Nascita della clinica

Alessandro Baccarin

Naissance de la clinique1 venne dato alle stampe nel 1963. Incastonato dal punto di vista cronologico fra Storia della follia e Le parole e le cose, il libro finì per rimanere nel cono d’ombra di queste due opere monumentali, senz’altro molto più lette e famose. In quei primi anni Sessanta Foucault, professore di psicologia all’università di Clermont Ferrand, appariva già come un intellettuale ed un filosofo eterodosso ed originale, piuttosto anarchico rispetto ai coevi percorsi accademici o filosofici, ma ancora difficilmente identificabile con quella figura di maitre a penser con la quale venne identificato nei successivi anni Settanta.

Solo uno sguardo superficiale e disattento potrebbe rubricare questo singolare testo foucaultiano come un libro di storia della medicina. In realtà si tratta di un libro di storia dello sguardo e di archeologia del pensiero che prende a pretesto la storia della medicina, ed in particolare la fondazione della medicina clinica sul finire del XVIII secolo, per fare un’archeologia delle condizioni di emergenza del sapere moderno. Il titolo nella sua estensione non caso recita Nascita della clinica. Un’archeologia dello sguardo medico. Ed è proprio come tappa fondamentalede di una storia dello sguardo, una storia mai scritta, o scritta solo in parte ed in modo frammentario, che dovremmo leggere questo difficile libro, forse uno dei libri più difficili e più entusiasmanti dell’intera bibliografia foucaultiana.

Foucault in questo suo studio si concentra sulla medicina del XVII-XIX secolo osservando, attraverso i testi fondativi della medicina clinica, ovvero la medicina moderna, un passaggio epistemologico e di storia del pensiero fondamentale. In questa storia dello sguardo ed in questa particolare storia del pensiero Foucault osserva un dato apparentemente secondario, e tuttavia fondamentale: se i medici sei-settecenteschi osservavano il malato e ne osservavano le malattie attraverso i sintomi, se ricorrevano ancora all’antica nozione di “simpatia” per definire malattie e rimedi, quelli del XIX secolo improvvisamente osservano solo ed esclusivamente la malattia, ed il malato entra nel loro campo visivo, che è anche un campo del sapere, solo perché è un mezzo per entrare nel corpo che quella malattia contiene. Di qui il passaggio fondamentale nella storia del pensiero segnato dalla trasformazione di una domanda. I medici non chiedono più “come ti senti”, ma “dove ti fa male”.

Emerge allora un nuovo campo di applicazione dello sguardo e del sapere a questo connesso: il corpo. Chiaramente qui non abbiamo il Foucault di Sorvegliare e punire e il corpo non costituisce l’oggetto di una indagine archeologica sulla società disciplinare. Tuttavia è chiara l’originalità dell’indagine. Se compare tra XVIII e XIX secolo una medicina clinica, se i malati diventano dei corpi, e se questi corpi vengono ora sottratti agli ambienti familiari, che con la loro influenza potrebbero inficiare lo sguardo e l’analisi del medico, per essere consegnati ad un luogo chiuso, un luogo di luce totale sul quale lo sguardo medico può applicare la sua analisi pura, un luogo fisico e metaforico che chiamiamo ospedale, ciò non avviene in virtù di un progresso della scienza, in virtù di una nuova formazione epistemologica erede dello scientismo illuminista, ma in virtù di un passaggio, o meglio di un’emersione di parole e oggetti che poco hanno a che fare con il contesto storico nel quale questa emersione avviene. E’ chiaro che in questo atteggiamento critico Foucault è già impegnato in quella singolare analisi del sapere che troverà il suo traguardo ne Le parole e le cose, libro del 1966. Potremmo dire allora che il corpo diventa un oggetto dello sguardo medico e la clinica diventa il luogo ideale di questo oggetto in virtù di un nuovo legame fra parole e cose, o meglio di una frattura, come sosteneva Foucault, fra le prime e le seconde.

Si diceva del ruolo che gioca questo testo in una ipotetica storia dello sguardo. Leggendo questo libro si ha la sensazione che il vero oggetto d’indagine di Foucault fosse in questi anni la luce. La luce e l’ombra. Se il corpo diventa improvvisamente molto più visibile del malato all’occhio del medico ciò è dovuto alla capacità di questi di vedere, capacità che è però condizionata da una serie di trame che l’archeologo del pensiero può trovare attraverso un’attenzione profonda verso la luce, verso le modalità con le quali la luce viene percepita nel volgere dei secoli. In questo senso è ancora attuale l’analisi che Gilles Deleuze condusse nel suo corso su Foucault alla metà degli anni Ottanta, quando ricordava come centrali fossero nel filosofo francese le dimensioni della visibilità, le condizioni che una determinata epoca si pone per poter vedere cose, comportamenti, oggetti di sapere ecc2.

L’atteggiamento anarchico sotteso in questo gesto di archeologia filosofica è evidente se consideriamo la totale assenza in questo testo di una riflessione su eventi come la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale ecc. Gli eventi storici che solitamente in una lettura di tipo storicistico sono collegati al “progresso” del pensiero vengono del tutto ignorati. Sarà questa una caratteristica di tutto il Foucault archeologo e genealogista. In sostanza questa singolare e miracolosa connessione fra l’emergere di un discorso, discorso scientifico e medico, e di un nuovo oggetto del discorso, il corpo e l’uomo come oggetto di sapere, è un miracolo che poco a che fare con un principio di causalità storica o con un determinismo di alcun tipo. Come Foucault scrive nell’introduzione “i miracoli non sono così scontati”.

Qui registriamo uno dei temi cruciali del Foucault epistemologo. Sappiamo che la nozione di “evento” avrà conseguenze feconde nella riflessione foucaultiana successiva. Evento è ad esempio quella particolare connessione fra una legislazione del comportamento criminale, la costruzione delle prigioni e la figura del criminale nella società disciplinare del XIX secolo ritratta nei lavori degli anni Settanta. La constatazione che fra il discorso, o se vogliamo fra l’enunciabilità delle parole, e il reale, quello dei comportamenti o dei corpi, esiste una frattura incolmabile che solo i “miracoli” possono colmare è uno dei tratti caratteristici dell’antistoricismo anarchico di questo pensiero. Uno dei tratti più genuinamente antistrutturalisti che non a caso emerge proprio negli anni Sessanta, quando in Francia prende avvio una riflessione epistemologica che a posteriore sarà battezzata post-strutturalismo.

Se fra l’enunciato ed il reale la frattura è incolmabile, allora il discorso deve essere esaminato in modo a sè stante, senza ricercare tracce di un reale che inevitabilmente gli sfugge. E’ per questo che Foucault denuncia in questo libro, e continuerà a farlo anche quando si occuperà di tutt’altri temi, il commento come una forzatura del significante sul significato. Di qui l’analisi condotta sui testi di medicina, analizzati come formazioni discorsive indipendenti, come monumenti di significati. E’ questo tipo di analisi discorsiva che caratterizza l’archeologia filosofica del Foucault degli anni Sessanta, ed è un tipo di analisi a cui il filosofo francese non rinuncerà mai. Se i testi della medicina settecentesca ed ottocentesca dicono qualcosa all’archeologo del sapere non è la manifestazione di una scienza finalmente libera dalle storture o dalle prigionie di un pensiero primitivo, il pensiero magico che ravvisava “simpatie” fra malattia e mondo naturale, non è la liberazione di un sapere progressivo dalle pastoie del religioso con i suoi obblighi e le sue censure, ma è l’emergenza di una nuova relazione fra cose e parole, è l’emergenza di nuovi oggetti di sapere (corpo, clinica ecc.) a cui corrispondono nuovi oggetti dello sguardo, è l’emergenza di un sistema di sapere che giustifica un nuovo potere.

Paradigmatico a questo proposito è il cosiddetto interdetto religioso sulla dissezione dei cadaveri, interdetto che avrebbe privato l’anatomia patologica delle conoscenze utili per la fondazione di una medicina clinica. Foucault, proprio leggendo i testi nella loro natura di enunciati e non di signifcanti, individua la grande falsità di questa topica dello scientismo di tipo illuministico. In realtà i cadaveri erano aperti alla luce del sole in pieno XVIII secolo e l’interdetto religioso ha funzionato come “giustificazione retrospettiva” ad una scienza che non sapeva capacitarsi della propria cecità passata. Quella cecità che non è dell’ordine del progresso, ma di quella coincidenza casuale fra discorso e reale che è il l’oggetto di ricerca dell’archeologia foucaultiana.

1Michel Foucault, Naissance de la clinique. Une archeologie du regard medicale, Presses Universitaire de France, Paris 2012.

2 Gilles Deleuze, Il sapere. Corso su Michel Foucualt (1985-1986)/1, Ombre Corte, Verona 2014, p,23.