Il sogno d’amore e il desiderio dissidente

 

Ci sono alfabeti ancora da scoprire

conficcati negli interstizi della carne

nel rantolo di bacche chiuse

nel lampo di occhi spenti

nel sussulto di arti sedati.

L’uomo procede eretto ma ha i piedi fermi

sulla sua mai tramontata preistoria.

(Lea Melandri, Passaggi, 6/2/2016, Milano)

 

Paolo Vernaglione Berardi                                                                              (pdf)

Pochi artisti fanno esperienza della soglia del linguaggio, laddove corpo e scrittura sono una forma di vita. Sembra giusto nominarli artisti dell’esistenza, se l’arte è solo occasionalmente poesia, pittura, musica, espresse nella loro lingua tecnica.

Artiste e artisti sono coloro che fanno della forma di vita un’estetica dell’esistenza. La vita politica è questa forma in cui corpo e lingua toccandosi si indifferenziano. Lea Melandri, filosofa femminista, madre della rivista L’Erba Voglio, è stata inventrice dei primi scritti teorici del movimento delle donne.

Storica e scrittrice, l’autrice de L’infamia originaria, che nel 1977 continuava la contromilitanza femminista che demoliva l’autoritarismo e il leaderismo gauchiste, ha costruito dagli scorsi anni Settanta ad oggi un sapere dell’esperienza raro e prezioso quanto può esserlo il discorso segreto che forma l’unica possibile politica, quella che destituisce il corpo da sempre maschile del Politico.

Nessuna descrizione però rende ragione della ricchezza di questa scrittura, denominazione che racchiude la parola del corpo nel pensiero. Come nasce il sogno d’amore, saggio superbamente intessuto sulla tragica vita geniale di Sibilla Aleramo e di Carlo Michelstaedter; Lo strabismo della memoria (1988), scritto che dimostra il corto-circuito di storia e poesia; La mappa del cuore (1992), libro sulla circoscrizione erotica del desiderio; Le passioni del corpo (2001) ove si solidifica il nucleo tematico intorno a cui ruota la domanda incessante di Lea Melandri: come si accede alla singolare preistoria che, prima di essere il tempo sepolto della specie è precedenza della nascita rispetto alla separazione di sè e del linguaggio?

Di questa superficie, quest’ultimo libro, Alfabeto d’origine, è la mappa concentrata. La scrittura del diario, i brani raccolti dai primi anni Ottanta ai primi anni Duemila nella bella Carloforte sarda, restituiscono incontri e recensioni, lezioni e riflessioni estratti da percorsi di scrittura che si lasciavano dietro l’oralità per accedere al vuoto tra corpo e parola.

La pointe dell’esperienza di Melandri è la risalita al luogo materno che separa e unisce natura e storia, spirito e corpo, – cioè la direzione dell’origine percorsa a ritroso, che si allontana in un fuori tempo che precede l’individuazione. Sull’orlo dell’abisso della materia oscura, nella replica della separazione dal corpo materno si patisce la perdita infinita pretendendo da parte maschile di assumere entrambi i sessi nell’unico genere.

In questa soglia la memoria del corpo è genealogia del sessismo, del razzismo, dell’identità di genere. La forma di produzione del maschile consiste in quella totalizzazione originaria. Farsi generatore “per sé” e occupare entrambe le posizioni è la manovra che nell’evoluzione della specie subordina il femminile alla passività, al non discorsivo, alla corporeità svuotata di parola. Emergenza incollocabile nello spazio di una vita, identificata invece puntualmente nel tempo storico dell’ultima rivoluzione possibile, quella che va dagli anni ’68 agli anni ’77, il controdiscorso in cui il rovescio della parola e del corpo apre l’accesso ad una lingua diversa.

Si tratta delle pratiche antiautoritarie nella scuola che accompagnano il femminismo e destituiscono i dispositivi della “formazione” e della “trasmissione del sapere” – oggi soggetti a sfrenata valorizzazione (tramite valutazione) in assenza di risorse. Per Lea Melandri la vicenda non autoritaria, che inizia con lo scritto del 1936 di Horkheimer, disdice dall’interno la cieca teoria di Francoforte, e nel vuoto che apre, racconta la storia di corpi alle estremità della mente: Leopardi e Nietzsche.

Quelle sperimentazioni didattiche, che hanno costituito l’antecedente della ricerca de “L’ Erba voglio” dissolvevano le discipline delle due istituzioni d’ordine, la famiglia e la scuola. Il sorriso infame dell’alunno Franti uccide insieme la madre e Malfatti (il ministro democristiano dell’Istruzione alla metà degli anni Settanta, famigerato protagonista di uno dei tanti tentativi di “riforma”) e scopre i rapporti reali che separano personale e politico nelle strutture gerarchiche di costrizione.

Del paradosso di una storia iscritta nella biologia e nella fisiologia del “femminile”, risalendo la biografia di Lea, è traccia indelebile la raccolta di scritti della metà degli anni Settanta in L’infamia originaria, che ruota intorno alla gelosia e alla competizione. La domanda d’amore continua ad essere la faccia stravolta di “un’integrazione nel sociale che passa costruttivamente attraverso la dualità e la triangolarità dei rapporti familiari”. Maschio-femmina in famiglia e a scuola saranno dunque uomo/donna in società, nelle sue istituzioni, nella militanza.

Il Marx-Freud dialettico è rotto dal “’77” perché i movimenti si accorgono in continuità relativa con il femminismo, dei danni dell’ “ascetismo rosso”: “non si tratta più soltanto di scoprire i rapporti materiali di sopravvivenza economica e sessuale, ma di ripensare la sopravvivenza a partire dalla coscienza…dell’impossibilità di separare sessualità e economia, sessualità e politica, sessualità e cultura ecc.”.

Allora questo significava autonomia, rifiuto del lavoro, riappropriazione di spazi, tempi ed esistenza. Dopo l’esaltante 17 febbraio 1977 quando il capo del sindacato CGIL viene cacciato dall’Università di Roma occupata, nell’articolo Una barbarie intelligente, Lea scrive, a proposito dell’ “economicismo e il volontarismo ascetico dei militanti, che si è parlato molto di insubordinazione dal ’68 ad oggi, ma poi è mancata, sul piano teorico più che nella pratica e nei rapporti reali, la capacità (o l’ordine) di mettere in discussione alcuni fondamenti della tradizione marxista…Contro il pericolo della disgregazione…Sono i fenomenologi, i filosofi, i tecnici, i meteorologi della “fase”, quelli che sanno sempre “che fase fa”, quali nuovi “soggetti” stanno per uscire dal gran cappello del capitale;…”.

Per questo e per altro l’autrice è stata bersaglio preferito in quegli anni e qualche anno dopo di quei saperi-poteri costituiti che ancora una volta sui corpi delle donne, dei “cani sciolti” e dei disappartenenti a gruppi e congreghe, si sono esercitati.

Nel 1998 Lea cura l’antologia de “L’Erba voglio”, Il desiderio dissidente, in cui rileggiamo la sperimentazione collettiva di un corpo-pensiero che era la voce dei bisogni dei nuovi soggetti che si formavano nella crisi del paradigma della produzione fordista.

E’ nella rivoluzione del soggetto che Melandri, Muraro, Cigarini, insieme ad altre eccezionali teoriche e filosofe, allestiscono quel “pericoloso” controdispositivo che si chiama pensiero della differenza, che, da Luce Irigaray in giù, scardina le istituzioni di sapere-potere al cuore dell’individuo: la famiglia, la scuola, la chiesa, la caserma, il manicomio, la classe sociale che diviene partito, il maschio produttore, lavoratore e generatore.

E’ nel lavoro e nell’opera di Luisa Muraro che le pratiche non autoritarie, la scrittura e la differenza divengono rivoluzionarie, cioè divengono uno stile di vita. Muraro così scriveva nel numero 12 della rivista: “La scrittura per tanti aspetti è un’attività connessa al corpo: lo prolunga e in parte ne prende il posto. La pratica della scrittura, mentre eredita la servitù del corpo, si pone anche in conflitto con le sue esigenze…”.

Revoca della figura alienante dell’insegnante, portatore di un sapere astratto; critica della rimozione del corpo nel “sottobanco” che trapela dagli apparati di normalizzazione; dismissione dei saperi disciplinari a vantaggio della relazione che espone le differenze di genere; pratica orizzontale di condivisione che disdice la trasmissione verticale di nozioni e “abilità”, “conoscenze” e “competenze”.

Le pratiche antiautoritarie nella scuola, che sono oggi l’inattuale ricchezza non spesa e caduta in un irrecuperabile oblìo, si formavano nel tessuto denso di una lingua che è anarchica presenza a sé degli altri.

Alle spalle c’erano Cesare Musatti, Sartre, Giovanni Jervis, Reich e l’antipsichiatria, l’antropologia critica; davanti, la “dissidenza giovanile”, le corporeità di scrittura e di elaborazione di Antonio Prete e Giuliano Scabia, il gruppo di autocoscienza di Lilith (formidabile in quegli scritti il confronto con Fachinelli sulla precedenza preistorica della madre “divorante” rispetto alla madre “castrante”); e ancora, gli appunti su un reparto psichiatrico di Sandro Ricci, pioniere nell’allestire un piano concettuale e pratico di liberazione dalla contenzione del manicomio.

Far funzionare il sapere come antiproduzione, come luogo del desiderio. Così nella prefazione alla raccolta Melandri scriveva dell’insistenza nel far parlare tutti, dell’esercizio del potere “tra individui uguali e sempre autonomi”, “della partecipazione collettiva alla determinazione dei contenuti, dei modi, dei tempi, dei fini dell’attività scolastica”, dell’analisi “dei meccanismi di dipendenza e abitudine al consenso che operano negli studenti (principio d’autorità, premio, castigo, promozione, bocciatura)… l’attenzione alla parte che hanno i corpi, la sessualità, le richieste che restano sepolte sotto i banchi nel far apparire inconsistenti i saperi e le regole istituzionali”.

Certo, oggi le “regole” scolastiche prevedono accoglienza e integrazione, “policies” e “buone pratiche”, – dietro le quali non è difficile scorgere il dispositivo di normalità che opera in maniera sottile tramite valutazione e discriminazione (il merito, le eccellenze, la partecipazione, e simili micidiali stupidaggini). Altro che il “gne-gne” dei bambini che contestano l’istruzione.

A distanza di quasi cinquant’anni da quella contro-didattica, nel momento in cui il desiderio da dissidente è ricaduto sotto la legge (il ripristino del nome del Padre mascherato da “pensiero democratico”), ed è forma comune di soggettivazione, possiamo immaginare il non insegnamento, la non didattica come il modo più efficace di destituzione, per non legittimare l’ossessivo e pervasivo diktat del “seguire le regole” e l’induzione “soft” alla subordinazione.

Di questo dice il pensiero di Melandri nell’intreccio di scrittura, corporeità e diversità. Questa esperienza culmina nel 1977 con la soluzione dei confini rispettivi del femminismo, della sperimentazione didattica e del “fare” politica. Da allora, corpi desideranti promuovono nuove soggettività, mentre dalla parte del potere “al declino storico delle istituzioni corrisponde…un loro incremento fantasmatico. Ora che molte di esse sembrano in declino, proprio ora possono apparire fortissime terribili persecutrici. Come dei moribondi che si vendicano dei sopravvissuti”.

Ecco come la distruzione del gioioso movimento dell’ “anno terribile” opera lungo la linea della rivoluzione. Fantasma, astrazione reale, il capitalismo diviene corpo di una nuova legge (quella che Dardot e Laval hanno definito di recente nuova ragione del mondo), quanto più la produzione si smaterializza. La produzione desiderante diviene desiderio produttivo, al contrario di quanto avevano scritto Deleuze e Guattari.

No future.

Alfabeto d’origine in cui misuriamo la distanza tra i tempi di oggi e di ieri, fa pervenire alla memoria il desiderio dissidente senza che vi ritornino né la letteratura, nè la psicoanalisi, l’antropologia o la sociologia – sia pure nella forma di una barbarie intelligente. E’ anzi nell’esercizio che spezza la coazione a ripetere i generi e le convenzioni che emergono il corpo, la psiche e il collettivo come scrittura; il teatro e le immagini, la dismissione con bimbi e adolescenti dell’insegnare – in qualsiasi forma e sotto qualsiasi impostura possa essersi riprodotta.

In quest’ultimo libro questa intensità risale il tempo nella scrittura. Qui si esprime un divenire. Dalla fine degli anni Settanta al decennio Ottanta, da “L’Erba voglio” alla rivista “Lapis”, dall’autocoscienza all’analisi di sé, dai corpi differenti all’intelligenza inesplorata dell’ “anima femminile” nella posta del cuore, la letteratura è comunque indagata e “fatta propria”, divenendo leggibile: Zarathustra, Sibilla Aleramo, Cvetaeva, Virginia Woolf, Carlo Michelstedter; e il commento alla Dora di Freud, le recensioni di donne che scrivono lungo il filo di una materica corporeità, i luoghi inattuali e urgenti del neurologo e antropologo darwiniano Paolo Mantegazza, che aveva visto l’uomo oltre i generi, e la condivisione di vita e pratiche con Elvio Fachinelli, sono le tessere di un puzzle che il lettore ha da comporre.

L’archeologia del sé è una mineralogia del pensiero, il gesto in direzione dell’origine. La campagna dell’infanzia dapprima, tra Fusignano e Lugo di Romagna, la fuga a Milano e il 1968, il femminismo e la mutazione dell’oralità in scrittura, e infine un nuovo inizio ove corpo e lingua cristallizzate si sciolgono negli incontri con ragazze e ragazzi che fanno delle pratiche di genere uno stile di vita.

E’ la lingua ritrovata, che sovverte la linearità istituzionale della prosa “a la Canetti” per far emergere la soglia nietzscheana di destituzione dell’umano, mantenuta all’ordine del giorno dalle rivoluzioni, “perchè fosse consentita un’infanzia interminabile alla speranza e alla nostalgia”.

Lungo il filo della memoria si muove il riconoscimento di un pensiero di “vicinato”: Rossana Rossanda, Claudio Napoleoni, Luigi Pintor, Pietro Barcellona, Alberto Asor Rosa, un pensiero in cui la critica è l’effetto dell’ultimo paradosso della modernità al tramonto, quello di “ipotizzare un mondo in cui l’interiorità sia tutta dispiegata, sia diventata storia, compiendo al tempo stesso il miracolo di cancellare la storia” (“Lapis”, 1991).

Se infatti la “lingua salvata” è quella che dalla sfera intima conduce, inevitabile, alla maschile follìa del potere e della guerra, al contrario la genealogia dei generi e degli individui dispone il regredire in cui scopriamo le false opposizioni di natura e storia, maschile e femminile, ombra e luce, silenzio e parola.

Qui non si tratta di estrarre, esprimere, comunicare, appropriare, conoscere, bensì di slegare, destituire, balbettare e ricondurre il mondo, forse, alla “debole forza messianica” che Benjamin annunciava come il movimento più sovversivo a cui si è chiamati dalla storia dei vincitori. E’ un “pozzo senza fondo”, il luogo della Chora in cui dissolvono la rappresentazione, il concetto e la produzione e in cui si fa esperienza degli echi, delle afasie: tagli nella lingua che fanno male. “Ciò che lascia senza parole è dover ammettere che vita e morte, tenerezza e violenza, così come le abbiamo conosciute finora, si danno inevitabilmente intrecciate”.

Figure dell’irrapresentabile che irrompono nel tempo piatto e lineare della produzione di sé: nell’esperienza la figura era quella della singolarità concreta che la contro-analisi e il femminismo hanno iniziato a far vivere come emergenza del “personale” che è “politico”, cioè come liberazione. Di quella istanza la scrittura rende conto più di quanto l’autoesposizione biografica possa far supporre.

Questo libro va letto dopo il magnifico Come nasce il sogno d’amore dedicato a Sibilla Aleramo, – la cui vita esempla l’archeologia dell’amore esposto al rischio del ritorno all’Uno, all’Universale, alla funzione madre-figlio di cui è traccia la separazione.

Una storia delle donne è resa possibile da questa necessaria impostura, il Giano bifronte del femminismo: “Da una parte la battaglia per l’emancipazione…dall’altra la ricerca di un’interiore autonomia, che porta fuori dai confini”.

La forma femminista di soggettivazione è dunque mutata, – dalla critica dell’emancipazione alla differenza di genere e all’esperienza del gender, e oggi del transgender; la differenza come affermazione e come critica si è via via rinchiusa nella rivendicazione di un’identità astratta a cui non corrispondono diversità reali (ed è forse questa la ragione per cui il patriarcato continua ad essere il passato che non passa dell’occidente).

Ma la storia incisa sul corpo sessuato è ancora l’effetto di sapere che allunga il dispositivo di discriminazione fin nel sogno d’amore. Funzione artificiale e pericolosa per quanto necessaria, è la neutralizzazione della differenza madre-figlio che fomenterà la caccia dell’uomo alla donna-preda.

Oggi di quella esperienza vale la contestazione alla proprietà del desiderio in forma social e all’immediatezza della sua esibizione; vale la destituzione dell’apparato scolastico e della formazione; vale la rivolta del sé contro l’astrazione; il divenire corpo, divenire donna, divenire altro che soggetto valgono contro la soggettività che è trionfo dell’”io” e di un desiderio cristallizzato da regole pervasive che restaurano l’ordine delle cose attraverso l’ordine del discorso.

Educazione, formazione? “Me-Ti disse: Ogni maestro deve imparare a smettere di insegnare, quando ne è giunto il momento. E’ questa un’arte difficile. Pochissimi sono in grado di farsi sostituire, a tempo debito, dalla realtà. Pochissimi sanno quando hanno finito di insegnare. Se è brutto non ricevere consigli, altrettanto brutto può essere non avere il diritto di darne (B. Brecht, Me-Ti. Libro delle svolte)”.