, costretto ad osservare piante e immagini altrimenti fruibili su testi o su internet.

Come definire una simile logica espositiva se non il prodotto di una concezione autarchica della cultura. Una sorta di cultura “de noantri”, quel provincialismo che alberga oggi nei palazzi romani del potere, piuttosto inclini magari a resuscitare un’autarchia del fez di italica memoria. Chiaramente l’intero spazio è gestito da Zetema, la società incaricata da Roma Capitale alla gestione dei suoi principali impianti museali. Una declinazione arraffona e provinciale di quella sussidiarietà che caratterizza purtroppo la nozione del pubblico in questi tragici decenni di ordoliberismo targato UE.

E’ sempre Zetema a gestire l’altra mostra che compone il nostro dittico paradigmatico: Walls. Le mura di Roma. Fotografie di Andrea Iemolo, 20 giugno – 7 ottobre 2018, in esposizione nelle sale del complesso dell’Ara Pacis. Le suggestive fotografie di Iemolo si inseriscono all’interno di un esteso progetto di documentazione fotografica delle Mura Aureliane commissionato al fotografo dalla Commissione della Sovrintendenza Capitolina. Anche in questo caso il visitatore, seppure rinfrancato dalla cura dell’allestimento e dal perfetto gioco di luci degli ambienti, rimane piuttosto perplesso: alla bellezza delle foto non si accompagna un adeguato apparato informativo su pannelli, capace di illustrare la millenaria storia che ogni singola porzione di perimetro murario romano nasconde.

Il visitatore rimane rapito dalle immagini, tra l’altro accompagnate dalle interessanti fotografie scattate fra il 1864 e il 1877 e disponibili nel Fondo Parker, ma sostanzialmente esce dalla mostra senza aver ben capito il grande patrimonio storico e archeologico che Roma sta abbandonando a sé stesso nell’indifferenza generale. Non si rende conto che, ad esempio, la sola Porta Maggiore, oppure l’antica Porta Tiburtina, un vero palinsesto archeologico comprensivo dell’incrocio degli acquedotti dell’Aqua Marcia, Iula e Tepula, delle Mura Aureliane stesse e del rifacimento che Onorio ne fece agli inizi del V secolo d.C., o ancora il tratto di mura presso Santa Croce in Gerusalemme, che ingloba il palazzo imperiale dei Severi (Sessorium), costituiscono, nelle loro singolarità, potenziali piccoli parchi archeologici. Ciascuna di queste tre aree, se ben attrezzate e amministrate, consentirebbero una maggiore distribuzione del turismo romano sull’intera area urbana, decongestionando il centro storico, darebbero lavoro a tante persone e infine fornirebbero entroiti da poter reinvestire in una redditizia politica museale cittadina a vantaggio della collettività.

Purtroppo dobbiamo accontentarci della cultura “de noantri”, quella che con “la curtura non se magna”, quella che promuove amici di amici, che favorisce gli imprenditori d’accatto prodighi con i soldi altrui, soprattutto delle banche di amici, quella che non capisce e non può vedere il tesoro sul quale indegnamente siede. La cultura del “padroni a casa nostra”, che della casa però non conosce neanche la storia e il valore.