L’ inoperosità e le sue vie

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Di Walter Tossici

L’ inoperosità si può ricollegare a un insieme di concetti, in grado di mostrare il contesto in cui va a collocarsi. A prima vista, viene evidenziato il superamento della società disciplinare, che, “ descritta da Foucault, fatta di ospedali, manicomi, prigioni, caserme e fabbriche, non è più la società di oggi. Al suo posto è subentrata da molto tempo una società completamente diversa, fatta di fitness center, grattacieli di uffici, banche, aeroporti, centri commerciali e laboratori di genetica. La società del XXI secolo non è più una società disciplinare, ma è una società della prestazione”.  Il primo bersaglio contro cui si rivolge l’inoperosità si può ricondurre alla “società della prestazione”, intesa dal filosofo sudcoreano Byung-Chul Han come il carattere autentico della società odierna; in quanto tale, i soggetti che la popolano “non si dicono più soggetti di obbedienza, ma soggetti di prestazione. Sono imprenditori di sé stessi”.    [1]

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Agalmatofilia. Archeologia di un fantasma letterario

di Alessandro Baccarin

 

Agalmatofilia. Archeologia di un fantasma letterario  (pdf)

Walter Benjamin, in un saggio che è ormai divenuto un classico, definiva l’arte, nell’epoca della sua irriproducibilità tecnica, ovvero l’arte precedente la rivoluzione industriale, come quella capacità tecnica di dotare un oggetto di una potenza auratica. L’hinc et nunc dell’oggetto stabiliva con l’osservatore una relazione unica, che trasformava la fruizione visiva in una religiosa, magica, estetica ecc. Ciò che Benjamin non prese in considerazione, data la prospettiva generale del suo studio, era la singolarità con la quale nel mondo antico, e in modo particolare nella civiltà greco-romana, l’oggetto artistico finalizzato a riprodurre la figura umana, sia questa raffigurante una divinità, sia questa riproducente le fattezze di un uomo o di una donna, veniva percepito dagli osservatori. Una statua o un dipinto si immaginava che portassero nel reale la persona o l’essere divino che rappresentavano. Fra oggetto materiale e oggetto rappresentato non c’era alcuna differenza. Nei templi le statue che raffiguravano dei o eroi portavano nel reale di quel luogo, e nel reale dell’osservatore, il dio, l’eroe, la dea ecc. Inoltre, per la stessa fisiologia della vista, quale era quella condivisa dalla medicina antica e dal sapere popolare, l’immagine veniva a fissarsi nell’occhio attraverso una emanazione di particelle che rendevano l’osservatore sostanzialmente permeato dall’immagine e dal suo contenuto divino o evocativo. L’osservatore assorbiva in sè l’immagine, e lo faceva in modo fisico, nel senso pieno del termine. Continua a leggere “Agalmatofilia. Archeologia di un fantasma letterario”

Agalmatofilìa – archeologia di un fantasma letterario

con Alessandro Baccarin

Terzo Incontro sul pensiero della destituzione – Giovedì 9 novembre – ore 17,00 – Bibliolibreria del Centro Diurno “Giovagnoli” – Via Colautti 30 – Roma – in collaborazione con l’associazione “monteverdelegge”

Richard von Krafft-Ebing, nella sua Psycopathia Sexualis, la prima sistematizzazione del sapere sessuologico da parte di una nascente psichiatria sempre più interessata alla partizione fra normalità e devianza, ricordava che l’agalmatofilia, ovvero quella insana passione per statue ed oggetti inanimati riproducenti figure umane, riscontrava ai suoi tempi la registrazione di un singolo e isolato caso. L’agalmatofilia costituisce solo una delle infinite forme di “devianza” che il sessulogo tedesco ha studiato. In qualità di fantasma culturale, l’agalmatofilia emerge come problema sessuale e psichiatrico nel XIX secolo, quando anche le letterature classiche vengono piegate alla necessità di formare un repertorio utile alla nuove esigenze di una psichiatria e di una medicina, cooptate in funzione normalizzante…