Pamphila, la “filosofa erotica”

Note alla Mulierum philosopharum historia di Gilles Ménage (Gilles Ménage, Storia delle donne filosofe, trad.it. Alessia Parolotto, Ombrecorte, Verona 2016)

Alessandro Baccarin                                                                                                  pdf

Gilles Mènage pubblicò la sua Mulierum philosopharum historia nel 1690 con l’intento di prolungare idealmente la Vita philosophorum di Diogene Laerzio (II-III d.C.). L’intenzione era tutt’altro che implicita: lo stesso autore esprimeva apertamente questa esigenza nelle note introduttive, e l’impianto stesso della sua opera, articolata in modo da distribuire le varie figure di donne filosofe in scuole filosofiche del mondo greco-romano (Cinismo, Stoicismo, Epicureismo ecc.) confermava questo intento.

Diversamente da quanto il lettore moderno è indotto a pensare, la scelta di fare una storia delle donne filosofe non colloca Ménage fra gli ipotetici precursori degli women studies, e tantomeno ne fa un antecedente della monumentale Histoire des femmes en Occident di Georges Duby e Michelle Perrot, forse la più ambiziosa delle imprese storiografiche portate a compimento dalla nouvelle histoire francese.

 

Al contrario, Ménage appartiene pienamente alla sua epoca. Egli è uno dei principali esponenti di quel mondo libertino che ancora non poteva “vedere” e conoscere l’emergenza di un “soggetto donna”, e tantomeno scriverne una storia compensativa rispetto ad una repressione secolare. Al contempo apparteneva a quel mondo erudito che poteva ancora vedersi e presentarsi come continuazione di una sapienza classica, rispetto alla quale apparentemente non veniva percepita nessuna frattura. L’invisibilità di questo soggetto donna è evidente già nelle parole che l’autore utilizza nel giustificare il suo lavoro: la sua storia vuole essere una sorta di dono erudito verso una intellettuale del suo tempo, Anne Léfevre Dancier, alla quale pensa di far cosa gradita elencare le filosofe del passato, troppo spesso dimenticate già dagli eruditi antichi.

 

Ménage quindi non scrive una “storia nascosta”, la storia di un “soggetto dimenticato” dalla storia stessa. Come non lo faceva quel Joannes Chrstianus Wolfius che, sul fronte tedesco, pubblicava nel 1739 i Mulierum Graecarum quae oratione prosa usae sunt Fragmenta et Elogia graece et latine, la prima raccolta erudita di poetesse e prosatrici greche, ampliata da Joseph Calasanz Poestion solo nel 1876, con il suo Griechische Dichterinnen. Ein Beitrag zur Geschichte der Frauen Literatur, autore inoltre di Griechische Philosophinnen. Zur Geschichte des wisslichen Geschlechts, opera che nel 1882 prolungava l’impresa di Ménage[1]. In sostanza Ménage si sente non solo un continuatore di Diogene Laerzio, ma anche un epigono di Fozio, il patriarca di Costantinopoli del IX secolo, il prototipo degli eruditi, la cui Biblioteca Storica[2], così preziosa per le notizie su testi e autori perduti dalla tradizione manoscritta, forniva a Ménage stesso un materiale documentario di primaria importanza.

 

Ménage dimostra in questo modo la piena appartenenza ad una erudizione libertina che potremmo definire “pre-filologica”, se intendiamo la filologia classica come quella scienza umana sorta agli inizi del XIX secolo grazie al lavoro di Friedrich August Wolf e successivamente di Ulrich von Wilamowitz, – scienza utile al dispiegarsi di un dispositivo biopolitico che, attraverso un imperialismo culturale si proponeva di difendere la società in quanto erede di una ideale superiorità della classicità[3].

 

Ménage d’altronde è estraneo anche alla nozione di Dark Ages, ovvero a quell’immagine distopica del Medioevo che una agguerrita tradizione di studi di impianto illuminista ha voluto separare dal Rinascimento[4]. Non a caso nell’elenco di figure femminili offerto dall’erudito francese compaiono anche Anna Comnena ed Eloisa, la prima legata ad un mondo bizantino ritenuto sempre spurio rispetto l’Occidente, la seconda collocata in pieno XII secolo.

 

La meritevole e pregevole traduzione del testo di Ménage che Ombrecorte ha di recente inserito nel suo catalogo permette di osservare queste ed altre fratture, categoriali oltre che metodologiche. Ci troviamo così di fronte ad un’antichità prima dell’emergenza di una scienza dell’antichità, ad un soggetto donna prima dell’emergenza di una sua “emancipazione” come agente di una sua storia, ad una filosofia prima della sua accademizzazione e di una sua definitiva trasformazione in Storia della filosofia.

 

L’ambiente sociale e intellettuale nel quale viene concepita e scritta questa opera, a tutti gli effetti “premoderna”, è ben delineato dall’introduzione al testo di Chiara Zamboni, la quale ricostruisce con precisione i salotti letterari francesi della prima metà del XVIII secolo, ambienti animati da donne capaci di svolgere un ruolo di primo piano, come intellettuali e come agenti di mecenatismo culturale allo stesso tempo.

Sia chiaro, il fatto stesso che delle donne filosofe elencate da Ménage non ci sia pervenuto nulla, se non sporadici frammenti, rimanendo di loro a volte il solo nome, che l’erudito francese con ostinata determinazione si perita di collocare in una scuola filosofica piuttosto che in un’altra, indica l’efficacia di una selezione “politica” condotta sulle loro opere, selezione avvenuta già a monte, ovvero ad opera delle stesse società antiche, che tradizionalmente negavano alla donna una capacità autoriale e di pensiero.

 

Quello che Ménage descrive è un cimitero di libri. Nulla è pervenuto a noi di questo pensiero filosofico femminile, pensiero che, è bene ricordarlo, per circa un mellennio non solo ha animato le città del Mediterraneo, ma ha anche riempito di rotoli di papiro le grandi biblioteche pubbliche ellenistiche e romane.

La selezione però è stata condotta in modo discontinuo, articolata in una stratificazione che sedimenta l’antico e classico pregiudizio greco sulla donna a quello successivo di ispirazione cristiana, e infine a quello moderno di tipo posivitivistico e storicistico. E’ utile, a questo proposito, proporre l’esempio di Pamphila, una delle sessantacinque filosofe elencate da Ménage, e da questi collocata nell’ampia categoria delle filosofe di scuola incerta.

 

Di Pamphila, storica e filosofa di epoca neroniana, ci forniscono notizie la Suida (un lessico bizantino di X secolo) e Fozio, a cui abbiamo già accennato. La prima ricorda che era originaria di Epidauro, figlia di un certo Soterida e moglie di Socratide ai quali, secondo le nostre due fonti, alcuni non meglio noti testimoni attribuivano malignamente la paternità delle opere della donna. Era autrice, sempre secondo il lessico bizantino, di Note Storiche, di una Epitoma di Ctesia (ovvero un riassunto dell’opera del grande etnografo di epoca ellenistica), di Epitomi di Storie e di Altri Libri, di un’opera Sulle Controversie e di una Sui piaceri sessuali[5].

 

Torneremo su quest’ultimo titolo, che riveste un ruolo centrale per la nostra analisi. Fozio, che ancora poteva leggere l’opera storica di Pamphila, tanto da darne conto nella sua Biblioteca, ricorda che era di origine egiziana, e che la sua opera, intitolata Raccolta di note storiche (titolo quindi differente da quello ricordato dalla Suida), era stata scritta dopo aver frequentato per tredici anni il circolo di eruditi che si riuniva periodicamente nella sua casa per iniziativa del marito. Sempre secondo il patriarca bizantino era la stessa Pamphila a fornire queste notizie nel proemio alla sua opera, la quale secondo Fozio era una sorta di enciclopedia storica, utile per le più varie discipline, piuttosto che un’opera storica canonica[6].E’ utile osservare a questo proposito che Ménage (p. 41) riporta succintamente queste notizie, apparentemente senza discuterle troppo.

Le principali differenze fra queste due fonti riguardano l’origine dell’autrice, per una greca per l’altra egiziana, ed il titolo e l’estensione della sua opera storica. Naturalmente Fozio dimostra di poter leggere nella sua epoca solo quest’ultima, dato che non menziona le altre opere a lei attribuite dalla Suida[7].

 

La testimonianza di Fozio, preziosa perché derivata dall’esame autoptico dell’opera di Pamphila, indica chiaramente che era la stessa Pamphila a ricordare il suo lungo periodo di quasi-discepolato presso il marito ed il suo circolo intellettuale. Questo dimostra che in piena epoca neroniana una donna, anche se appartenente all’élite, o forse proprio per questo, era costretta a dichiarare una sorta di legittimità da stato di famiglia per poter scrivere e presentarsi come storica o filosofa. Questo spiega il perché la sua opera venisse attribuita al marito o al padre, una maldicenza che aveva radici culturali profonde.

 

Secondo il pregiudizio greco, una donna che si occupava di filosofia o comunque una donna impegnata culturalmente poteva farlo solo “per concessione” di una figura tutoriale maschile, oppure perchè prostituta. Ménage stesso riporta vari esempi di eteree, ovvero prostitute, dedite alla filosofia: Aspasia, la concubina di Pericle (p. 37), Nicarete, allieva di Stilpone (p. 76), ed infine Leonzio, la famosa allieva di Epicuro (pp. 83 e sg.). Di Leonzio, in particolare, la tradizione antica ricordava da una parte il discepolato presso il kepos epicureo, in compagnia di una nutrita compagnia di donne, tutte definite eteree secondo la fonte di Diogene Laerzio[8], che ne dà notizia, e dall’altra la paternità di un’opera polemica contro Teofrasto, testo che aveva suscitato il risentimento rancoroso di Cicerone[9].

 

La donna che si occupa di filosofia, secondo gli schemi di pensiero greci, diventava automaticamente una prostituta, o in ogni caso un individuo impudico. Di qui, ad esempio, la meraviglia che i commentatori antichi dimostravano nei confronti di Ipazia, la famosa scienziata del V sec. d.C., che “osava” comparire davanti ad uomini per impartire loro lezioni di astronomia (è lo stesso Ménage a riportare le tradizioni antiche nella sezione dedicata a questa figura, pp. 64 e ss.), oppure l’aura di immorale mostruosità che circondava Ipparchia, filosofa cinica e moglie di Diogene (vedi sempre Ménage pp. 77 e sgg.)[10].

 

Non a caso l’erudizione alessandrina di epoca ellenistica sembra aver privilegiato due generi letterari orbitanti attorno alle figure femminili: da un parte le donne famose in quanto sapienti, come attesta il trattato di Filocoro Sulle donne famose[11], a noi non pervenuto, e dall’altra le eteree, come attesta la copiosa letteratura, anche questa per noi irrimediabilmente perduta, che su questo tema era sorta a partire da Stefano di Bisanzio, direttore della biblioteca di Alessandria, per continuare con Apollodoro di Atene, Ammonio di Alessandria ecc[12]. Questi pregiudizi tuttavia non impedivano che le donne si occupassero e scrivessero di filosofia, cosa che è implicitamente ammessa dalle fonti stesse. E’ utile qui sottolineare che di questo atteggiamento moraleggiante Ménage non si interessa affatto. D’altronde la sua, come si accennava, è una storia di donne estranea a qualsiasi fine emancipatorio.

Ritornando a Pamphila, osserviamo come l’erudito francese non sembra prestare particolare attenzione al fatto che a questa filosofa venisse attribuito un trattato erotico, ovvero un Peri aphrodision, come attesta la Suida, titolo che Ménage traduce impropriamente Sull’amore. Questo è un punto sul quale si può misurare una di quelle fratture a cui si accennava in precedenza.

 

I Peri aphrodision erano trattati o manuali erotici di cui si ha notizia a partire dalla seconda metà del IV secolo. Sorta di ars erotica occidentale, questa manualistica era di fattura prettamente greca, si diffuse nel mondo greco in epoca ellenistica e incontrò poi un successo internazionale fra la fine del I secolo a.C. e il II secolo d.C grazie alla sua diffusione fra le élites imperiali romane. Di questa produzione letteraria non ci è pervenuto nulla, se non i nomi degli autori e delle autrici, fra cui emergono Filenede di Samo (l’unica autrice di cui ci siano pervenuti frammenti papiracei del suo manuale) e l’egiziana Elefantide[13]. Come già sottolineato, Ménage non sembra attribuire particolare rilievo alla presenza di un’opera di questo genere nel catalogo delle opere di una filosofa e storica.

 

Forse non coglie l’aspetto contraddittorio, quale poteva risultare almeno ad un lettore moderno, che separa il pornografico dallo scientifico. E d’altronde l’erudito francese viveva in un’epoca “pre-pornografica”, dato che la pornografia, come categoria del visuale e del pensabile sarebbe emersa solo un secolo più tardi[14]. Tuttavia la presenza di un’opera simile nel catalogo di un sapiente antico non sembra essere rara. Paxamos, un loghios secondo la Suida, personaggio probabilmente di origine egiziana o in ogni caso alessandrina, aveva scritto un’opera di erudizione storica sulla Beozia, un’opera di tecnica agricola, ed infine un Dodekatechnon, ovvero un trattato erotico sulle dodici posizoni sessuali canoniche[15].

Rispetto a Ménage gli studiosi moderni hanno tenuto un atteggiamento diverso, osservando una incongruenza ed una contraddizione nella possibilità che una erudita come Pamphile potesse scrivere un trattato di arte erotica.

 

Otto Regenbogen, che nel 1949 stilava la voce Pamphila per la Realenziklpedie Pauly-Wissova[16], osservava che non era da ritenersi singolare il fatto che una donna potesse comporre un trattato erotico. Il giudizio, o pregiudizio, del filologo tedesco si faceva in questo modo continuatore dell’antica tradizione greca che attribuiva generalmente un’autorialità femminile, da identificarsi con eteree o comunque prostitute, a questo genere di manuali, – autorialità dettata dall’idea, fortemente consolidata nella società greco-romana, che la donna fosse in sè un essere erotico, dove il piacere sessuale avesse una prevalenza su tutti gli altri aspetti della vita; piacere che, secondo il sapere medico, era fondamentale per la procreazione e che, al contempo, rendeva la donna stessa molto più incline al sesso che l’uomo, incapace di governare i propri piaceri[17].

 

Sappiamo che Ateneo[18] annovera una non meglio nota Pamphila fra le eteree ateniesi di gande fama. Sappiamo però anche che Pamphile era un nome piuttosto comune in Grecia[19], soprattutto ad Atene, e che quindi è piuttosto difficile pensare che fosse proprio una etera l’autrice di quel trattato, postulando in questo modo che l’omonimia fra le due autrici avrebbe indotto la tradizione antica a far confluire il trattato erotico nel catalogo delle opere della Pamphila storica e filosofa.

 

Holt Parker[20], al contrario, pensa proprio che sia questo antico pregiudizio ad aver causato l’errore. La volontà di screditare qualsiasi donna capace di proporsi come intellettuale avrebbe indotto ad assimilare surrettiziamente Pamphila alla prostituzione e quindi alla possibile autorialità di un trattato di arte erotica. Lo studioso statunitense riprende inconsapevolmente una posizione a suo tempo già tenuta da Poestion nel suo Griechische Philosphinnen, il quale pensava all’esistenza di due Pamphile, una originaria di Epidauro, autrice dell’opera erotica, e l’altra egiziana, la vera filosofa e storica[21].

 

Possiamo osservare come la filologia e in generale le scienze dell’antichità non riescano a vedere la possibile unitarietà di un interesse nel campo erotico ed uno nel campo filosofico o storico. Una incapacità di vedere che indica un sistema di pensiero da una parte, ma anche il timore di camminare sul filo affilato del pregiudizio dall’altro. Tuttavia la tradizione ci ha conservato informazioni su autori antichi che, pur incrociando l’apparente contraddittorietà osservata per il catalogo di Pamphila, sembra che abbiano creato meno problemi alla filologia moderna

 

Si prenda ad esempio Musonio Rufo (seconda metà I sec. d.C.) e Suetonio (I-II sec. d.C.). Il primo, filosofo stoico di spicco nella Roma altoimperiale, aveva composto un Peri aphrodision, dove si occupava della regolamentazione dei piaceri sessuali, probabilmente contrapponendosi ai manuali erotici greci, che ne auspicavano una massimizzazione dell’uso, e trattando la materia erotica per delineare la possibilità per il filosofo di un dominio sui piaceri e una maestria degli stessi[22]. Suetonio, il famoso biografo degli imperatori, aveva scritto in greco un Peri blasphemios e un Peri Paidion, ovvero due opuscoli sulle parole oscene e sui divertimenti greci, a noi noti solo attraverso estratti di epoca bizantina, libretti che per molto tempo la filologia ha attribuito erroneamente ad Aristofane di Bisanzio[23]. In ambedue i casi non si è mai pensato all’ipotesi di due figure autoriali, oppure ad una tradizione maldicente: la presenza di simili opere nel catalogo di filosofi o storici uomini non ha mai fatto problema.

 

Le fratture, di cui si parlava sopra, sembrano quindi condensarsi proprio nel sistema di pensiero moderno, con una importante continuità fra il positivismo che informa la filologia classica ottocentesca e le nostre attuali categorie ermeneutiche.

Proprio rispetto al destino dell’opera storica di Pamphila possiamo leggere un ulteriore aspetto di questa frattura. Karl Müller, il grande filolologo tedesco del XIX secolo, autore della prima monumentale raccolta dei frammenti degli storici greci (Fragmenta Historicorum Graecorum), raccolse scrupolosamente i dieci frammenti superstiti delle Note storiche di Pamphila, defininendone implicitamente lo statuto di storica[24]. Si tratta di frammenti interessanti, in quanto indicano l’originalità di questa intellettuale, capace di fornire notizie spesso ignorate da tutte le altre fonti. Questi frammenti, presenti nelle Noctes atticae di Aulo Gellio (metà II d.C.) e nelle biografie di Diogene Laerzio, ricordano, ad esempio che Talete avrebbe appreso la geometria in Egitto (luogo fondantivo del sapere per la tradizione storica greca, a partire almeno da Ecateo ed Erodoto), oppure menziona un episodio del confronto fra Alcibiade e Socrate ignoto sia a Platone che a Senofonte. Ci troviamo quindi di fronte ad un materiale originale, che ben meritava le attenzioni di un erudito come Fozio, il quale riteneva l’opera di Pamphila un capolavoro di erudizione utile per svariati campi del sapere, opera di cui evidentemente nella Costantinopoli del IX secolo circolavano ancora copie manoscritte.

 

Dobbiamo qui sottolineare che Aulo Gellio e Diogene Laerzio dimostrano che il topos dell’etera, della donna impudica che solo in quanto tale si può occupare del sapere e delle lettere, era un discorso che difficilmente rifletteva un reale. Ovvero gli intellettuali uominini facevano ampio uso dei lavori delle donne e certo non applicavano il metro moraleggiante e misogino della donna impura nella scelta delle loro fonti. D’altronde Plutarco non osservava nulla di strano nel fatto che la moglie Timossena scrivesse un trattato filosofico (il Peri philokosmias)[25], lo stesso Plutarco che nei Coniugalia Praecepta descriveva la moglie ideale come una donna sostanzialmente muta, dedicata unicamente al successo ed al benessere del marito, una donna quindi tutt’altro che capace di un’autorialità e di farsi soggetto di conoscenza.

 

Si trattava di un modello, quello descritto da Plutarco nel suo libello, ad uso delle élites, le uniche interessate da quella profonda trasformazione che l’istituto matrimoniale aveva subito nella società romano-ellenistica nel passaggio dalla repubblica all’impero[26], e che quindi implicava da una parte solo ed esclusivamente un modello, quindi non una pratica reale, e dall’altra la possibilità per le donne di praticare la filsofia, anche per le eteree, come era il caso della Leonzio di Epicuro, di cui si è detto prima

 

E’ curioso osservare che Felix Jacoby, proprio nel predisporre i suoi Die Fragmente der griechischen Historiker, trascurò di inserire i frammenti di Pamphila nella sua raccolta. Una scelta dovuta forse al fatto che il grande progetto documentario rimase incompiuto per la morte dell’autore stesso, ma probabilmente anche per una sorta di apriori e per un pregiudizio rispetto ad una autorialità femminile, che agirono entambi sull’impensato del grande storico tedesco, il quale riteneva forse Pamphila non una storica, semmai un’erudita[27].

 

Attraverso Pamphila e la vicenda e il destino della sua opera osserviamo all’opera le fratture che dividono i sistemi di pensiero. Abbiamo da una parte un sistema “antico” che, pur nell’operare di una serie di pregiudizi e di sistemi etici dati, non vede alcuna asistematicità nell’unione di un sapere storico, di uno filosofico, e infine di uno erotico. Dall’altra un sistema “moderno”, che è costretto ad ipotizzare due autrici, una per l’opera storica, una per quella erotica. Ménage, da questo punto di vista, si trova in un punto mediano: registra l’opera erotica di Pamphila, ma non vede alcuna contraddizione nella possibilità che una donna filosofa si occupi anche di erotismo. Allo stesso modo l’erudito francese, pur popolando il suo lavoro di un cimitero di nomi, quello delle filosofe di cui la tradizione manoscritta ha obliterato l’opera, non vede in questo paesaggio l’operare di un’azione repressiva contro cui la sua stessa opera si dovrebbe collocare.

 

Se quindi nel mondo antico l’atteggiamento moraleggiante delle élites osservava nella donna filosofa una prostituta, e se idealizzava al contrario la donna asservita alla figura maschile, e se nella nostra modernità osserviamo una differenza netta fra il sapere dell’erotismo e quello filosofico-scientifico, dobbiamo constatare come la continuità del pregiudizio sull’autorialità femminile si sia appoggiata su di una pluralità di sistemi di assoggettamento, ogni volta legati alle singolarità dei contesti storici e sociali. La nostra incapacità di vedere la profonda unitarietà antica fra filosofia e tecnica erotica ci induce a individuare una svista nella tradizione, che evidentemente attesta proprio il contrario, ovvero che un Peri aphrodision, un manuale erotico, era un’opera di arte erotica, d’insegnamento alla maestria del piacere, e che in quanto tale era materia propria di un filosofo, e materia da storicizzare per uno storico.

 

Pamphila era entrambe, storica e filosofa. Dobbiamo inoltre sottolineare, in modo corsivo, che la sua probabile origine egiziana la colloca in quell’ambiente e in quella tradizione che vedeva in un certo senso sorgere il genere dei Peri aphodision, dato che Elephantis, una delle più note autrici di trattati erotici greci, era di origine egiziana, e sempre dall’Egitto, questa votlta faraonico, proviene la più antica raffigurazione di scene di sesso esplicito che l’occidente conosca, ovvero il papiro 55001 conservato presso il Museo Egizio di Torino, scene esplicite che costituivano la parte figurata di ogni trattato erotico, caratteristica che rendeva questi testi particolarmente pregiati, costosi e rari[28].

 

Un’ultima osservazione per concludere queste note sull’opera di Ménage. L’erudito francese menziona la vicenda di Ipazia (pp. 64 e sgg.), la scienziata alessandrina uccisa dai monaci di Cirillo ad Alessandria agli inizi del V secolo d.C. Questo episodio ci permette di ricordare che Teofilo, zio di Cirillo e vescovo di Alessandria prima di lui, aveva deriso la parte pagana della società alessandrina, e lo aveva fatto accusando ironicamente le statue dei loro dei di rimanere mute. Le statue degli dei, che per lunghi secoli avevano svolto un ruolo centrale nella religiosità greco-romana, che avevano parlato ai loro fedeli nei templi o nelle sedi oracolari, che aveva confortato i fedeli, come nei sogni di Elio Aristide, improvvisamente cessano di parlare e di dire il vero.

 

Socrate Scolastico[29] ricorda come Teofilo avesse ordinato di ditruggere tutte le statue pagane di Alessandria preservando solo quelle che raffiguravano Priapo, la divinità della fertilità sessuale, che con il suo membro eretto gettava discredito sugli stessi pagani. Questa condanna dell’oscenità delle statue pagane, che con la loro nudità mettevano in dubbio la moralità degli osservatori, era un tema antico. Aristotele[30] aveva proibito ai ragazzi di osservare i quadri in cui venivano ritratti gli dei nei loro incontri erotici, e Agostino[31], contemporaneo di Teofilo e Cirillo, condannava con la medesima forza la tradizione romana che imponeva alle esponenti delle aristocrazie di appendere corone di fiori ai membri eretti delle statue di Libero, divinità romana assimilabile a Priapo. Fra Aristotele ed Agostino, o Teofilo o Cirillo, la continuità di un atteggimanto morale si scontra con la discontinuità del sitema di pensiero: per Aristotele le immagini impudiche degli dei sono diseducative perchè abituano i ragazzi a non padroneggiare i loro desideri, per Agostino e per i padri della chiesa al contrario quelle stesse scene sono immorali perché inducono il desiderio, e quindi il peccato, negli osservatori.

 

Osserviamo la stessa frattura in un episodio apparentemente marginale, ovvero la vicenda di Leena, che Ménage (p 103) ci narra a proposito di Timica, una pitagorica: quest’ultima, costretta dal tiranno di Siracusa Dionisio a rivelare i misteri della sapienza pitagorica, avrebbe preferito automutilarsi la lingua e sputarla in faccia al tiranno pur di non rivelargli il segreto. Lo stesso gesto, secondo una tradizione molto nota nell’antichità e giunta anche a Tertulliano, quindi ad un’autore cristiano, veniva attribuito a Leena[32], una etera, amante di uno dei due tirannicidi Armodio e Aristogitone, la quale per privarsi della possibilità di tradire i suoi amici si sarebbe automutilata la lingua davanti al tiranno di Atene Ippia, sopravvissuto all’attentato che aveva visto soccombere il fratello Ipparco.

 

Ménage (p.104), con molta accortezza, ricorda che un simile gesto veniva ricordato, sul fronte cristiano diciamo, da Girolamo nella sua vita di Paolo l’eremita: un giovane, indotto ad abiurare la fede cristiana dal tiranno, sarebbe stato costretto alla vicinanza di una prostituta e messo in questo modo nelle condizioni di peccare. Di fronte alla minaccia del peccato il giovane si sarebbe automutilato la lingua, affinché il dolore estinguesse definitivamente il desiderio.

Abbiamo qui un altro passaggio fondamentale, che inconsapevolmente è proprio Ménage a farci osservare: la lingua, da oggetto e strumento di libertà di parola, strumento di coraggio della verità, strumento di parrhesia avrebbe detto Foucault, diventa oggetto di lotta contro il peccato. Da una parte la lingua è lanciata in faccia al tiranno, che in persona è davanti al soggetto, dall’altra la lingua è lanciata in faccia al desiderio e al peccato, che sono ora dentro il soggetto. E’ in questo passaggio di statue che improvvisamente diventano mute e di lingue che improvvisamente parlano lingue diverse che possiamo percorre quelle fratture che solo l’erudizione di un Ménage può farci osservare.

 

 

[1]   Per una esaustiva analisi della letteratura erudita sull’autorialità letteraria femminle antica vedi Francesco De Martino, Poetesse greche, Levante Ed., Bari, 2006, pp. 9 e sgg.

[2]   Si veda la recente e prestigiosa edizione patrocinata da Luciano Canfora: Nuzio Bianchi e Claudio Schiano (eds.) Fozio, Biblioteca, Edizioni della Normale, Pisa 2016.

[3]   Si veda in proposito Giovanni Leghissa, Incorporare l’antico. Filologia classica e invenzione della modernità, Mimesis, Milano 2007.

[4]   Sulle implicazioni storiche e metodologiche di queste periodizzazioni nella storia vedi Jacques Le Goff, Il tempo continuo della storia, trad. it., La terza, Roma-Bari 2014.

 

[5]   Suida, s.v. Pamphile.

[6]   Fozio, Biblioteca, 175, 119b-120a.

[7]   Su queste problematiche e più in generale sulla figura di Pamphila si vedano Holt Parker, Love’s Body Anatomized: the Ancient Erotic Handbooks and the Rhetoric of Sexuality, in Amy Richlin (ed.), Pornography and Representation in Greece and Rome, Oxford University Press, Oxford 1992, pp. 92-111, e Silvana Barigazzi, Nicobule e Panfila. Frammenti di storiche greche, Edipuglia, Bari 1997.

[8]   Diogene Laerzio, Vita dei filosofi., X,4,22-23, X,7 e X,10. Notizie simili compaiono in Ateneo, XIII, 588b. Sul topos dell’etera filosofa vedi Jufresa Muñoz Montserrat, Love in Epicareism, in AA.VV., Storia, poesia e pensiero nel mondo antico. Studi in onore di Marcello Gigante, Bibliopolis, Napoli 1994, pp. 299-311.

[9]             Cicerone, La nascita degli dei, 1,93

[10] Su Ipparchia si veda in particolare Dorota Dutsch, Dog-love-Dog: Kynogamia and Cynic Sexual Ethics, in Mark Masterson – Nancy Rabinowitz – James Robson (eds), Sex in Antiquity. Exploring Gender and Sexuality in the Ancient World, Routledge, New York 2015, pp. 245-259.

[11] Vedi Suida, s.v. Philocorus. Su questo di nuovo riferisce Ménage a p. 89.

[12] Ateneo, XIII,567b e 583d-584a.

[13] Su questo genere letterario perduto si veda Holt Parker, Love’s Body Anatomized, cit., e Francesco De Martino, Per una storia del genere pornografico, in Oronzo Pecere e Antonio Stramaglia (eds), La letteratura di consumo nel mondo greco-latino, Università degli Studi di Cassino, Cassino 1996, pp. 295-341.

[14] Sull’emergenza della pornografia a partire dai ritrovamenti “osceni” negli scavi pompeiani vedi Walter Kendrick, The Secret Museum: Pornography in Modern Culture, University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1987.

[15] Suida, s.v. Paxamos. Vedi anche la voce Paxamos in Pauly – Wissowa, 18,4 Coll 2436-2437 ad opera di W. Morel.

[16] S.v. Pamphila in Pauly – Wissowa, vol. 18,3, coll 309-329.

[17] Sul topos dell’intemperanza della donna nei piaceri sessuali si può rinviare ad Aristofane (Thesmoforiazyse, vv. 504 e ss., Le donne in assemblea, vv. 468-70 e 612-20, Nuvole, vv. 553 e sgg.), Aristotele (Etica Nicomachea, VII,7,1150b 6), Ateneo I, 107b.

[18] Ateneo, XIV,591e.

[19] Vedi s.v. Pamphile in P.M.Fraser . E. Matthews (eds.), Lexicon Greek Peronal Names, Claredon Press, Oxford 1987.

[20] Holt Parker, Love’s Body Anatomized, cit., p. 92.

[21] Cfr. Silvana Cagnazzi, Nicobule e Panfila, cit., p.34. Francesco De Martino (Poetesse greche, cit. p. 179) ritine che l’errore della tradizione risieda nel fatto che quel trattato erotico fosse null’altro che un insieme di schede preparatorie di argomento etnografico poi lasciate a parte e non inserite nell’opera storica di Pamphila. In effetti è noto come la ricerca etnografica greca, già in Erodoto, faceva dei costumi sessuali dei popoli una sorta di “erotica”, ed è altres noto come i vari episodi di carattere storico-narrativo in Erodoto, quali ad esempio la storia di Candaule o il matrimonio fra Pisistrato e la figlia degli Alcmeonidi, costituissero quadri piccanti capaci di delineare un’arte erotica ante litteram.

[22] I pochi frammenti del Peri aphrodision di Musonio sono raccolti in Stobeo,III,6,23, e leggibili in C. Musonii Rufi Reliquae, edidit O. Hense, Teubner, Lipzia 1905, frg XII, pp. 63 e sgg.

[23] Vedi Suétone, Peri blasphemion, Peri paidion (extratis byzantins), Ed. Jean Taillardat, Les Belles Lettres, Paris 1967.

[24] Müller, FHG, vol.III, pp. 520-22.

[25] Vedi a questo proposito Silvana Cagnazzi, Nicobule e Panfila, cit., p 32.

[26] Su questo aspetto ancora fondamentale è Paul Veyne, La famille et l’amour sous le Haut-Empire, in «A.E.S.C.», 33, 1978, pp. 35-63.

[27] Si leggano le considerazioni a riguardo di Silvana Cagnazzi, Nicobule e Panfila, cit., p 41.

[28] Sul papiro 55001 di Torino vedi Joseph Omlin, Der Papyrus 55001 und seine satirish.erotishen Zeichrungen und Inschriften, Fratelli Pozza Ed., Torino, 1973, e Lise Menniche, Sexual Life in Ancient Egypt, Kagal Paul ed., London and New York 2002, pp. 105 e sgg.

[29] Socrate, Schol. Hist. Eccl., V,16.

[30] Aristotele, Politica,VII, 1336b.

[31] Agostino, La città di Dio,VII,21.

[32] Su questa figura vedi Catherine Keesling, Heavenly Bodies. Monuments to Prostitutes in Greek Sanctuaries, in Christopher A. Faraone -Laura K. McClure (eds), Prostitutes and Courtesans in the Ancient World, University Of Wiscounsin Press, Madison 2005, pp. 59-76.