L’egemonia digitale

Renato Curcio, L’egemonia digitale. L’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, Sensibili alle foglie, 2016,

E’ recente la pubblicazione di L’egemonia digitale, seconda tappa della ricerca che Renato Curcio, assieme al suo gruppo di lavoro, sta conducendo sull’automazione e la digitalizzazione del mondo del lavoro. Ci sembra opportuno, oltre che necessario, pubblicare di seguito qualche breve estratto di questo testo. Gli spunti di analisi che il libro fornisce sono innumerevoli, centrando con mirabile lucidità il tema centrale di questo nostro presente, di questa perenne crisi funzionale alla radicale trasformazione del capitale e del neoliberismo. Ci riserviamo una prossima occasione per tentare di metterli a fuoco e trarne alcune argomentazioni. Sia qui sufficiente osservare il fulcro, a nostro avviso, dell’analisi di Curcio: la ricerca tenace di una nuova microfisica del potere, quella che passa attraverso gli algoritmi e la tecnologia del touchscreen, ricerca che permette una visione meno opaca di quel dispositivo digitale che, nel sociale, sta modificando sempre più le relazioni di potere a favore di una oligarchia tecnocratica, capace come poche di farsi obbedire producendo la sterilizzazione di ogni pensiero critico.

“Il pensiero critico sulle tecnologie digitali, così come oggi esse si manifestano, non implica affatto un rifiuto delle tecnologie al servizio di una nostra miglior vita o di una maggior cura di sé e degli altri. Essere “pro” o “contro” la tecnologia in generale non è altro che un pessimo modo di affrontare il problema. Come è mal posta l’alternativa tra un suo “uso buono” e un “uso cattivo”. Al di là di qualunque uso stupido o intelligente infatti restano sempre la concessione di credito e il “patto” che quell’uso ratifica. E neppure ci soddisfa limitarsi a rimarcare che le conseguenze delle tecnologie digitali, come di quelle che le hanno precedute, sono nello stesso tempo un danno e un vantaggio o, come scrive Postman, che “ogni tecnologia è al tempo steso un danno e una benedizione; non è l’una cosa o l’altra, è una cosa e l’altra” (p. 10).

“Realisticamente si potrebbe anche convenire ma la questione essenziale non è quella. La domanda da cui muoviamo perciò è un’altra: da cosa prende origine il lato dannoso? Questi orientamenti tecnofili, tecnofobi, tecno-neutrali o comunque mediatori, non colgono il codice ultimo della nostra difficoltà, del nostro malessere. Che resta quello dell’immaginario sociale a cui s’ispirano le progettazioni come le produzioni a cui esse danno vita. Istituito dal modo di produzione capitalistico l’immaginario egemone, di cui le tecnologie digitali costituiscono una concreta manifestazione, è oggi avveniristicamente e spettacolarmente interpretato da imprese di nuovo tipo come quelle che prosperano nella Silicon Valley. Imprese che coniugano insieme il proprio interesse economico e gli interessi strategici di dominio economico e controllo sociale del sistema di potere entro cui fanno affari. E che affari!

Non si tratta quindi di porsi “pro” o “contro” la Tecnologia con la T maiuscola, ma “pro” o “contro” quella specifica tecnologia che porta dentro di sé valori impliciti ovvero il codice del nostro malessere sociale; una tecnologia protesa a colonizzare gli atti e l’immaginario di miliardi di umani per sfruttarne le energie e le risorse a vantaggio esclusivo di pochi consigli di amministrazione, qualche azionista, e del sistema mondializzato di potere che essi contribuiscono a riprodurre e su cui fanno affidamento. Di questo vi vogliamo raccontare per coltivare, nel dialogo, una riflessione critica diffusa e immaginare, insieme, la messa in opera di alternative sociali valide, collettive e radicali.

Ma prima, due parole ancora sul titolo – l’egemonia digitale – che sintetizza il processo e la pratica del nuovo dominio planetario: la conquista dell’immaginario e delle mappe concettuali attraverso la cattura degli atti elementari e l’induzione di procedure cognitive. Un processo epidemico ed epidermico che permea l’intenzione di tutte le attuali tecnologie digitali – dagli smartphone di uso comune ai più complessi sistemi gestionali – e che in alcune delle sue varianti specifiche troverete raccontate nelle pagine seguenti. Un processo coinvolgente e insidioso perché imposta la progressiva colonizzazione del nostro immaginario senza più ricorrere al discorso, alle parole, agli intellettuali e agli influenti culturali ma sfruttando quel movimento dei nostri pollici e quell’estetica degli atti che le tecnologie digitali silenziosamente inducono. L’impulso più eversivo dell’innovazione digitale capitalistica parte dai nostri stessi gesti. Forse per questo è così difficile vederlo con chiarezza” (pp. 10-11).

“Con il passaggio al capitalismo digitale, le strategie di controllo sono cambiate nel loro paradigma costitutivo. Rispetto al capitalismo industriale, siamo di fronte a una evidente discontinuità d’impostazione e di strategia. Ciò non riguarda soltanto il mondo del lavoro ma l’intera formazione sociale capitalistica. In sostanza, con il consolidarsi delle tecnologie digitali si è affermata l’idea di non attendere il precipitare di eventi indesiderati bensì di tenere sotto controllo i territori che potrebbero generarli e monitorare ogni cosa per catturarne gli indizi. Questa prospettiva preventiva ha accelerato il suo moto nella misura in cui è diventato possibile immaginare il controllo di specifici territori nella loro estensione totale.

A differenza del Novecento dunque, dove il “controllo della produttività” e il “controllo disciplinare” avevano una dimensione prevalentemente “prossimale” con ambizioni di anticipazione limitate – e venivano effettuati da una pletora di “capi e capetti” perennemente afflitti da pesantezze e derive burocratiche – ora esso abbraccia “da lontano” l’intera estensione che le nuove tecnologie possono coprire, compresi i comportamenti dei lavoratori al di fuori dell’azienda. In breve, tra i controllori e controllati la linea di comando in precedenza popolata dalla gerarchia dei capi ora, con la loro sostituzione da parte dei dispositivi tecnologici digitali, viene sostanzialmente trasferita alle macchine e ridefinita.

Software, algoritmi e computer entrano al loro posto nella microfisica dell’intermediazione” (p. 16).

“Nelle sue autorappresentazioni, e non solo nelle più entusiastiche, l’innovazione tecnologica rifiuta il porre limiti, qualunque sia la sua direzione, all’espansione di sé. Etica e morale le sono indifferenti. L’innovazione tecnologica si pensa dentro l’immaginario dell’illimitato e della perpetuità. Come il Capitale, di cui è figlia, anche’essa colloca la sua prospettiva entro la stessa dismisura. Ma proprio questa dismisura ne denuncia il limite e l’aporia. L’infinito, l’illimitato, il perpetuo sono dimensioni esterne alla storia sociale entro la quale nessun processo è infinito.

Dimensione che ritroviamo, invece, nelle religioni, nelle narrazioni mitologiche e nelle catastrofi procurate (ambientali, belliche, relative alla salute di umani e di essere viventi). Gli antichi filosofi greci chiamavano hybris questa presunzione. Ma i feticisti dell’innovazione tecnologica a ogni costo purtroppo non conoscono questa parola della quale però gli umani non possono fare a meno” (pp. 129-130).