Un’agenda per il presente

Michel Foucault, Théories et institutions pénales. Cours au Collège de France, 1971-1972.

di Alessandro Baccarin                                                                                                                 Pdf

La scena più significativa di Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, film di Elio Petri meritoriamente famoso e pluripremiato, è senz’altro il discorso d’insediamento del dirigente di polizia, magistralmente interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volonté, a capo della sezione politica della Questura.

Avendo ricoperto fino a quel momento il ruolo di responsabile della sezione criminale, il sua figura viene ad acquisire un ruolo politico esplicito, ruolo che il potere gli ha assegnato nell’intento di reprimere i coevi movimenti di protesta operai e studenteschi attraverso la duplice e simbolica idenfiticazione del crimine politico con il crimine comune e del criminale con il sedizioso. Sarebbe sufficiente riascoltare questo monologo per collocare nel suo contesto storico, politico e filosofico il corso tenuto da Michel Foucault al Collège de France nel 1972, intitolato Théories et institutions pénales e recentemente edito da Gallimard1. D’altronde la separazione fra il delitto comune e quello politico è un aspetto fondamentale della ricerca genealogica foucaultiana condotta quell’anno. Di quella separazione il filosofo francese rintraccia la lunga storia, rivelandone la finzione di fondo, e collegandone l’insorgenza alla natura eminentemente repressiva e conservatrice di ogni teoria e pratica penale.

Contesto storico e politico, quello dei primi anni Settanta, che informa il corso foucaltiano e che contribuisce a definirne i tratti di un’ontologia del presente. E’ sufficiente qui ricordare in Francia i moti del ’68, la caduta del governo De Gaulle e il nuovo corso proto-socialdemocratico con la dura repressione dei movimenti studenteschi ed operai, la polizia in tenuta antisommossa nelle piazze e ai varchi d’ingresso delle università. E ancora in Italia le bombe del terrorismo nero, gli anarchici che “volano” dalle finestre delle questure, i detenuti sui tetti delle carceri e la mobilitazione quotidiana di un movimento giovanile sostanzialmente anarchico e insofferente dei bizantinismi della sinistra storica parlamentare. E infine un quadro internazionale caratterizzato dalle realizzazioni eversive di giunte militari in america latina, e il primo flebile vagito di un neoliberismo che avrebbe di lì a poco sconvolto gli assetti economici e politici mondiali. E’ questo il clima nel quale si inseriscono le lezioni tenute da Foucault nel 1972, ed è su questo contesto che lo stesso filosofo prende posizione già a partire dalla sua prima lezione.

La prima parte del corso è dedicata alla puntuale analisi della rivolta dei Nu-pieds del 1639 in Normandia (p. 24). Rivolta che, per caratteristiche e fenomenologia, difficilmente può essere comparata alle pur innumerevoli sedizioni che avevano caratterizzato la storia europea del basso medioevo fino a quel momento. Foucault, come sempre nei suoi “frammenti filosofici all’interno dei cantieri storici”2, è consapevole che quell’esperienza non è la prima espressione di una rivolta popolare organizzata, come la sua repressione non è la prima manifestazione di un potere repressivo centralizzato. Tuttavia l’analitica di questo episodio storico serve al filosofo per condurre una ricerca filosofica e politica su una nuova teatralità del potere. Prendedo le distanze dal materialismo storico, che in questo corso costituirà a più riprese un obiettivo critico (in particolare il marxismo di Althusser), e pur utilizzando le analisi di storici marxisti (Boris Porchnev in particolare), Foucault non si domanda se questa sollevazione popolare abbia costituito una primitiva esperienza di classe, se i raccoglitori di sale della Normandia del XVII secolo abbiano avuto una coscenza di classe e se per questo si siano organizzati ribellandosi al loro sfruttamento, quanto piuttosto che tipo di teatro del potere sia emerso e quali i tratti di novità di questa teatralizzazione.

Da una parte (p. 30), quella dei rivoltosi, un teatro che mima in tutte le sue parti i marchi e le prassi del potere (proclami scritti, tassazione in denaro, leva di un esercito ecc.), e che per questo assume le fattezze di un contropotere. A questo proposito giustamente Foucault si interroga sulla cecità di tanti storici borghesi incapaci di ossevare e di interrogare questi soggetti muti della storia. Soggetti a cui lo stesso Foucault darà voce nel corso degli anni successivi, come nel caso della progettata collana Vite degli uomini infami per Gallimard e della biografia di Herculine Barbin3.

Dall’altra il teatro del potere repressivo, incarnato dall’arcigna figura del cancelliere Séguier, che si organizza in un duplice intervento: dapprima la repressione armata condotta dall’esercito, e poi l’arrivo della legge e dell’apparente neutralità del potere centrale. Duplice intervento utile ad una strategia che mira a separare campagna e città, classi popolari ed élites cittadine, per consentire poi a quest’ultime di rientrare nei ranghi del potere e al potere stesso di costituirsi in stato attraverso il moto generatore della repressione.

E’ chiaro che Foucault non conduce qui una ricerca semiotica, quanto piuttosto un’analisi “dinastique” (p.47), termine questo che traduce ciò che nelle ricerche successive verrà definito come un’analitica genealogica. Ci troviamo in questo caso di fronte ad uno degli abituali “rovesciamenti” foucaultiani: destituzione di fondamento di un soggetto fondatore di senso, e al contrario ricerca dell’impesato che permette di evidenziare le emergenze del pensiero. Le domande che, attraverso questa metodica, Foucault si pone sono le seguenti: qual’è l’origine dello stato, qual’è l’innesco che permette l’obbedienza ed una relazione di potere? Qual’è la storia di questo singolare assetto della nostra società, che delega ad alcuni soggetti l’uso della forza (la polizia) e che reclude all’esterno altri (il penitenziario, il criminale), e che infine attribuisce una verità a questo assetto, a questo sapere emanato dal potere? E soprattutto, dal punto di vista metodologico, come tentare di rispondere a queste domande facendo a meno di un approccio semiotico o ideologico?

Questi temi riverberano profondamente nella seconda metà del corso dedicata all’analisi del prediritto germanico e medievale. E’ in questa parte che è possibile riscontrare la forte unitarietà di questo corso con quello dell’anno precedente, Leçons sur la volonté de savoir4. Se nel 1971 il fulcro dell’analisi era l’episodio della contesa omerica fra Menelao e Antiloco, ovvero la subordinazione della verità alla procedura nel prediritto greco, nel corso del 1972 è la prassi ordalica del diritto germanico (pp. 114 e sgg.) a costituire il centro di una riflessione che consente di riscontrare l’identità fra vero e proceduralmente corretto. In entrambi i contesti Foucault individua una diversa e opposta formazione del vero rispetto alla nostra società: il vero non è ciò che è visto (il testimone), ciò che viene scritto (la confessione) o ciò che viene deciso (il giudice e la sentenza), ma ciò che permette la compensazione del delitto. Di qui il ruolo dell’ordalia, il vero come scaturigine del iudicium Dei, la centralità dell’affronto fra i due contendenti nel giudizio, centralità che, sul versante greco, si ritrova nella figura del sofista che subordina il vero alla vittoria nella contesa, e su quello germanico e medievale nel duello, schema che si prolungherà nell’affronto fra vittima e carnefice nella procedura inquisitoria.

La centralità della tematica giudiziaria in Foucault emerge netta in questo corso come strumento euristico: se il vero, nel prediritto greco o in quello germanico, è il frutto di un rapporto di forze, lo stesso di può dire della verità e della presunta neutralità di uno stato di diritto, egualmente frutto di un rapporto di forze congelato a favore delle élites e trasformanto in un sapere che ne convalida la fittizia superiorità.

Da questo punto di vista sono centrali le ultime pagine del corso (pp. 210 e sgg). Tre differenti procedure penali e tre differenti momenti del sapere/potere: la “mesure” per la Grecia antica, ovvero quella centralità del nomos come potere di distribuzione, piuttosto che come legge; l'”Êpreuve”, ovvero la prova ordalica e la procedura come strumento veridizionale ed economico della società medievale; e infine l'”enquéte”, la ricerca del vero della nostra procedura giudiziaria, che presuppone un “povoir d’information”, ovvero un potere fondato sulla presunta superiorità di una verità che è invece il crudo risultato di una repressione.

La radicalità di quest’analisi destituisce di fondamento qualsiasi consolidamento di un potere. Di fatto in questo corso Foucault decostruisce lo stato di diritto borghese e ne critica alla radice i fondamenti. Critica che, diversamente dalla prospettiva marxista, non individua nel giudiziario un semplice effetto sovratturale delle struture economiche, ma al contario l’anello di giunzione fra il politico e l’economico. Se, come aveva dimostrato nel corso precedente, la polis greca, ovvero il primo esempio di stato democratico dell’occidente, era la conseguenza di una lotta e di una guerra fra ceti, un peculiare consolidamento di un rapporto di forze a favore dell’aristocrazia, allo stesso modo lo stato di diritto borghese, con la sua classica tripartizione dei poteri, è il frutto di una repressione. Lo stato nasce come pratica repressiva, piuttosto che come patto sociale, collocandosi nella fittizia posizione mediana di arbitro fra le classi (p.25).

Nella filigrana di questo tessuto analitico, così denso e chiaro al contempo, il lettore ritrova il grande, raffinato ed efficace apparato metodologico foucaultiano. Proviamo ad esaminarne i punti centrali. In primo luogo l’evento: la rivolta dei Nu-pieds e la repressione conseguente è un evento in quanto, grazie alla nuova teatralità del potere, denuncia un nuovo rapporto di forze, un nuovo potere che condurrà alla formazione dello stato borghese e all’egemonia della borghesia.

Il caso (p.25): la rivolta in Normandia è il caso che innesca un processo trasformativo che dapprima consente l’emersione di un potere centrale repressivo espresso dalla monarchia assoluta, e che successivamente innesca un processo attravero il quale la borghesia potrà appropriarsi di quel medesimo strumento repressivo centralizzato e con questo sbarazzarsi dapprima dei residui del sistema feudale, e in un secondo momento della monarchia stessa. Medesimo ruolo riveste la grande peste del XIV secolo (p.173): la pestilenza e il drammatico calo demografico conseguente è l’evento casuale che produrrà una carenza di mano d’opera e la caduta della rendita feudale, così da consentire l’aumento dei salari e la nascita di un nuovo ruolo delle forze popolari, orgnizzate militarmente nelle fanterie del basso medioevo e sostituite progressivamente da eserciti professionali di mercenari e da un apparato poliziesco centralizzato.

Le emergenze: emergenza o nascita della figura del “nemico sociale” (p.59) a partire dalle esigenze repressive di una borghesia protocapitalista; emergenza di uno stato di diritto; emergenza e nascita di una polizia come braccio armato di uno stato repressivo rivolto contro le classi popolari; emergenza del carcere (p. 95) come strumento ricattatorio nei confronti del popolo costretto al lavoro salariato; emergenza della figura del “delinquente” (p. 102) come soggettivazione operata dal dispositivo repressivo su tutti i soggetti eversivi o semplicemente sacrificabili.

L’anticausalità: la prigione non è l’effetto del capitalismo, ma ne è uno strumento. Il capitale non causa la criminalità, ma una contingenza che si appoggia sull’apparato repressivo creato precedentemente al suo emergere, ed utilizzato ricattatoriamente per costringere al lavoro salariato le masse (p. 106). Di fatto, già in questo corso, emerge la figura del carcere come parametro della modernità, come dispositivo carcerario diffuso nel sociale.

Chiaramente, come è fin troppo evidente, molte di queste analisi e molte di queste figure euristiche troveranno piena applicazione in Surveiller et punir5, come è fin troppo chiaro che questa lettura delle relazioni di potere sia sbilanciata verso gli effetti repressivi, sbilanciamento successivamente corretto attraverso la nozione di cura di sè e di tecnica di sè. Emerge infine il privilegio attribuito alla pratica, tratto comune di tutte le analisi foucaultiane, ma particolarmente importante sia per Surveiller et punir che per questo corso. Un privilegio che traduce un gesto genealogico. Nelle parole di Foucault: “analizzare gli effetti di sapere della pratica penale è studiare questa pratica come scena da cui si nomina una verità” (p. 198).

Con l’edizione di questo corso si conclude l’ormai pluridecennale impresa della pubblicazione integrale dei corsi tenuti dal filosofo francese al Collège de France. Impresa non facile, soprattutto per i primi due corsi, quello del 1971 e quello dell’anno successivo, di cui sono rimasti solo gli appunti preparatori manoscritti dello stesso Foucault. L’assenza di registrazioni audio ha così determinato un testo piuttosto sintetico, asciutto, privo di quegli ornamenti discorsivi che caratterizzano gli altri corsi foucaultiani, per i quali gli editori hanno potuto utilizzare registrazioni e trascrizioni scritte.

Tuttavia, nonostante questa asprezza stilistica, chiusa l’ultima pagina di questo libro, il lettore si troverà immancabilmente di fronte ad un rammarico e ad una consapevolezza: il rammarico per aver chiuso un’esperienza di lettura unica, e la consapevolezza che difficilmente potrà ritrovare in altri autori un pensiero di una tale eleganza anarchica. Il caso, questa figura così importante per l’antistoricismo foucaultiano, ha voluto che l’ultimo corso ad essere pubblicato sia anche quello più attuale. Non un breviario, sul quale osservare l’ineluttibilità del tutto, nè un esercizio erudito, sul quale esercitare il proprio sapere, ma un’agenda, nell’accezione gerundivale del termine: cose da osservare, cose da pensare e cose da fare in conseguenza. Proviamo allora a elencare i punti salienti di quest’ontologia del presente, di quest’agenda che Théories et institutions pénales fornisce ai lettori di questo nostro presente.

Il teatro del potere. Le democrazie occidentali stanno attraversando negli ultimi decenni una crisi struttuale, che si articola nella perdita totale di capacità rappresentativa per i ceti più deboli e nella dilagante corruzione degli apparati centrali e direttivi. Entrambe gli eventi possono essere osservati come un grande teatro del potere, una sinergia teatrale di due processi che concorrono al consolidamento di un nuovo potere. La delegittimazione della rappresentanza favorisce il preteso rafforzamento, caldeggiato dalle élites sovranazionali e dal capitale finanziario, della ristrutturazione maggioritaria, e di fatto oligarchica, delle democrazie, e allo stesso tempo la corruzione dilagante incentiva il dispositivo neoliberale nell’affidare al libero mercato (leggi potentati multinazionali) tutti i servizi e le funzionalità assicurate fino ad oggi dalle politiche distributive del welfare, e quindi dal pubblico. Di fatto questo teatro mette in scena da una parte una sostanziale dismissione dello stato di diritto da parte della borghesia, ormai finanziarizzata, che pur ne aveva garantito il successo, come osservato da Foucault in questo corso, e dall’altra la nascita di una nuova entità di potere centralizzata in organismi non eletti (la UE, i boards delle banche centrali, i cosiddetti “mercati” ecc.), di stampo neoliberista e autoritario. Anche in questo caso l’azione repressiva avviene in due tempi: crisi di rappresentanza e corruzione, quindi intervento repressivo contro i movimenti d’opposizione alla svolta neoliberale, e infine centralizzazione del potere in organismi sovranazionali.

Il carcere. Foucault definisce il carcere come uno strumento repressivo finalizzato a mettere “fuori circuito” una parte di popolazione, con lo scopo ultimo di costringere ricattatoriamente la parte rimanente ad accettare un lavoro salariato nell’ambito di un capitalismo emergente. La funzione del carcere non è sostanzialmente cambiata. La trasformazione del lavoro salariato nel dispositivo neoliberale ha semmai esasperato la funzione ricattatoria del sistema carcerario. Sebbene il profitto oggi venga ottenuto soprattutto con la finanziarizzazione del capitale, piuttosto che con la produzione di beni, tuttavia quest’ultima, pur necessaria al capitale, è stata affidata alle masse dei cosiddetti “paesi emergenti”, per poi essere spostata in un futuro molto prossimo ad uno sterminato esercito di robot (la distopia degli automata) che lascerà nella disoccupazione definitiva una fetta maggioritaria della popolazione mondiale. In un simile scenario il carcere diventa strumento repressivo ed economico al contempo, dato che la messa a volore dell’esistente da parte del neoliberismo ha indotto molti stati ad affidare a privati la gestione dell’intera politica carceraria.

Il mercenariato. Secondo Foucault il mercenariato è andato progressivamente sostiuendo le istituzioni militari feudali (cavalleria nobiliare e fanteria a struttura etnico-tribale) per consentire alla feudalità prima, e allo stato monarchico poi, un’azione repressiva sulle classi popolari. A partire dalla fine della guerra fredda e con l’implosione dell’URSS si è assistito alla progressiva sostituzione, un pò in tutto l’occidente e oltre, degli eserciti di leva nazionale, nati con le guerre napoleoniche, con eserciti professionalizzati e con reparti di mercenari, quest’ultimi alle dipendenze di grandi multinazionali della sicurezza. L’utilizzo di eserciti professionali e mercenari sugli infiniti teatri bellici in questo inizio di XXI secolo è parallelo alla robotizzazione delle forze armate, trasformazione che vede per ora impegnati sopratutto droni aerei, ma che nell’immediato futuro prevederà il massiccio impiego terrestre di sistema d’arma robotizzati in appoggio o in sostituzione dei reparti tradizionali. Considerata l’attuale crisi strutturale del capitalismo, le prospettive di incremento progressivo della disoccupazone, le continue crisi migratorie, e l’involuzione autoritaria delle democrazie, un esercito mercenario e robotizzato ed una polizia militarizzata diventano fondamentali per operare una pressione repressiva rispetto a popolazioni progressivamente spoliate di quelle sicurezze, di quelle risorse e di quegli strumenti di garanzia che il neoliberismo andrà ad erodere definitivamente nei prossimi decenni.

Il giudiziario. Il sistema giudiziario si pone, secondo la lettura foucaultiana, alla giunzione fra il politico e l’economico, rilanciando in modo bidirezionale la centralizzazione dell’apparato repressivo. Oggi il giudiziario si colloca ancora in questa posizione mediana, diventando l’anello di congiunzione fra un politico sempre più autoritario ed un economico sempre più neoliberale. Si osservi ad esempio il ruolo delle sentenze internazionali in tema di politiche di mercato: i grandi interessi dei mercati finanziari spingono il politico ad accordi multilaterali di libero commercio contro gli interessi stessi degli stati, che si trovano così costretti a politiche di mercato estero dannose sia per gli interessi nazionali sia per la salute delle popolazioni. Eventuali vertenze intraprese contro questi accordi trovano sistematicamente l’opposizione del giudiziario che impone agli stati sovrani penali esorbitanti e di fatto ricattatorie. Medesime considerazioni possono essere svolte per il ruolo del giudiziario nelle vertenze fra stati sovrani e fondi d’investimento per la rimodulazione degli interessi relativi ai prestiti ottentui sul mercato finanziario per ripianare i debiti pubblici.

Questa serie di esempi indicano la drammatica attualità di questo corso foucaultiano, la sua ineludibilità per una lettura e per un’ontologia del presente. Ineludibilità che si condensa nella necessità di porsi delle domenade su ciò che ostinatamente il pensiero dà per scontanto, su ciò che tutti noi non riusciamo a vedere se non con un gesto di distanziamento. Come osservava Foucault: “Non si ha quasi prestato attenzione al fatto che il potere si arroga il diritto di porre delle domande: non solamente il potere riscuote delle imposte, costringe al lavoro, recluta soldati e li manda a morire, ma pone delle domande, alle quali si deve rispondere. Preleva del sapere da colui al quale ha posto una domanda. Tu mi devi dire ciò che tu sai di te” (p.206). Basterebbe partire da questa considerazione per costruire un’agenda del nostro presente.

1Michel Foucault, Théories et institutions pénales. Cours au Collège de France, 1971-1972,Paris, Gallimard/Seuil 2015.

2Michel Foucault, La polvere e le nuvole, in Michelle Perrot, L’impossibile prigione, trad.it., Milano, Rizzoli 1981, pp 25-53.

3Michel Foucault, Herculine Barbin detta Alexina B. Una strana confessione. Memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault, trad.it. di Brunella Schisa, Einaudi, Torino 1979

4 Michel Foucault, Leçons sur la volonté de savoir. Cours au Collège de France 1970-1971. Suivi par Le Savoir d’Oedipe, Gallimard/Seuil, Paris, 2011

5Michel Foucault, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris, Gallimard 1975.