Marielle Franco

Alessandro Baccarin

L’assassinio di Marielle Franco a Rio de Janeiro il 14 marzo è parte di una guerra a bassa intensità condotta in questi ultimi anni in tutto il Brasile, ed in particolare nella citta carioca. L’apice, forse, di un conflitto che manifesta in forma cruda ed esplicita, come sempre è accaduto in America Latina, la lotta di classe al contrario che in questi primi lustri del XXI secolo viene perpetrata a livello planetario dalle élites neoliberali con l’uso abbondante di fascismi, neofascismi, assassini mirati, ricatti finanziari, agenzie di rating, droni, spread ecc. ecc.

Marielle era il simbolo di una sete di giustizia che nei quartieri più popolari di Rio si era materializzata appena due anni fa nella sua elezione ad assessore della camera municipale della città carioca. Donna, ragazza madre e per di più di colore, Marielle si faceva portavoce di tutte quelle minoranze o marginalità sociali che non trovano voce nei cosiddetti organi rappresentativi, e che tuttavia incontrano quotidianamente le pallottole che la solerte polizia locale dispensa in abbondanza sulle teste e sui corpi degli abitanti dei quartieri popolari e periferici.

Nata lei stessa in un favela, quella del Complexo da Maré, una delle innumerevoli comunità che caratterizzano il tessuto urbano della zona nord di Rio, la zona più povera e popolare, tradizionalmente contrapposta alla zona sud, dove si concentrano i quartieri più esclusivi, come Leblon ecc., la Franco non solo aveva costruito progetti di sostegno e di welfare nei confronti di donne, famiglie povere, individui costretti nella marginalità, ma aveva utilizzato la sua notorietà per denunciare sui social gli atti criminali che questa lotta di classe al contrario produceva nel tessuto urbano e sociale di Rio de Janeiro. Sua, ad esempio, la recente denuncia di una esecuzione mirata da parte del 41 Battaglione della Polizia Militare di Rio nella favela di Aracari: nei primi giorni di marzo due giovani ragazzi erano stati trucidati da poliziotti in pieno giorno. Solo a tarda notte, quando ormai era cessato il coprifuoco imposto d’autorità dalla polizia in tutta la favela, gli abitanti della comunità ne avevano potuto recuperare i corpi, per consegnarli alle rispettive famiglie. Episodio questo simile ai tanti che formano la quotidianità di soprusi e violeze a cui le comunità popolari di Rio sono costrette da parte di polizia e narcotrafficanti.

Difficile dire se questa denuncia abbia causato la morte di Marielle. Certo è che si è trattato di una vera e propria esecuzione, condatta da persone consapevoli della loro impunità, se per commettere l’omicidio di lei e del suo autista si sono prese la libertà di utilizzare proiettili in dotazione alla Polizia Federale brasiliana, ovvero munizioni circolanti ufficialmente fra gli organi militari e di polizia dello stato.

Un conflitto a bassa intensità si diceva. In effetti è questa la definizione più corretta delle condizioni di convivenza che si stanno registrando a Rio, e in generale in tutte le grandi metropoli brasiliane, in questi ultimi anni. I numeri sono piuttosto epliciti. Solo a gennaio di questo anno a Rio de Janeiro si sono registrati 688 scontri a fuoco, con una media di 22 al giorno, per un totale di 146 morti e 148 feriti. Queste sparatorie coinvolgono a vario titolo i narcotrafficanti, la microcriminalità, le bande paramilitari, le varie polizie (Polizia Federale, Polizia Militare, Polizia Civile ecc.), ecc.. Il trend sembra registrare un netto aumento rispetto all’anno scorso, quando solo nel gennaio 2017 si erano registrati 115 morti e 141 feriti per sparatorie urbane, in un paese, il Brasile, che registra in media 60,000 morti per scontri armati di varia natura all’anno. Se consideriamo che nel conflitto in Siria, dal 2011 ad oggi, si stima che ben 465,000 persone abbiano perso la vita, ne ricaviamo che la guerra di Siria ha prodotto una media di 66.000 morti l’anno, poco più che il conflitto a bassa intensità delle aree metropolitane brasiliane. Se parliamo di guerra è quindi a buona ragione.

La situazione di conflitto urbano a Rio è peggiorata negli ultimi anni. Dopo la creazione delle Unità di Polizia Pacificatrice da parte del governo Lula nella prima decade del 2000, piccoli uffici di polizia posti agli ingressi delle comunità con il compito di assistere la popolazione, piuttosto che condurre azioni militari o di repressione, la ripresa del conflitto ha caratterizzato gli ultimi anni del governo di Dilma Roussef, per diventare aperto conflitto con l’attuale governo golpista di Michel Temer. La guerra vede operare da una parte le bande del narcotraffico, arroccate nelle colline che ospitano tradizionalmente le favelas, bande in conflitto fra loro per il mercato del narcotraffico nell’area urbana, le milizie paramilatari, loro stesse invischiate nel narcotraffico, la microcriminalità che opera su tutto il territorio metropolitano con appostamenti armati, rapine, rapimenti ecc., e dall’altra la polizia militare che sistematicamente attacca con vere e proprie tecniche di controguerriglia urbana i narcotrafficanti nelle periferie, coinvolgendo consapevolmente negli scontri anche la popolazione inerme che abita le comunità periferiche.

Questo tipo di conflitto caratterizza tutte le grandi metropoli brasiliane, ed in particolare Rio e Fortaleza. Quest’ultima, la capitale nordestina dello stato del Cearà, vede l’azione di stampo militare dei narcotrafficanti che, su ordini diramati direttamente dai capi internati nelle carceri, compiono blocchi stradali, danno alle fiamme mezzi del trasporto pubblico, perpetrano eccidi contro la popolazione delle zone periferiche, taglieggiando quest’ultima in una guerra senza tregua per il controllo delle zone di spaccio e della città in genere.

In questa situazione di conflitto armato il Brasile a novembre prossimo si appresta ad eleggere il presidente della repubblica. Le elezioni sono una vera incognita, dato che tutti i candidati della destra e delle élites brasiliane si sono dimostrate a vario titolo colpevoli nelle inchieste che la magistratura ha condotto e sta conducendo sulla corruzione a livello locale e federale. L’unico candidato della sinistra, ovvero l’ex presidente Lula, è stato condannato per corruzione dopo un processo farsa, e la sua ineleggibilità è appesa ad una sentenza di carcerazione attesa per l’immediato futuro. Infine l’attuale presidente in carica, Michel Temer, ex vicepresidente del governo Dilma, giunto alla massima carica in virtù di un golpe bianco che ha visto la destituzione nel 2016 della presidente Dilma per via di un impeachment orchestrato dalle destre locali, dalla magistratura e dalla Polizia Federale, naturalmente con gli auspici dei servizi statunitensi, si è dimostrato un cavallo perdente per le stesse élites. Il suo diretto coinvolgimento in affari di corruzione accertati e il suo bassissimo livello di gradimento nella popolazione ne hanno presto decretato l’obsolescenza.

In questa situazione di aperto conflitto il governo non ha trovato di meglio che far intervenire l’esercito a fianco della polizia per ripristinare l’ordine pubblico nella metropoli carioca. Dopo decenni, praticamente dalla fine della dittatura, si sono rivisti circolare in città tank e autoblindo, soldati in mimetica ed equipaggiati per operazioni di guerra. Per attuare questo intervento il governo ha dovuto produrre un decreto che di fatto interviene sulla costituzione. Voci malevole, o forse semplicemente ben informate, riferiscono che il coinvolgimento delle forze armate ha lo scopo principale di rendere inattuabile, e quindi rinviabile a dopo le elezioni, la riforma delle pensioni, fortemente osteggiata da tutta la popolazione, architettata dal governo e richiesta dai “mercati”. Dato che una simile riforma intervine sull’ordinamento costituzionale, la decretazione d’ugenza che sancisce l’intervento militare rende per motivi costitutzionali momentaneamente inattuabile la riforma. Chiaramente, all’indomani della procrastinazione della riforma pensionistica le varie agenzie di rating hanno abbassato la volutazione d’insolvenza del debito pubblico brasiliano, facendo salire gli interessi del debito stesso. Questo semplice dato conferma che le politiche di austerity, caldeggiate e messe in pratica nell’Unione Europea e in tutte le “democrazie” neoliberali del mondo sostituiscono le pallottole ed i tank, e in sostanza ne sono un succedaneo.

E’ chiaro a tutti gli osservatori che l’intervento dell’esercito non risolverà la situazione. L’omicidio di Marielle né è una conferma. L’intervento militare inoltre implica la presenza di ben 30.000 soldati nelle strade di Rio in appoggio alla normale polizia. C’è da chidersi quanti progetti di welfare e di redistribuzione sociale, gli stessi che Marielle progettava, saranno abbandonat per finanziare questa militarizzazione del territorio con esplicite implicazioni belliche.

Così, nell’indifferenza delle istituzioni internazionali (ONU in testa) e dei grandi media in Brasile si consuma un conflitto a bassa intensità ed i carriarmati sferragliano per le strade. L’orrore della vita fascista ha il suono dei cingoli e il fruscio delle cravatte di seta delle élites.