La destituzione inoperosa La società della stanchezza

 

Walter Tossici

 

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 Byung-Chul Han è un filosofo sudcoreano che ci fornisce un’ analisi della società odierna, da lui definita come “società della prestazione”. Questo tipo di società è basata su nuovi valori, legati alla produttività, come il progetto e l’iniziativa intrapresi dal singolo individuo, definito – riprendendo Foucault- “imprenditore di sé stesso”, o, più in generale, “soggetto di prestazione”. In particolare, “vi è una continuità fra la società disciplinare, basata su elementi negativi come il dovere, l’obbligo e il divieto e la cosiddetta società della prestazione, basata sull’ elemento positivo del poter-fare, apparentemente illimitato. Infatti, il soggetto di prestazione resta disciplinato. Egli è passato attraverso lo stadio della disciplina. Il poter-fare incrementa il livello di produttività già raggiunto attraverso l’imperativo del dovere. All’incremento della produttività, tra il poter-fare e il dovere sussiste una continuità.  Tuttavia, nel passaggio dalla società disciplinare alla società di prestazione va a collocarsi la depressione”[1]; in altre parole, possiamo intendere il soggetto odierno come un soggetto malato, con uno stato psichico di malessere, dovuto al seguente fattore, qui citato: (..)

 “In realtà, causa di malattia non è l’eccesso di responsabilità e di iniziativa, bensì l’imperativo della prestazione quale nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna”[2].

La pressione da prestazione porta l’individuo odierno a una condizione di esaurimento, espressa sotto forma di “eccesso di lavoro e di prestazione – che – aumenta fino all’ auto-sfruttamento”[3].

 A questo punto, il filosofo sudcoreano chiama in causa Hannah Arendt, che nel suo “Vita Activa” aveva messo in guardia contro la “passività mortale” dell’individuo odierno, “legata alla degenerazione delle due forme dell’attività umana, l’opera e l’azione, nel lavoro stesso”[4].

La mancanza fondamentale della Arendt consiste nel “non essersi resa conto della degenerazione della vita activa nell’iperattività propria dell’individuo odierno”[5]. Rispetto a ciò, si colloca l’ ultima critica fattale:

Di non aver evidenziato il carattere dialettico dell’essere-attivi, nel fatto che l’acuirsi dell’attività in iper-azione fa si che l’attività si rovesci in iperpassività, nella quale si segue ogni impulso e stimolo senza opporre resistenza. Invece della libertà, essa produce nuove costrizioni. E’ un’ illusione credere che tanto più si è attivi, tanto più si è liberi”[6].

L’ analisi dell’ iperattività del soggetto odierno ci permette di arrivare al centro della  riflessione di Byung-Chul Han. L’ultimo passaggio del filosofo sudcoreano è espresso nel titolo stesso dell’ opera trattata, “La società della stanchezza”; essa si articola in due modi: come “stanchezza da esaurimento” e come “stanchezza profonda”; al loro interno, bisogna distinguere fra due forme di potenza: da un lato, la potenza positiva, o meglio la “stanchezza della potenza positiva”, intesa come incapacità “di fare qualcosa”; dall’altro, la potenza negativa, intesa come “potenza di non fare, la potenza di non agire, di dire no; che permette di evitare l’iperattività. Essa si trasforma in una pratica attiva di fare, come forma di espressione dell’autentica libertà di azione, nello stesso gesto di dire di no, che permette di  riacquistare la sovranità di sé”[7].

Infatti, la stanchezza profonda rappresenta, al contrario, la “stanchezza della potenza negativa, del non fare (..) che consente l’ utilizzo dell’inutilizzabile”[8].   Vi è una previsione sulla società futura, nel dire che “la società che si sta approssimando potrebbe anche esser detta società della stanchezza”.  Possiamo intendere l’approssimarsi della società futura come una speranza posta da Byung-Chul Han. Infatti, la società della stanchezza negativa, profonda, è intesa come lo scenario stesso che apre all’ “ utilizzo dell’inutilizzabile[9].

Perciò, possiamo dire che la stanchezza della potenza negativa rappresenti in Byung-Chul Han una forma di inoperosità.

 Tuttavia, bisogna evidenziare il limite massimo della prospettiva del filosofo: in quanto “stanchezza del noi” (ibid., p. 72), essa riproduce ancora un’ idea di comunità, nonostante quest’ultima venga intesa come una mera “prossimità, (..) una vicinanza priva d’ogni vincolo familiare, funzionale”. (ibid., p. 73).

Qui si evidenzia il  primo limite della proposta di Byung-Chul Han: l’idea di comunità stessa, se ancora intesa sotto  forma di una comune.

In secondo luogo, possiamo intendere la società della stanchezza come una forma di comunità data dal mero stare-insieme, dalla mera prossimità dei corpi, sciolti da ogni legame (meri corpi as-soluti); perciò,  essa rappresenta la “stanchezza della potenza negativa, del non fare, che consente l’ utilizzo  dell’inutilizzabile” (ibid.), poiché libera da ogni “fare-per” (ibid.), da ogni agire in vista di uno scopo. Qui si pone il secondo limite della concezione del filosofo sudcoreano: non è chiaro se si possa intendere questa comunità come propriamente inoperosa.

Al contrario, possiamo intendere la società attuale, la società della stanchezza della potenza positiva, come già esausta? Qui è utile un confronto veloce con Deleuze, che, ne “L’esausto”, sul tema dell’esaurimento del possibile, permette di affermare che la società attuale, in quanto esausta, abbia esaurito ogni possibile; ciò è evidente rispetto l’attuale crisi ambientale in atto.

In particolare, possiamo intendere una società già esausta come la nostra sotto forma di un’autentica  “comunità del non”, espressa dal movimento, compiuto dai corpi, di evitare il centro, da intendere  in modo significativo come gesto di evitare  “la possibilità stessa dell’incontro”[10].

Qual è l’ autentico valore di tale gesto? Il suo essere espressione di una potenza, che si compie e si mantiene oltre l’atto stesso; riprendendo Agamben,  possiamo intendere la potenzialità che si conserva nell’atto e che dura aldilà di esso come l’inoperosità stessa. Perciò, possiamo intendere l’inoperosità, sia come una potenza irriducibile che si conserva oltre l’atto – sia più propriamente – come un gesto, che realizza ed insieme espone tale potenza. [11]

In conclusione, il valore ultimo di tale potenza risiede nel fatto di essere una potenza destituente. Essa ci permette – finalmente – di compiere una anarcheologia dei  dispositivi di sapere-potere, o meglio la disattivazione dei dispositivi di governo della vita.  Si tratta, cioè, della destituzione del potere, in tutte le sue forme.

[1] Vedi Byung-Chul Han, La società della stanchezza, traduzione di Federica Buongiorno, gransasso nottetempo, 2012, pp. 23-24

[2]  Byung-Chul Han, La società della stanchezza, pp. 25-26

[3] Ibid., pp. 23-24

[4] Ibid., pp. 39-40

[5] Ibid., Id.

[6] Ibid., p. 48

[7] Ibid., pp. 53-54

[8] Ibid., pp. 72-74

[9] Ibid., Id.

[10] Vedi Gilles Deleuze, L’esausto, a cura di Ginevra Bompiani, Nottetempo editori, gennaio 2016, pp. 49-50

[11]Vedi Giorgio Agamben, Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto, Bollati Boringhieri, Torino 2017