Politiche di morte e governo della vita

Alessandro Baccarin – Paolo Vernaglione Berardi

(pdf)

 

Un inedito paradigma di governo delle vite è all’opera in Europa. Inedito ma non nuovo, perché la produzione di un razzismo di Stato che ha determinato in larga parte le politiche occidentali lungo il Novecento è oggi riproposta nella guerra contro i migranti. E’ nuova la forma in cui il razzismo, da sempre latente nella civiltà europea, è impiegato. Come già nel caso delle misure contro la Grecia, che è stato il laboratorio della pesante torsione del governo delle vite in politiche di morte durante la crisi economica, assistiamo in questi giorni al micidiale intreccio di operazioni rivolte verso vite non degne di essere vissute, respinte nella morte lungo le coste, in mare, nei centri di detenzione ed espulsione e lungo le frontiere, – e operazioni di “cleaning” rivolte verso quelle “vite di scarto” prodotte dalle infauste politiche neoliberali che hanno precluso ogni tipo di progettualità inclusiva, come può esserlo una politica di edilizia pubblica.

Potremmo anzi indicare nelle decisioni antimigratorie e di politica economica un esempio nitido di quel dispositivo di governo biopolitico che protegge la vita biologica o respinge nella morte: gli hot spots collocati strategicamente nei paesi africani implicano un respingimento non tanto e non solo come forma di negazione del diritto di asilo, quanto e soprattutto come forma anodina di messa a morte.

D’altra parte assistiamo, per lo più attoniti, alla generalizzata e sistematica dismissione del dispositivo “umanitario” che è parte del regime securitario organizzato dall’Unione Europea almeno dal 2014. La criminalizzazione delle ONG – fino a qualche anno fa sussidiarie degli Stati nella gestione dei flussi migratori, e che nei fatti avevano un ruolo istituzionale; le norme sugli sbarchi e gli accordi con le bande criminali in Libia per limitare le partenze e infine i rastrellamenti e gli sgomberi nelle città sono la prova dell’intensità del dispositivo di ordine pubblico in atto.

Con la chiusura, nell’ordine, della via sud-occidentale ispano-marocchina (Ceuta e Melilla), di quella a est anticipata dai proclami fascisti dei governi dell’est Europa e sancita con l’accordo UE-Turchia, e oggi con la chiusura effettiva della rotta Libia-Canale di Sicilia, l’intero dispositivo di respingimento nella morte è stato messo in campo.

La ragione non più oscura dell’istaurarsi di tale regime consiste nella predisposizione di una martellante propaganda, alimentata dai media sempre più asserviti ai “democratici” regimi politici europei, che fa tutt’uno della guerra al terrorismo jihadista e della guerra ai migranti. La produzione massiccia di “invasione” ha inventato uno scenario in cui il migrante-clandestino si rapprende nel  profilo della cellula ISIS, del kamikaze e del terrorista fai-da-te.

D’altra parte non sono mai stati gli “arcana imperii” delle democrazie occidentali, trasformate in senso totalitario, ad occultare lo stato di eccezione permanente, alimentato da un estremismo islamico che ha a che fare sia con le dinamiche neocoloniali che con le contraddizioni del neoliberismo nelle loro e nelle altrui società. E’ bene tenere a mente che nella democraticissima Francia vige ancora lo stato di emergenza e che nell’altrettanto democratica Grecia parlamento e governo sono stati esautorati delle  prerogative costituzionali dalle riforme imposte da FMI, BCE e Unione Europea.

Nella guerra civile in corso l’indistinzione fra “presa” sulla vita e politiche di morte consiste nella continuità di gestione della crisi finanziaria e dello straniero invasore. Su questo aspetto cruciale è bene fare chiarezza. In Europa assistiamo ad una riedizione di leggi razziali e di quel razzismo che l’hanno caratterizzata nel primo Novecento. La presa avviene su due fronti: da una parte il respingimento nella morte delle fasce di popolazione europea meno garantite, che subiscono le politiche di eliminazione delle protezioni sociali. Dall’altra il respingimento di migliaia di migranti provenienti dai mille teatri di guerra che delimitano il confine di fuoco della fortezza Europa. Entrambe le popolazioni subiscono un governo tanatopolitico che declina la vita in senso puramente organicistico: masse da eliminare, perché in surplus, perché ingovernabili, perché inutili ai processi di valorizzazione neoliberale.

Il cinismo alberga negli sguardi dei governanti che condannano i greci all’inedia, e nei governati, che con indifferenza attraverso i rassicuranti e menzogneri schermi televisivi osservano i barconi rovesciati nel Mediterraneo. La nuova forma di governo delle vite è evidente se si considera che il gioco della rappresentanza, centrale nello stato di diritto, è ormai saltato: in nessun paese europeo vi è la possibilità di incidere attraverso il voto sulle politiche neoliberali, e quando questo avviene, la macchina poliorcetica costringe le forze disobbedienti alla resa.

Tra Grecia (ma anche Italia, Portogallo, Spagna ecc.) e Siria (ma anche Libia, Egitto, Striscia di Gaza ecc.) osserviamo il medesimo ordinamento di regime: respingimento nella morte di profughi e  indigenti da parte di governi allocati in luoghi distanti migliaia di chilometri dal teatro d’azione governamentale. Da una parte una popolazione indebitata rispetto ai parametri monetaristici; dall’altra una popolazione sacrificabile agli interessi geopolitici delle potenze regionali e globali, in una guerra senza fine.

L’ipocrita e miserabile distinzione tra migranti economici, richiedenti asilo o rifugiati considerati in realtà tutti clandestini; il sigillo delle frontiere interne all’Unione Europea; il rifiuto degli Stati di attendere all’accoglienza; i conflitti tra stati per la gestione delle risorse e degli affari, in Libia, Egitto, Sudan, Nigeria, Mali, costituisce l’orizzonte di governo delle vite che progressivamente si estende a residenti, cittadini immigrati, disoccupati, precari, senza casa ecc.

La tanatopolitica degli interessi economici, del commercio di armi e dello sfruttamento di risorse energetiche risulta così implementata al punto da costituire la principale ragion di Stato a vantaggio della quale assistiamo da qualche anno alla fine della fantasiosa immagine di comodo di un’Unione Europea come consesso di popoli, e allo svelarsi della sua permanente realtà che è quella di un insieme di governi uniti nel progetto tanatopolitico di dominio, ma disuniti e concorrenti nella real politik di potenza promossa delle classi dirigenti nazionali.

L’iniziativa di Macron per la “pacificazione” della Libia in cui la Francia e la NATO hanno scatenato la guerra, e la risposta dell’Italia agli incitamenti dell’Europa ad “aiutare i migranti a casa loro” costituiscono un chiaro paradigma di quanto fin’ora osservato. Da questo punto di vista i “decreti Minniti”, sia quello relativo ai respingimenti in mare che quello inerente la sicurezza e il decoro urbano, sono una chiara manifestazione di come la governamentalità tanotopolitica si applichi su una popolazione percepita come sostanzialmente unitaria, sebbene surrettiziamente divisa fra migranti e residenti.

Se leggiamo il decreto legge sul “Decoro e sicurezza urbana” (D.L 14 del 20 Feb. 2017) osserviamo che la sicurezza viene definita come “il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro della città”. Il decoro diventa il nuovo simbolo del regime del XXI secolo: dal latino decus, “decoro” mantiene la radice greca di doxa, ovvero “gloria”. La gloria e il decoro nelle società antiche sono tradizionalmente legate alla cittadinanza, afferiscono ad un ceto per il quale la doxa o decus può avere un valore, ovvero i ceti dominanti. Schiavi, poveri, contadini non possono avere decoro, perché esclusi dallo spazio politico. Presenti ovunque nella città o nel territorio urbano, queste categorie subalterne erano invisibili agli occhi dei loro padroni. E’ questa invisibilità che la nuova nozione di “decoro” intende ripristinare, poiché il governo delle vite implica l’esclusione di tutte quelle inadatte al gioco.

Il territorio è qui percorso da una vita che trova ostacoli in “fattori di marginalità” da eliminare, da escludere e da espellere dallo spazio visivo e politico. Questa vita non è una vita qualificata ma una entità biologica, sulla quale è necessario operare un dispositivo di repressione. La marginalità, prodotto di specifiche pratiche governamentali neoliberali, diventa un sottoprodotto della crisi al pari del fenomeno migratorio. Il controllo dello spazio urbano viene inteso come “dissuasione di ogni forma di condotta illecita, come l’occupazione arbitraria di immobili”, laddove i fenomeni criminosi sono identificati in “vendita di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, occupazione di spazi pubblici”.

La contrazione autoritaria dello stato di diritto impone anche una riedizione del confino o comunque dell’allontanamento coatto da specifiche zone urbane (art. 9 commi 1 e 2), ovvero il DASPO urbano. Contrazione che trova compimento nella formazione di un Comitato Metropolitano (art.6) composto da Prefetto e Sindaco. Lo spazio politico si contrae su quello securitario e il governo del territorio coincide con la militarizzazione sempre più intensa delle città.

Al netto delle scadenze elettorali in vista di cui il governo della guerra, della paura e della “dissuasione” e della repressione si dispiega presso la popolazione, ciò che ancora una volta colpisce è la resipiscenza con cui norme e decreti vengono patrocinati e accolti. Le poche voci contrarie sono definitivamente cancellate. Malgrado le prese di posizione ufficiali della chiesa cattolica, in un paese che non ha mai dimenticato il fascismo e che ora vede i nuovi fascismi ampiamente accreditati come pensiero “possibile”, i tifosi della legalità e le destre razziste sono l’espressione di questa trasformazione della governamentalità neoliberale. La guerra è ormai per mare e per le strade…